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Roma 9. Cosa rimane nella rete di Müller

di Leonardo De Franceschi

Note sulla nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma (16-25 ottobre 2014)

Here we are again. Fra due giorni si inaugura la nona edizione del Festival del Film di Roma, la terza diretta da Marco Müller, e ci troviamo davanti a un nuovo ridimensionamento complessivo e a un nuovo rimescolamento dei contenitori che recintano l’offerta di film, le sezioni insomma, in presenza però di una sostanziale continuità nel comitato selezionatore. La formula che verrà presto sottoposta al giudizio del pubblico e degli addetti ai lavori prevede una sola sezione competitiva ufficiale (Gala, 18 titoli), una parallela fuori concorso (Cinema d’Oggi, 19 titoli), una minifinestra riservata alla produzione nazionale (Prospettive Italia, 11 titoli), una scelta di Eventi speciale (6 titoli), più la retrospettiva affidata al Centro Sperimentale di Cinematografia (quest’anno dedicata al cinema gotico, con un focus Bava) e molti molti incontri, diversi dei quali incorniciati dietro il nuovo contenitore di Wired Next Cinema, oltre alla sezione competitiva autonoma di Alice nella città.

La rete cambia, dunque. Le maglie, più o meno larghe, assumono forme diverse e magari stravaganti, quella parte a rombi, quell’altra a ovali o a trapezi. Ma in questi tempi di mare poco pescoso per l’Africa e gli afrodiscendenti, bisogna sapere dove si vuole gettarla, questa rete, per portare a casa dei titoli interessanti. Penuria di offerta? Mancanza di volontà? Forse entrambe. Di certo, nella rete di Müller e quindi nel cartellone del Festival di Roma 2014, di Africa e di diaspore ce n’è come quasi sempre davvero poca se pensiamo ai film e zero se pensiamo, con sconforto, agli eventi collaterali.

Gratta gratta, sul fondo qualcosa salta pur sempre fuori, ma dobbiamo attaccarci soprattutto alla sfera black, a qualche icona attoriale afroamericana, per augurarci che vengano fuori almeno un po’ di sguardi di taglio sulle questioni razziali. E allora sarebbe interessante, in Gala, andarsi a vedere la serie tv The Knick di Steven Soderbergh, ambientata nella New York del primo Novecento, e concentrarsi sul rapporto ostile tra il protagonista Cliwe Owen, dominus assoluto del Knickerbocker Hospital, e il dottorino nero André Holland, formatosi in Europa. Lo stesso Holland peraltro lo troviamo anche in Black and White di Mike Binder (presentato in collaborazione con Alice nella città), in uscita il 24 ottobre e tutto giocato anche questo sull’incontro/scontro di due personalità forti, interpretate rispettivamente da Kevin Costner e Octavia Spencer (rivelatasi in The Help), che si battono sulla custodia di una bambina orfana, figlia di una coppia mista.

Sempre in Gala, varrà la pena dare un’occhiata anche a Gone Girl di David Fincher, se non altro per vedere come se l’è cavata Tyler Perry, regista/mattatore molto amato dal pubblico black e qui in veste solo di interprete, nel ruolo dell’avvocato Tanner Bolt, specializzato nel difendere con successo mariti accusati di uxoricidio. Tutt’altre atmosfere nell’inglese Trash di Stephen Daldry, girato in un Brasile da discarica patinata, che forse insegue il modello di Slumdog Billionaire e centrato sulle avventure di un trio di ragazzini dalla palette epidermica molto studiata (uno bianco, uno meticcio, uno nero).

Molto, molto meglio guardare alla sezione non competitiva, dove troviamo l’opera prima di un’artista londinese di nascita ma d’origine marocco-irakena, che già molto ha fatto parlare di sé, Tala Hadid. Tala ha alle spalle già numerosi corti e documentari che riflettono il suo interesse per autori e tematiche della subalternità: il suo short Tes Cheveux Noirs Ihsan è stato presentato praticamente in tutti i festival di cinema indipendente che contano, dal Sundance a Rotterdam, mentre The Narrow Frame of Midnight, incentrato sulle vicende di un’orfana marocchina ceduta a una banda di trafficanti che si muove in tutto lo scacchiere mediorientale, arriva in prima mondiale.
Promette anche il dominicano Dólares de Arena di Laura Amelia Guzman e Israel Cardenas, che, sulle orme di altri film come Verso il sud e Paradise: Love, racconta un paradiso del turismo sessuale attraverso una microstoria che convoca sottili questioni di genere, classe e razza, coinvolgendo una giovane del luogo (Yanet Mojica) e un’anziana cliente europea (Geraldine Chaplin).

Ma l’oggetto che più desta la nostra attenzione in tutta la programmazione di quest’anno è un documentario di 60 minuti, prodotto con l’egida di Rai Cinema e girato nell’Eritrea impossibile di Afewerki. Looking for Kadija, per come viene descritto, prende le mosse da un fantomatico progetto di film storico sulle avventure coloniali di Amedeo Guillet - abile comandante di un’unità di guerrieri indigeni messa insieme in funzione anti-inglese nell’Africa Orientale Italiana - per concentrarsi sulla ricerca dell’interprete per il ruolo di Kadija, figlia di un capotribù. La rivisitazione di questo celebrato comandante, destinato a una lunga vita e a una fulgida carriera diplomatica, al quale Edoardo Winspeare avrebbe voluto dedicare un biopic qualche anno fa, sarà l’occasione per ridiscutere l’esperienza coloniale e i legami postcoloniali tra Italia ed Eritrea oppure ci ritroveremo con una nuova manciata di sale sparsa su una storia che continua a grondare sangue innocente?

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