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Una storia etiope. Conversazione con Zeresenay Berhane Mehari

a cura di Leonardo De Franceschi

Parlando con il regista di "Difret"

Il 22 gennaio sarà una data da ricordare. Difret, l’opera prima dell’etiope Zeresenay Berhane Mehari, film che ha sedotto Angelina Jolie e il pubblico del Sundance Film Festival e di altri importanti festival internazionali, uscirà nelle sale italiane. E questa volta gli spettatori italiani potranno vedere il film prima di quelli francesi o belgi.

A questo link (http://www.cinemafrica.org/spip.php?article1473) potete trovare la nostra recensione del film, scritta ancora prima che si sapesse della sua distribuzione in Italia.

Difret non ha la complessità e le sottigliezze di Timbuktu di Abderrahmane Sissako, e neanche la sua sorprendente forza visiva, tanto per citare quello che è stato “il” film africano del 2014. Ma il film di Zeresenay Berhane Mehari ha comunque il grande merito di affrontare un dramma sociale nella tradizione del cinema africano nazionalista, con uno sguardo attento al pubblico etiope, forse un po’ didascalico, ma non ricattatorio né rassicurante, e in grado di mettere in moto le risorse umane e tecniche dell’industria cinematografica locale.

Ecco la nostra intervista con il regista.

Lei è nato ad Addis Abeba e poi si è trasferito negli Stati Uniti per studiare cinema all’University of Southern California. Che modelli aveva in mente come regista? Conosceva il lavoro di Haile Gerima?

Sono nato durante la dittatura comunista in Etiopia, di conseguenza nelle sale c’erano solo i film di Bollywood e quelli russi di propaganda. Non ho maturato nessuna idea di stile o di modello cinematografico da seguire, finché non ho frequentato la scuola di cinema. Al mio primo anno di studio ho scoperto le opere di Federico Fellini, Vittorio De Sica, di Bergman e molti altri. E poi mi sono innamorato del cinéma vérité e della possibilità di raccontare storie dell’uomo comune.
Ho scoperto il lavoro di Haile Gerima solo al mio terzo anno di università.

A quanto pare il soggetto di Difret le è venuto in mente già nel 2005, quando ha avuto modo di incontrare l’avvocata Meaza Ashenafi, grazie al fratello, e quindi di conoscere il caso di Hirut Assefa e la tradizione della “telefa”, ovvero la consuetudine di rapire e stuprare adolescenti per indurle ad accettare un matrimonio forzato. Cosa l’ha colpito di più della storia di Hirut e cosa l’ha convinto che proprio questa sarebbe stata il soggetto del suo primo lungometraggio?

Ho saputo del caso di Hirut mentre facevo ricerche su Meaza Ashenafi e sul lavoro della sua organizzazione [l’associazione di donne avvocate etiopi Andernet, ndt]. Il mio punto di partenza era Meaza e sapevo di voler raccontare la sua storia e il suo lavoro proprio in quanto si trattava della prima associazione non governativa per servizi legali gratuiti in Etiopia. Poi il fatto che il caso di Hirut fosse il più grande che l’ong si era trovata a rappresentare, il legame che si era venuto a creare fra Meaza e Hirut durante il processo e il coraggio di Hirut nell’opporsi ad una tradizione secolare: queste tre cose mi hanno spinto a raccontare proprio la loro storia.

Quali sono i principali ostacoli che hanno portato a poter iniziare le riprese solo nel settembre del 2012?

Riuscire a trovare i finanziamenti necessari è stato l’ostacolo principale. Mi sono trovato diverse volte di fronte alla possibilità di realizzare il film, ma ogni volta i soldi mi venivano offerti a una condizione che non potevo e non volevo accettare. Ad esempio, nel 2009 mi è stata offerta la possibilità di realizzare il film, ma i produttori volevano che lo girassi in inglese e che scegliessi una famosa attrice americana per il ruolo di Meaza. Ma per me era fondamentale girare il film in amarico e lavorare con attori etiopi per tutti i personaggi.

Ha scelto di girare in 35 mm e ha coinvolto nella produzione e nel cast circa 50 persone etiopi. So che in Etiopia c’è una fiorente produzione di film realizzati a low budget e distribuiti localmente, sul modello di Nollywood, e la stessa protagonista, l’attrice e poetessa Meron Getnet [nella foto insieme al regista], ha già recitato in diversi film etiopi. Ho l’impressione che da quel modello lei abbia preso l’idea di indirizzarsi innanzitutto al pubblico locale, non cercando quindi di compiacere a tutti i costi i comitati di selezione dei festival o la critica cinematografica internazionale. Che rapporto ha avuto con l’industria cinematografica in Etiopia e quali erano le sue aspettative in merito a un possibile pubblico per un film come Difret?

