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Selma - La strada per la libertà

di Ava DuVernay

Dietro le quinte della storia

Mentre scrivo questa tardiva recensione a Selma (2014), opera terza di Ava DuVernay, è in corso la notte degli Oscar 2015, preannunciata da una sorda polemica mossa dall’audience e dalla Hollywood nere, allorché in gennaio sono state ufficializzate le candidature, e la regista si è vista esclusa dalla cinquina delle candidature alla regia, visto che il film competeva solo nelle categorie miglior film e miglior canzone originale (Glory, di John Legend e Common - trofeo assegnato). Il dibattito che si è scatenato sulla rete intorno all’esclusione di DuVernay, ma anche di David Oyelowo dalla cinquina dei candidati al premio come miglior attore ha ruotato intorno al termine snub (affronto, mancanza di rispetto) ed è stato plasticamente rappresentato dal diluvio di tweet piovuti con l’hashtag #OscarSoWhite. In questa occasione, è emerso una volta di più come l’Academy sia composta per il 94% da membri bianchi e per il 73% maschi, nonostante lo sforzo compiuto dalla direzione di allargare la platea dei membri. La statuetta di peso riconosciuta lo scorso anno a 12 anni schiavo, primo miglior film diretto da un regista nero, avevano fatto sperare molti in un nuovo inizio dell’Academy, e invece.

Come recita il titolo, Selma racconta la storia di Martin Luther King ma anche e soprattutto di una cittadina dell’Alabama, che nel 1965 è stata per alcuni mesi al centro dell’attenzione di tutti gli Stati Uniti, in quanto teatro di tre marce di protesta compiute dalla comunità nera (e non solo) per rivendicare un’effettiva esigibilità del diritto di voto negli Stati del sud. L’arco temporale scelto da Du Vernay va dal 10 dicembre 1964, data in cui King ricevette ad Oslo il Premio Nobel per la Pace, al 2 gennaio 1965, quando il reverendo tenne un discorso al termine della terza, decisiva e trionfale marcia su Montgomery, capitale dell’Alabama, davanti al palazzo del governatore Wallace, preludio all’approvazione di una nuova legge a protezione del diritto di voto dei neri (Voting Rights Act), promulgata dal presidente Lyndon Johnson il 6 agosto 1965.

Sono passati esattamente cinquant’anni da quella data, ma gli Stati Uniti lo scorso anno sono stati dilaniati da un dibattito feroce, proprio nel mese di agosto, per i riots scoppiati in conseguenza dell’assassinio di un giovane di 18 anni, Michael Brown, nella cittadina di Ferguson, Missouri, da parte di un poliziotto bianco. I disordini susseguitisi per settimane, amplificati dal risentimento causato da altre vittime recenti di racial profiling, come il 43enne Eric Garner (17 luglio) hanno seppellito definitivamente l’aura postracial dell’era di Obama, riproponendo l’attualità della battaglia per i diritti civili. La canzone Glory (come si può vedere dal video) cita espressamente Ferguson. Ritirando il premio, i due compositori hanno dichiarato "Noi abbiamo scritto questa canzone per qualcosa successo 50 anni fa, ma Selma è oggi, perché la lotta per la giustizia è oggi, ci sono più persone di colore nelle nostre prigioni oggi che schiavi nel 1850 e noi sappiamo che siete là e marciamo per voi".

Ma Selma parla anche drammaticamente a noi, all’Italia e all’Europa del 2015, provincializzate dalla crisi economica e bloccate dall’islamofobia. Occorre riflettere e tenere bene a mente questo passaggio dal discorso finale di King:
La nostra società ha distorto chi siamo. Dalla schiavitù alla ricostruzione, fino al precipizio sul quale ci troviamo adesso. Abbiamo visto potenti uomini bianchi governare il mondo e offrire a quei bianchi che sono poveri una menzogna crudele per placare la loro fame. E quando i bambini del povero bianco piangono perché i morsi della fame sono insopportabili, loro pensano di nutrirli con la stessa, vile, menzogna. Una menzogna che sussurra loro: Per quanto terribile sia la vostra vita, sentitevi grandi perché la vostra pelle, in fin dei conti, la vostra pelle bianca, vi rende superiori al popolo nero. Ma noi sappiamo la verità.

Selma, come anche Timbuktu di Sissako, altro film che esce sconfitto da questa notte degli Oscar (malgrado la recente investitura storica dei Césars) è un film non solo importante ma anche straordinariamente complesso e raffinato sul piano del racconto e della retorica filmica, rivelando la maturità espressiva di Ava DuVernay, 42enne losangelina, laureata alla UCLA in studi di anglistica e afroamericani e arrivata alla regia solo dopo una lunga carriera di marketing promoter. DuVernay, qui al suo terzo titolo, dopo I Will Follow (2011) e Middle of Nowhere (2012), ha già accumulato diversi riconoscimenti di prestigio, dal premio per la regia nel 2012 al Sundance alla nomination ai Golden Globe per la regia di Selma, che in entrambi i casi hanno rappresentato una prima volta importante per una regista afroamericana, anche se il black american cinema negli anni, dopo la pioniera Julie Dash, ha visto emergere altri talenti, da Gina Prince-Bythewood (La vita segreta delle api) a Dee Rees (Pariah), passando per Darnell Martin, Kasi Lemmons, Victoria Mahoney, Tanya Hamilton.

