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Come il peso dell'acqua

di Andrea Segre

L'Europa di Schengen vista dal Mediterraneo

In questi trecentosessantacinque giorni più cinque, il mare Mediterraneo non è diventato meno ostile per le migliaia di uomini, donne e bambini che ogni giorno per necessità cercano di raggiungere l’Europa lasciandosi alle spalle guerre, regimi oppressivi, povertà, mancanza di prospettive, nell’unico modo che viene loro lasciato, cioè rischiando la vita e foraggiando organizzazioni criminali. L’operazione Mare Nostrum, se da un lato ha reso possibile il salvataggio di decine di migliaia di vite, non ha impedito la morte di un numero incalcolabile di persone né si prefiggeva di incidere minimamente sulle cause che originano questi viaggi della disperazione o tantomeno sulle condizioni terribili nelle quali vengono compiuti. Il ventilato subentro dell’agenzia Frontex nella gestione del pattugliamento delle coste europee, la scelta di un commissario dell’immigrazione (il greco Dimitris Avramopoulos) intenzionato solo a rinsaldare le mura della Fortezza Europa, l’applicazione sempre più rigida del Regolamento Dublino con la presa coatta delle impronte digitali ai richiedenti asilo, l’avvio imminente di una maxi-operazione di caccia all’immigrato irregolare all’interno dello spazio Schengen danno la misura di quanto valore governi nazionali e autorità sovranazionali europee attribuiscano alla vita di queste persone che bussano quotidianamente alle nostre porte, esigendo il rispetto del diritto di fuga e d’asilo.

Come il peso dell’acqua, diretto da Andrea Segre e scritto dallo stesso insieme a compagni di strada importanti come Giuseppe Battiston, Stefano Liberti e Marco Paolini, è stato trasmesso in prima visione da Rai Tre proprio la notte del 3 ottobre, dopo l’ignobile teatrino di un talk in cui persino le voci sagge e profonde di Erri De Luca, Giulio Albanese, Fabrizio Gatti, Igiaba Scego, Ribka Sibhatu e altre/i, poco hanno potuto per arginare il montaggio isterico e sensazionalistico imposto dagli autori e dal conduttore del programma. Tenendo fede alla propria storia di filmmaker, abituato ad attraversare le periferie del mondo e a restituire voce e dignità insieme a persone di cui al più si parla, spesso in loro assenza, o usandoli come comparse, presenze mute, statuine da presepe vivente, Segre e i suoi collaboratori hanno investito tutta la seconda parte di questo critofilm (non so perché mi torna alla mente la definizione dei film sull’arte e sugli artisti di Carlo Ludovico Ragghianti) sull’autonarrazione. Sono tre donne ad aiutarci infatti a ripercorrere il loro terribile viaggio verso l’Europa: Gladys dal Ghana, Semhar dall’Eritrea e Nasreen dalla Siria, arrivata solo poche settimane fa.

Ma questi spezzoni di vita vissuta ci arrivano incorniciati da una scena-matrice che è a metà strada tra un palcoscenico (siamo, in effetti, in un teatro di posa, come si scoprirà ben presto) e l’aula, magari un po’ surrealista, di un liceo. Il maestro e l’allievo sono la stessa persona, un uomo di media cultura, media borghesia e mezza età, bianco, occidentale, interpretato dallo stesso Battiston, particolarmente convincente in questa drammaturgia monologante, autoriflessiva, didattica, nella quale viene chiamato costantemente a cambiare prospettiva. È con lui che lo spettatore qualunque, magari del nord, dovrebbe potersi identificare, con i suoi dubbi, ma anche, per chi c’è l’ha, perché questa fa quasi sempre la differenza, con la sua volontà di capire. Aiutato da un cartografo sentenzioso e convincente (Marco Paolini), questo Everyman non fa altro che cercare risposte, alle quali arriva in parte da solo, in parte attraverso i racconti toccanti di Gladys, Senhar e Nasreen, procedendo per gradi, circondandosi progressivamente di oggetti, scritte, cartine. Lo scatto in prima persona arriva anche per lui quando immagina che la figlia - in un’Europa distopica, post-Schengen - possa avere bisogno di un visto per recarsi a cercare lavoro in Danimarca e comincia a passare in rassegna tutti i rischi e le situazioni che dovrebbe affrontare anche solo per raggiungere il suo paese di destinazione.

Finché non arriva a farsi la domanda che tutte e tutti ci poniamo quotidianamente. Che senso ha mettere in campo quest’enorme dispendio di uomini e mezzi per andare a raccogliere, a salvare, in mare delle persone che noi stessi europei - negando loro la possibilità di formulare la richiesta di asilo, raggiungendo le loro mete di destinazione attraverso dei corridoi umanitari - obblighiamo di fatto a venire in questo modo, rischiando la vita e arricchendo organizzazioni criminali? Noi italiani dovremmo saperne qualcosa, di bisogno di viaggiare per cercare un destino migliore oltre frontiera, ma ce lo siamo dimenticato, anche se le statistiche ci ricordano quotidianamente che il bilancio tra emigrazione e immigrazione è tornato attivo, e allora Segre e i compagni rispolverano il Pascoli di Italy, non ancora sedotto dalle sirene nazionaliste e colonialiste della grande proletaria. Chi vuole e può, per memorie familiari o dirette, si riconoscerà nel canto amaro del poeta; per tutte e tutti gli altri rimangono, difficili da dimenticare, le parole di tre donne che hanno avuto il coraggio di mettere tra sé e la porta di casa due, tre, quattromila chilometri, percorrendoli con mezzi di fortuna, pur di assicurare un futuro a sé e ai propri figli.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsCome il peso dell’acqua
regia: Andrea Segre; soggetto e sceneggiatura: Giuseppe Battiston, Stefano Liberti, Marco Paolini e Andrea Segre; con: Gladys Yeboah Adomako, Nasreen Tah, Semhar Hagos, Marco Paolini e Giuseppe Battiston; musiche originali: Piccola Bottega Baltazar; montaggio Chiara Russo e Luca Manes; fotografia: Pasquale Mari e Matteo Calore; aiuto regia: Simone Falso; scenografie: Michelangelo Barbieri; produzione: Franco Pannacci, Simona Falcone e Carlo Gavaudan per RAI3 con Ruvido Produzioni; durata: 120’; formato: HD, colore; distribuzione: ZaLab.

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