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Il romanzo arabo al cinema

di Aldo Nicosia

Sono passati sette anni dall’uscita del pregevole volumetto Il cinema arabo, firmato da Aldo Nicosia per Carocci editore. In questo arco temporale, sono caduti tre despoti dai regimi pluridecennali in Tunisia, Egitto e Libia, un quarto (Assad) vive assediato in un paese devastato dalla guerra civile e tutta l’area è stata toccata da un vento di libertà impetuoso, nel quale la perdurante crisi economica globale ha accelerato il processo di decomposizione di equilibri stabili solo all’apparenza. Ciononostante, se l’attenzione dei media continua ad essere randomicamente richiamata da una tornata elettorale piuttosto che da un’ennesima crisi diplomatica internazionale, quella del mercato cinematografico e televisivo italiano nei confronti della produzione dei paesi arabi continua ad essere pressoché assente, se si eccettua la meteorica apparizione in sala o sul digitale terrestre di qualche documentario sulle primavere arabe, come l’egiziano The Square e il tunisino Era meglio domani.

Tanto più preziosa appare allora questa nuova fatica di Nicosia, attento e scrupoloso ricercatore di Lingua e letteratura araba all’Università di Bari, che poco concede peraltro all’attualità. Il romanzo arabo al cinema (sottotitolo: Microcosmi egiziani e palestinesi) rappresenta infatti un contributo significativo alla riflessione sui rapporti tra cinema e letteratura ma soprattutto produce un’analisi ricca e stratificata di quattro testi-chiave (del cinema come della letteratura) egiziani nell’arco di oltre quarant’anni, dal 1969 di Miramar (diretto da Kamel Cheikh, sulla scia di un romanzo del premio Nobel Nagib Mahfuz) al 2011 di Yacoubian Building (regia di Marwan Hamed, dal bestseller omonimo di Alaa al-Aswani): gli altri titoli sono Al makhdu’un (anno 1971, diretto da Tawfik Salah e tratto da Uomini sotto il sole di Ghassan Khanafani) e Al kitkat, firmato da Daoud Abdel Sayed, sulla base di un romanzo di Ibrahim Aslan. Le analisi sono precedute da un capitolo introduttivo – nel quale l’autore fornisce ai lettori una serie di strumenti utili sia per un inquadramento complessivo delle problematiche dell’adattamento sia per una prima ricognizione comparata dei quattro testi –, e seguite da un’appendice nel quale vengono focalizzate alcune specifiche questioni toccate dai film in analisi, come il nasserismo, l’omosessualità, l’integralismo religioso.

Andando ben oltre la semplice disamina delle varianti apportate al testo d’origine, e dando il dovuto risalto alla voce della critica egiziana, Nicosia riesce a sviluppare l’analisi in una direttrice al contempo micro e intertestuale, impegnandosi nell’arduo compito di evocare i contesti storici nei quali vanno collocati i quattro film e i rispettivi romanzi d’origine e di analizzare le ricadute ideologiche delle scelte compiute da regista e sceneggiatori nella resa del punto di vista e nella articolazione dei finali. Se Al makhdu’un, diretto da Salah in Iraq con capitali siriani, rappresenta il tentativo di trovare nello specifico del linguaggio filmico delle soluzioni che conservassero la radicalità d’approccio, sul piano politico e stilistico, di Kanafani, in tutti gli altri casi, per un mix di censura e soprattutto autocensura, i registi non hanno saputo restituire la complessità dello spaccato sociale presentato nel romanzo d’origine, o ne hanno mutuato ambiguità e forzature ideologiche, rendendo poco riconoscibile la cornice temporale e consegnando al pubblico scioglimenti in linea con un gusto moralistico convenzionale e con le parole d’ordine del blocco di potere dominante.

Come già riscontrato nel lavoro precedente, anche qui Nicosia dà il meglio di sé nell’analisi del dettato dialogico, mettendo in evidenza come romanzieri e registi restituiscano la complessità di tratti culturali (interni e mutuati dall’Occidente) e strati sociali proprio attraverso un attento dosaggio delle scelte lessicali e sintattiche dei diversi registri di arabo parlato. Altrettanto puntuale è il rimando alle dinamiche storico-produttive, essenziale per decodificare l’orientamento degli autori circa le coordinate del discorso ideologico veicolato dagli “uomini forti” che si sono succeduti alla guida del paese, dopo la rivoluzione nasseriana.
Il romanzo arabo al cinema, per il suo taglio agile ma ricco di riferimenti, si presta ad essere sfogliato tanto da appassionati di cultura araba che da studenti di cinema, anche se sarebbe auspicabile una seconda edizione extended, così nella sezione introduttiva di strumenti come nella parte delle analisi, con l’aggiunta di altri casi rilevanti di adattamento cinematografico.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsAldo Nicosia
Il romanzo arabo al cinema
Roma, Carocci, 2014, 135 pp.

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