L’impronta autoriale di DuVernay, in questo film che rimane pur sempre una produzione indipendente, sia pure relativamente costosa (20 milioni di dollari), è ravvisabile in almeno due marche. La prima e più evidente è un segno antiretorico, uno sguardo che coglie di King e della marcia l’attenzione al dietro le quinte, alla dimensione intima e dimessa del reverendo, rappresentato come un uomo lacerato dai dubbi morali, sull’opportunità o meno di insistere in una marcia che aveva già causato lutti dolorosi alla comunità nera locale e indebolito dai contrasti con la moglie Coretta. Questa attenzione alla storia minore (nell’accezione di Deleuze e Guattari) si sostanzia nella cura con cui DuVernay tratta anche le figure minori, per esempio quella indimenticabile di Cager Lee, nonno 84enne che assiste all’uccisione a sangue freddo da parte di un agente del nipote Jimmie Lee Jackson, morto per difendere il suo diritto di voto. La seconda è rappresentata proprio dalla regia, una scrittura elegante ma antiretorica, che dispiega, all’interno di un controllo rigoroso della messinscena (attori, scene, costumi, luci) e della postproduzione (montaggio, musiche, effetti), alcune altissime impennate espressive. Penso in particolare a tre momenti: l’inizio, con quel primo dialogo intimo tra King e Coretta che prelude al discorso di investitura del Nobel, registrando su un piano metadiscorsivo le sue incertezze davanti allo specchio/schermo; l’esplosione, violenta e improvvisa, della chiesa che produce la morte terribile delle "four little girls", potente nella sua carica espressiva di astrazione; e la seconda marcia, costellata dalle incursioni criminali della polizia di contea sul terribile Edmund Pettus Bridge e giocata su un montaggio alternato serrato, un uso virtuosistico delle luci e dei dispositivi, una retorica visiva d’impatto ma a servizio della drammaturgia.

Il film è stato criticato da un membro dell’amministrazione Johnson, sul piano dell’accuratezza storica. In particolare, è stato rimproverato agli autori di avere deliberatamente rappresentato il presidente come ostile alla marcia e al progetto di legge, quando invece di fatto aveva un rapporto di piena sintonia con King. Non entriamo sul merito della vicenda. Vale la pena ricordare che si tratta, incredibilmente, del primo film di finzione che ricostruisce sia pure un periodo circoscritto dell’avventura umana e politica di King. Inoltre, opportunamente è stato osservato, in risposta a queste obiezioni (qui) che la sceneggiatura di Paul Webb evita volutamente cliché e scorciatoie consuete nei film hollywoodiani in cui sono presenti questioni sensibili dal punto di vista razziale, a partire dal tropo del Salvatore Bianco, che inevitabilmente svolge un contributo decisivo nel determinare la curva evolutiva del plot e assicurarne un happy ending.

Chiudo, ricordando che uno dei valori aggiunti assoluti del film a mio avviso è rappresentato dal cast e dalla direzione degli attori. Diversamente da altri film black degli ultimi anni, e mi riferisco soprattutto a quelli di Lee Daniels, in cui i ruoli sono talvolta attribuiti per rendere un omaggio a una personalità dello spettacolo, in questo caso il lavoro di casting è stato effettuato con una efficacia davvero rimarchevole, sia per le parti più rilevanti che per i ruoli di contorno e i cameo affidati a interpreti illustri (Tim Roth/Wallace, Oprah Winfrey/Anna Lee Cooper, Cuba Gooding Jr./Fred Gray). Su tutti, spiccano il 39enne black brit David Oyelowo, con alle spalle una formazione prestigiosa alla London Academy of Music and Dramatic Art e una nutrita carriera di ruoli di rilievo (tra gli ultimi, The Butler e Interstellar): il suo King è una figura estremamente complessa, rigorosa ma umbratile, eroica nel suo sollevarsi sulle sue stesse incertezze. Non meno toccante anche il ritratto di Coretta King, cui Carmen Ejogo, di origini nigeriano-scozzesi, anche lei con un più che discreto curriculum, regala un’umanità dolente, fiera e sfaccettata, che resiste e travalica il tropo della grande-donna-dietro-il-grande-uomo.

Leonardo De Franceschi

Cast & Credits Selma - La strada per la libertà (Selma)
Regia: Ava DuVernay; sceneggiatura: Paul Webb; fotografia: Bradford Young; montaggio: Spencer Averick; suono: Greg Hedgepath; scenografie: Kim Jennings; costumi: Ruth E. Carter; interpreti: David Oyelowo, Carmen Ejogo, Jim France, Trinity Simone, Mikeria Howard, Jordan Christina Rice, Ebony Billups, Nadej k Bailey, Elijah Oliver, Oprah Winfrey; origine: USA, 2014; formato: DCP, 1:2,35, colore, Dolby Digital; durata: 128’; produzione: Christian Colson, Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Oprah Winfrey, per Cloud Eight Films, Celador Films, Harpo Films, Pathé, Plan B Entertainment; distribuzione: Notorious Pictures.

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