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Sundance 15. Una torta con poche candeline nere

di Leonardo De Franceschi

Note sul programma del SFF (22 gennaio - 1 febbraio 2015)

Al via l’attesissima edizione del trentennale, diretta per il quinto anno da John Cooper. Il Sundance Film Festival, vetrina di riferimento per il cinema indipendente statunitense e per i filmmaker emergenti di tutto il mondo, anche quest’anno offre nel suo ricchissimo menu diverse portate di notevole interesse per i palati degli affezionati alle culture nere, ma forse nel suo insieme questa offerta è inferiore a quanto si era visto nelle ultime edizioni. Chissà se anche in questo caso, dopo il casus belli della mancata nomination alla regia per Ava DuVernay, si parlerà di “stanchezza nei confronti della razza”?

Per i cineasti africani di nascita e residenza Park City è sempre stata terra di conquista durissima e anche quest’anno non fa eccezione. Il cuore degli africani presenti batterà sicuramente per Sembene! (concorso World Documentaries), il documentario dedicato da Samba Gadjigo all’anziano degli anziani Sembene Ousmane, che ha attraversato da protagonista – talvolta ingombrante, ma sempre sorprendente – l’intera storia fino al passato anche prossimo del “cinema africano”, partendo da un umile villaggio della Casamance e passando per il porto di Marsiglia e lo Studio Gorki di Mosca. Ma c’è grande attesa anche per l’opera seconda di Kivu Ruhorahoza, 33enne regista ruandese che quattro anni fa stregò il Tribeca e il meglio dei festival indipendenti con il suo esordio Grey Matter: Things of the Aimsless Wanderer (New Frontier) tesse un intreccio misterioso di tre incontri fra uomini di potere e donne ruandesi che sembra alludere a un presente ancora tormentato per il paese delle mille colline.

Nel panorama dei registi afrodiscendenti, un posto nella più ambita sezione competitiva, la US Dramatic, è riuscito a conquistarlo solo il 41enne di origini nigeriane e diplomato in cinema al USC Rick Fawuyiwa (Matrimonio in famiglia). Si tratta di un riconoscimento importante, al quarto film da regista (oltre a Talk to me, co-scritto, per la regia di Kasi Lemmons), che arriva con la benedizione del produttore Forest Whitaker: Dope viene presentato come un brillante spaccato della vita di un ragazzotto nero di un quartiere difficile, cresciuto nel culto dell’hip hop anni Novanta ma che sogna Harvard e si ritrova invece invitato alla festa di compleanno di uno spacciatore. Anche Cronies, selezionato nella sezione low budget NEXT, si presenta con un executive d’assalto come Spike Lee: a scrivere e dirigere è Michael Larnell, al suo secondo lavoro, con una storia d’amicizia tra due ragazzi alla vigilia di un giorno d’estate che cambierà le loro vite.
Davanti alla macchina da presa, da seguire Chiwetel Ejiofor (12 anni schiavo), co-star di un thriller postatomico, Z for Zachariah, in concorso per la sezione regina e Viola Davis (The Help), coprotagonista di Lila and Eve (Premieres), sull’amicizia di due donne unite dall’aver perso il figlio in un fatto di cronaca nera.

Nella varie sezioni dedicate alla non-fiction, si guarda soprattutto a storie, personaggi, miti dell’identità storica nera. Fra i registi black, il veterano e pluripremiato Stanley Nelson jr. (Freedom Riders, 2011), torna al Sundance con un ritratto del Black Panther Party for Self Defense, immerso nell’America caldissima degli anni Sessanta e arricchito da testimonianze inedite (The Black Panther: Vanguard of the Revolution). Con Sacha Jenkins e il suo Fresh Dressed restiamo nel mondo della sottocultura giovanile black, ma arriviamo agli anni dell’hip hop e alla nascita di un look come il Fresh che, in condizioni completamente cambiate, viene presentato come una strategia di conquista del mainstream.

Porta la firma pesante di Liz Garbus (nominata due volte agli Oscar) il ritratto a tutto tondo della “sacerdotessa del soul” Nina Simone (What Happened, Miss Simone?), tra ambizione artistica e impegno politico per i diritti civili dei neri, lungo un tormentato itinerario che l’avrebbe portata ad autoesiliarsi prima in Liberia e poi in Francia. Non meno importante il background dell’inglese Kim Longinotto, che ricordiamo per un bellissimo documentario presentato a Cannes nel 2005 (Sisters in Law) ma ha alle spalle una carriera quasi quarantennale di regia documentaria: Dreamcatcher (concorso World Documentaries) è il suo omaggio alla tenacia di Brenda, una donna dal passato di prostituta e tossicodipendente, che ha scelto di dedicarsi alla cura e al recupero delle sex workers di Chicago, alle prese con storie di abusi, violenze e silenzi difficili da rompere.
Farà infine sicuramente discutere 3 ½ Minutes di Marc Silver, che compete nella US Documentary, con la cronaca giudiziaria di un omicidio a sfondo razziale con aggravante per futili motivi consumatosi tre anni fa nel parcheggio di un distributore, vittima un ragazzino nero incensurato, colpevole di divertirsi con suoi tre amici e di aver risposto alle provocazioni di un bianco.

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