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La scuola più bella del mondo

di Luca Miniero

Comici di razza

Ci abbiamo messo un bel po’ a recensire La scuola più bella del mondo, ultimo hit Cattleya firmato da quel Luca Miniero che ha fatto del gioco sugli stereotipi una vera, potente ed efficace macchina da guerra. Uscito il 13 novembre, il film ha portato a casa già oltre 4 milioni e 300 mila euro ma non sembra avviato a ripetere gli exploit di Benvenuti al sud e Benvenuti al nord. Tuttavia, dopo alcuni settimane di riflessione, ci è parso opportuno dire la nostra su una commedia che rimesta in modo assai discutibile nelle torbide acque di un immaginario che, dal dibattito politico ai media, colpisce il capro espiatorio di turno, accanendosi spesso e volentieri con migranti e rifugiati in provenienza dallo scacchiere africano.

Benvenuta Africa, campeggia scritto sullo striscione variopinto fatto allestire dalla scuola media di San Quirico d’Orcia dallo zelante preside Filippo Brogi (Christian De Sica), che si aspetta di veder spuntare dalla curva una simpatica classe di “negretti” ghanesi, nell’ambito di uno scambio culturale sponsorizzato da un sindaco locale del PD. Di nero ce n’è uno solo, il piccolo Cuono (Victor Edet), ma anche lui, come tutti gli altri, vengono non da una scuola di Accra bensì da una di Acerra, in provincia di Napoli, capitanati dai prof. Gerardo Gergale (Rocco Papaleo) e Wanda Pacini (Angela Finocchiaro). L’errore si deve all’imperizia di un bidello (Nicola Rignanese) semianalfabeta e naturalmente meridionale anche lui. La razzializzazione dei napoletani e l’assimilazione dei meridionali in genere agli africani richiama sì una tradizione popolare di longue durée, ma poggia anche su una letteratura critica molto accreditata, esemplificata dagli scritti di Alfredo Niceforo, che già a cavallo tra Otto e Novecento discettava sull’esistenza di due razze, “italiani del nord” e “italiani del sud”, come ci ha ricordato di recente Gaia Giuliani in un suo studio.

E sì che il preside l’aveva proprio studiata bene per vincere la gara locale per la migliore scuola dell’anno. L’aveva detto alla sua professoressa preferita, la giovane, bella e zelante Miriam Leone (Margherita Rivolta): cerchiamoli poveri, magri e con la mosca al naso, come nelle migliori campagne delle ONG. Avevano provato a lungo con la classe una canzonetta pietosa in stile, rispolverando in alternativa un classico del razzismo da balera come Bongo bongo bongo, portata al successo nel 1947 da Nilla Pizzi, da un originale inglese, e già cantata peraltro da De Sica nel 1994.
Naturalmente i ragazzini campani non ci stanno e reagiscono mettendo a soqquadro la festa dell’accoglienza. Il preside Brogi prova inutilmente a sondare la disponibilità del sindaco, che tiene come lui ad aggiudicarsi la gara locale per la migliore scuola dell’anno e non vuole saperne di ragazzini napoletani tra i piedi. Dovrà quindi guadagnare tempo e tenere botta come può, fino al punto di chiedere a professori e ragazzi ospiti di travestirsi davvero “da africani”, con tanto di gonnellini, parrucche ricce e cerone nero sul viso, in puro stile da musical in blackface primi anni Trenta, contaminato in chiave pop e hip hop da una rivisitazione di “Curre curre guagliò” dei 99 Posse che meriterebbe un ricorso alle vie legali.

Verrebbe da chiedersi, molto semplicemente, cosa ci sia da ridere, a vedere il piccolo Cuono con la faccia sporca di vernice bianca, dopo una caduta fuoricampo in bicicletta, mentre il professor Papaleo lo esorta ad andarsi a lavare "ché non ti posso vedere bianco". E sì che Miniero e i suoi due sceneggiatori ci hanno provato a disinnescare il meccanismo, inventandosi un’insistita gag metacritica nella quale lo stesso Papaleo ricorda all’avvenente ma rigida maestrina toscana che quando parla lui bisogna ridere perché “è una battuta”. E tanti ci saranno pure cascati, vedendo ragazzini del nord e del sud ballare scatenati sulle notte di “Curre curre guagliò”, nello scambiare La scuola più bella del mondo per un film autenticamente progressista, che cavalca sì tutti gli stereotipi del caso, si esalta sì a celebrare il politicamente scorretto, ma alla fine con due balletti, un dolly e un filo di cerone mette d’accordo tutti.

Ci troviamo invece davanti a un film costruito a tavolino con un’abilità davvero inquietante per la capacità di offrire allo spettatore di ogni nicchia sociopolitica esattamente quello di cui ha bisogno, oltre al divertimento, ça va sans dire. Se sotto sotto simpatizza per le squadracce leghiste e di Forza Nuova troverà pane per i suoi denti, ritrovandosi paro paro un immaginario razziale e coloniale vecchio di cinque secoli, per dirla con Nicola Labanca. Se invece dovesse avere simpatie radicali, basterà qualche faccia da Rai Tre, qualche nota da centro sociale e qualche battuta contro il PD per “intortarlo” alla grande. Ma non è una cosa seria? Penso esattamente il contrario, e cioè che bisognerà attrezzarsi se vogliamo contrastare la marea montante di violenza simbolica che scatenano film come La scuola più bella del mondo e Tutto molto bello, buttando in commedia rituali di costruzione e cancellazione dell’altro che in questo momento producono scariche ancora più aberranti di violenza materiale e fisica, nelle strade delle nostre città.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsLa scuola più bella del mondo
Regia: Luca Miniero; sceneggiatura: Daniela Gambaro Massimo Gaudioso, Luca Miniero; fotografia: Federico Angelucci; musiche: Paolo Buonvino, Santi Pulvirenti; montaggio: Giogio’ Franchini; costumi: Eleonora Rella; scenografia: Monica Vittucci; interpreti: Christian De Sica, Rocco Papaleo, Lello Arena, Miriam Leone, Angela Finocchiaro, Nicola Rignanese, Ubaldo Pantani, Victor Edet; origine: Italia, 2014; formato: HD/DCP, 1.85, Dolby Digital; durata: 98’; produzione: Riccardo Tozzi, Marco Chimenz e Giovanni Stabilini per Cattleya; distribuzione: Universal Pictures International; sito ufficiale: lascuolapiubelladelmondo.libero.it

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