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Roma 9. Looking for Kadija

di Francesco G. Raganato

Tableaux vivants in un teatro di guerra invisibile

Come anticipato nel nostro editoriale d’apertura a questa nona edizione del Festival di Roma, aspettavamo con particolare apprensione l’anteprima stampa di questo documentario che è stato selezionato per la sezione Prospettive Italia. A firmarlo è Francesco G. Raganato, regista 36enne pugliese che ha all’attivo una cospicua produzione di documentari perlopiù a destinazione televisiva, tra i quali fa spicco l’instant movie Tsunami Tour, dedicato alla campagna elettorale di Grillo per le elezioni politiche della primavera 2013. Looking for Kadija non poteva che incuriosirci per almeno due motivi: 1) la scelta di girare un film in un paese come l’Eritrea, considerato da Human Rights Watch e da Amnesty International come uno dei regimi più oppressivi e lesivi dei diritti umani su scala mondiale, nonché paese d’origine di uno dei flussi più continui di richiedenti asilo diretti in Europa; 2) la scelta di assumere come pretesto narrativo uno snodo significativo nella saga di quello che viene considerato una specie di leggenda dalla memorialistica coloniale italiana e non solo, il tenente Amedeo Guillet, vale a dire la sua relazione di “madamato” con Kadija, figlia di un capovillaggio musulmano.

Il film si srotola apparentemente come una sorta di diario filmato del casting di un film di finzione, da girarsi appunto in Eritrea da parte di una piccola troupe italiana, i cui membri si palleggiano la guida Lonely Planet di Etiopia ed Eritrea e la biografia di Vittorio Dan Segre. Si parte dalla capitale Asmara e dalla prima sessione, presso il cinema Dante. A condurre la spedizione è un direttore di produzione locale, Franco Sardella, che funge da guida, organizzatore e mediatore fra i cineasti italiani e le maestranze e soprattutto le aspiranti attrici locali. Il viaggio prosegue poi per toccare Asmara, Adaga (il villaggio natale del padre di Kadija), Massaua, Cheren, Cheru e di nuovo Asmara. La piccola troupe sembra concentrata esclusivamente sui colloqui con le attrici, concedendosi solo tre digressioni: la prima è la ricerca di una massa di cinque-seicento cammelli con relativi cammellieri, in grado di ricostruire la battaglia di Agordat (20 gennaio 1941); la seconda è la realizzazione artigianale di un carrello per la scena finale del film, quella dell’addio tra Amedeo e Kadija, da girarsi in un bar di Asmara; la terza è un prolungato sopralluogo nell’ex-consolato italiano di Asmara, dall’architettura moresca cadente e in via di restauro, acquistato da un affarista nostalgico degli italiani, che sono “venuti non per conquistare o colonizzare ma per rimanere” e hanno lasciato ai locali persino la ricetta per l’anice.

Lo sguardo del regista oscilla tra il reportage televisivo di inchiesta e il making of. Nell’impaginare la confezione formale si bada perlopiù all’efficacia e a una pulizia formale di base, ma si distaccano da questo regime mostrativo basico due serie di riprese: da una parte quelle on the road, girate lungo il tragitto da una città all’altra, giocano la carta di un esotismo oleografico, d’impatto ma piuttosto facile; dall’altra, e più insistentemente, una serie di immagini perlopiù fisse o veri e propri tableaux vivants che isolano facciate di palazzi (come il Cinema Impero, il Cinema Roma e l’edificio Fiat Tagliero di Asmara) e vetrine di negozi come a documentare le tracce del passato coloniale italiano, usandoli spesso come sfondo sul quale incastonare i corpi delle aspiranti interpreti di Kadija. Nell’un caso come nell’altro, la colonna sonora mescola temi originali, vagamente orientalistici, a brani di pop e afrojazz locale.