Sì, è vero: ho fatto il film per indirizzarmi innanzitutto al pubblico etiope, anche se non ho seguito il modello di Nollywood. Ho sempre avuto il desiderio di mostrare ai registi e al pubblico che in Etiopia è possibile realizzare film di altissima qualità tecnica. Ho lavorato a più riprese nell’industria cinematografica locale fin dal 2003. Forse sono stato uno dei primi che ha favorito la nascita di un’industria cinematografica etiope. Abbiamo fatto un grande progresso come nazione, tanto che oggi realizziamo 125 film all’anno.

Per quanto riguarda la struttura narrativa del film, sono rimasto molto colpito dall’uso dell’ellissi. La costruzione drammaturgica della storia porta lo spettatore a pensare che le cose si metteranno male per Hirut e Meaza, ma poi, proprio all’ultimo momento, succede qualcosa che riapre la strada alla speranza. Vuole dirci qualcosa sulla struttura della sceneggiatura e sul lavoro che ha fatto con le due attrici protagoniste?

All’inizio molte persone che hanno letto la sceneggiatura trovavano fosse poco chiara, perché c’erano due protagoniste. Oppure si preoccupavano del fatto che nel film non ci fosse un chiaro antagonista. Entrambe queste considerazioni nascono ovviamente da un certo modo di concepire la struttura di un film. Ma per me era invece importante fare in modo che lo spettatore partecipasse attivamente al percorso delle protagoniste. Queste due donne, che vengono da due mondi differenti, si trovano a dover affrontare due differenti battaglie. E anche i risultati sono differenti. Meaza sente di aver vinto nel momento in cui riesce a far assolvere Hirut per legittima difesa, ma per Hirut la vittoria ha un sapore dolce e amaro: sì, finalmente è libera, ma non potrà più rivedere la sua famiglia. Dovevo strutturare il film in modo da tenere insieme questi due aspetti contrapposti. Per quanto riguarda il lavoro con le due attrici, il mio approccio è stato quello di lavorare il più possibile con loro sulla sceneggiatura, discutendo ogni scena in relazione alla loro reazione o di qualcuno della loro famiglia. Volevo che affrontassero la storia del film in maniera personale, in modo che scoprissero l’elemento emozionale di ogni scena dal punto di vista del proprio stato mentale o del proprio stile di vita, in opposizione alle parole e alle situazioni della sceneggiatura.

Il film ha avuto la sua anteprima internazionale al Sundance, nel gennaio 2013, e da allora sta ottenendo molto successo nei festival cinematografici di tutto il mondo, come dimostrano i Premi del Pubblico a Park City, ma anche a Berlino, Amsterdam e Montreal. Il film è stato acquistato in diversi mercati, per essere distribuito a livello internazionale. Pensa che la presenza di Angelina Jolie come produttrice esecutiva sia stata decisiva nell’ottenere tutto questo successo, o piuttosto ha funzionato l’interesse internazionale nei confronti del tema della lotta ai matrimoni precoci e forzati?

Non c’è alcun dubbio che la presenza di Angelina Jolie abbia aperto tutte le porte al film. Ma direi anche che l’accoglienza da parte del pubblico e i molteplici premi ricevuti testimoniano, appunto, dell’alto indice di gradimento nei confronti di una tematica universale e anche di una grande performance attoriale.

Nel settembre 2014, invece, la prima ufficiale del film in Etiopia è stata bloccata dalle autorità e il film a quanto pare ha dovuto far fronte a due cause prima di poter essere finalmente distribuito e ottenere, anche a livello locale, il grande successo di pubblico che si merita. Come spiega queste reazioni che hanno ostacolato all’inizio il suo film proprio nel suo paese?

Le cause legali che Difret ha dovuto affrontare nascono dal tentativo organizzato di screditare il lavoro di Meaza proprio in merito al processo che viene ricostruito nel film. Accade molto spesso che gli avvocati dei diritti umani non siano popolari nei paesi dove essi sfidano le tradizioni e i costumi locali, e l’Etiopia non è differente in questo. All’inizio il film è stato vietato, secondo quanto riportato, per aver dato “troppo credito” a Meaza, ma non c’era nessuna valida base legale per questa accusa e così il divieto è stato abolito. In seguito il film è stato distribuito in sala in Etiopia ed ha avuto un grande successo di pubblico, raggiungendo così anche gli obiettivi educativi che si proponeva, ovvero stimolare la presa di coscienza sulla questione dei matrimoni forzati delle bambine.

La parola “difret” in amarico ha molteplici significati: coraggio e capacità di osare, ma anche l’atto di stuprare e disonorare una donna. Ci può spiegare meglio?

L’amarico è una lingua molto complessa, piena di doppi sensi. La parola difret nel suo uso più diffuso significa appunto coraggio, ma nel suo uso secondario può significare anche proprio l’atto di essere violentata. Di questi due significati, credo che il film testimoni maggiormente del primo, ovvero del coraggio che ci vuole per cambiare le tradizioni e i costumi, ed è per questo che ho deciso di chiamare il film Difret.

[Traduzione di Maria Coletti]

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