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(In)visible Cities

di Giampaolo Bucci e Beatrice Ngalula Kabutakapua

In viaggio tra le diaspore africane

All’interno del festival Ottobre Africano è stato presentato a Roma in anteprima nazionale il documentario (In)visible cities, prodotto e diretto da Gianpaolo Bucci e Beatrice Ngalula Kabutakapua. Il film costituisce la prima parte di un progetto più ampio e in progress: investigare le realtà e le storie delle comunità della diaspora africana nel mondo. Tredici sono le città che gli autori hanno scelto di “svelare”, da Buenos Aires a Tokio. Ogni città custodisce e nasconde un quartiere abitato da migranti africani che, con il tempo, ha assunto la fisionomia di “un’enclave etnica”. Il lavoro, interamente autofinanziato, prende avvio nel marzo del 2013 a Cardiff, per proseguire a Los Angeles, New York e Istanbul.

In questa prima parte vediamo tre delle quattro città esplorate. Attraverso un montaggio frenetico accompagnato dal ritmo incalzante delle percussioni africane, ci ritroviamo con l’autrice a Butetown, quartiere meridionale di Cardiff in Galles. La città ha alle spalle una lunga storia di migrazioni. Grazie all’intensa attività portuale, infatti, a partire dal XIX secolo, si sono stabiliti a Butetown migranti somali, yemeniti e greci. Il quartiere, i cui abitanti provengono da oltre cinquanta differenti paesi, è oggi un esempio di comunità integrata e multiculturale. Diversamente, Los Angeles si presenta in tutta la sua estensione e dispersività, città “troppo” visibile, in cui l’aggregazione avviene in spazi quali chiese e campi di calcio. L’ultimo sguardo è, infine, riservato a New York e ai suoi “scalatori sociali”.

Le città si mostrano nella loro specificità, evidenziando come lo spazio contribuisca a costruire le culture che vi abitano. L’integrazione sociale di Butetown è il prodotto di lunghi anni di sforzi cittadini, è l’esempio di come uscire dall’(auto)segregazione geografica e sociale sviluppando un percorso non solo multiculturale ma soprattutto interculturale (attraverso, ad esempio, il teatro nelle case della comunità somala). Dall’altra parte, camminando per le strade degli Stati Uniti e ascoltando le interviste dei migranti africani di prima e seconda generazione emerge un rapporto diverso con la città. Predomina una visione materialista che legge il razzismo da un punto di vista economico, in cui la classe occupa una posizione privilegiata rispetto alla razza e al genere. “Se sei nero e povero in America sei fregato”, afferma un ricco imprenditore afroamericano. D’altronde le recenti vicende di Ferguson ci mostrano una società americana neanche lontanamente post-razziale.

Allo stesso tempo, il film, partendo da una medesima domanda (vedere dall’interno la vita delle comunità della diaspora africana), articola plurime risposte. E in queste risposte le storie individuali si avvicinano e raccontano esperienze simili. Un figlio di seconda generazione parla con ironia della valigia del padre sempre pronta per partire eppure mai utilizzata, simbolo di un ritorno a lungo sognato. Chi sente di appartenere a Los Angeles, chi spera di tornare in Africa e chi, avendo attraversato più storie, declina la sua casa al plurale. Queste “città invisibili” richiamano alla mente “il terzo spazio” elaborato dal filosofo postcoloniale Bhabha, uno spazio interstiziale in cui si articolano le differenze e in cui gli ibridi culturali possono far sentire la propria voce. La periferia prova allora a spostare i suoi confini verso il centro, anche grazie a un lavoro attento e prezioso come (In)visible cities.

Infine il film diviene un frammento delle grandi narrazioni migratorie contemporanee, oggi che anche l’Italia è tornato a essere un paese di emigrazione. (In)visible cities, raccogliendo le storie dei migranti nei diversi contesti, trascende il particolare senza dimenticarlo, per aprirsi a quelle esperienze universali fatte di partenze, diversità, nostalgia, costruzione del nuovo. Infatti, come scrive Calvino ne Le città invisibili (1972), “arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti”.

Valentina Lupi

Cast & Credits(In)visible Cities - Year #1
Regia, sceneggiatura e produzione: Giampaolo Bucci e Beatrice Ngalula Kabutakapua; formato: HD, colore; origine: Italia, 2014; durata: 65’; sito ufficiale: invisiblecities.us; Facebook: facebook.com/pages/Invisible-Cities

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