Intorno a questo film nel film che racconta “la più grande storia d’amore ed eroismo della seconda guerra mondiale ” come viene definita nella campagna di lancio del casting, c’è tutto un microcosmo sociale che si muove ma Raganato e i suoi preferiscono lasciarlo perlopiù fuoricampo. Un unico cartello informa il pubblico a inizio film che l’Eritrea è “un paese isolato dal resto del mondo da vent’anni di dittatura militare”. Da un’altra circostanza intuiamo che nel paese l’approvvigionamento del carburante è piuttosto difficoltoso. A dirci qualcosa in più, sia pure a mezza voce e per allusioni sono solo le attrici provinate nei casting, alcune delle quali già attive nella produzione di film locali, ragazze dai sorrisi orgogliosi, che ostentano una sicurezza incerta e che si chiamano Winta, Rita, Yordanos, Meron. Alcune di loro confessano di essere passate per il servizio militare obbligatorio, altre di esserne state esentate, una dice di essere addirittura scappata dal centro di Sawa, una di avervi trovato una “scuola di vita” (ci vuole poco a capire che è un’attivista del regime, e infatti si dice affiliata all’Hamadee, l’organizzazione che irreggimenta le ragazze), una miss Eritrea si è già sposata praticamente con un cittadino statunitense e aspetta solo i documenti per trasferirsi ma solo perché marito e moglie devono vivere insieme, non perché davvero voglia emigrare. Un’altra non ha notizie da due anni del fidanzato all’estero. Un’altra ancora ha un cugino e una sorella che aspettano di arrivare a Lampedusa.

Lampedusa. In una sequenza di passaggio vediamo delle persone consultare dei cartelli in tigrino stampati in bianco e nero con delle scritte e delle foto. Forse annunci mortuari, forse di ricerca di persone scomparse. Sono quasi tutti giovani o giovanissimi.
È solo un attimo. Poi si torna alla cronaca minuta del casting che prevede il recall finale, nel quale le candidate prescelte vengono esaminate un’ultima volta e il direttore di produzione annuncia che se il finanziamento del film verrà accettato si ritroveranno tutti presto a lavorare, come una piccola famiglia.
Finché il film devia imprevedibilmente verso un finale metafinzionale, nella quale l’attrice prescelta recita guardando in macchina l’ultimo monologo di Kadija, e la mdp carrella indietro sul binario che gli artigiani eritrei hanno faticosamente costruito da materiali di recupero. E allora capiamo che molto probabilmente questo fantomatico progetto di film su Guillet, inseguito per anni da Edoardo Winspeare, non si farà neanche stavolta. Tutto lascia immaginare che questa piccola armata Brancaleone, insomma, pur di portarsi a casa una vacanza e un mockumentary su sfondo esotico, abbia seminato fumo, cattive memorie coloniali e un generoso pugno di sale su ferite fin troppo sanguinanti. Ma prendetelo pure come un auspicio giacché, viste le premesse, il diario della pre-produzione ci basta e avanza.

L’ultima sessione di casting, come si evince dal film, si è svolta il 10 ottobre 2013, appena una settimana dopo la terribile strage del 3 ottobre, in cui morirono 366 persone, in larghissima parte provenienti proprio dall’Eritrea. Uno della troupe a un certo punto, fregandosi le mani, osserva “che per come vivono e per come tengono le case, è tutto pronto”, come a dire che in oltre settant’anni di distanza dal fine del colonialismo italiano il paesaggio architettonico e umano è rimasto lo stesso. Per certi versi sarebbe quasi confortante immaginare che anche la mentalità di questi avventurieri italioti di piccolo cabotaggio sia rimasta ancorata a una visione nostalgica, magari cieca ma almeno riscaldata da quell’amore mortifero che molti hanno chiamato "mal d’Africa". E invece, probabilmente, Looking for Kadija è solo la piccola scommessa di un pensiero debolissimo, inconsapevolmemente neocoloniale: il film guarda caso arriva al pubblico del Festival di Roma col bollino di RAI Cinema poche settimane dopo quel viaggio ufficiale del viceministro degli esteri Lapo Pistelli in Corno d’Africa con tappa in Eritrea, che ha siglato l’avvio di una nuova stagione di collaborazione con Isaias Afewerki, uno dei leader più odiati dal proprio popolo. In vista, forse, un nuovo trattato di amicizia sul modello di quello Italia-Libia. A Gheddafi non portò granché fortuna.

Leonardo De Franceschi | 9. Festival Internazionale del Film di Roma

Cast & CreditsLooking for Kadija
Regia: Francesco G. Raganato; soggetto e sceneggiatura: Alessandro Caruso, Chiara Laudani, Francesco G. Raganato; musiche: Giulia Tagliavia, Santi Pulvirenti; montaggio: Alice Roffinengo; produzione: Viola Vatrini; colorist: Ludovico Bettarello; post-produzione: Lorenzo Muto; prodotto da: Andrea Patierno, per Todos contentos y yo tambien, in collaborazione con RAI Cinema; origine: Italia, 2014; formato: Colore, HD; durata: 60’.

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