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FCAAAL 2015: Lonbraz Kann (A l'ombre des cannes)

di David Constantin

Gli uomini delle canne da zucchero

Dalle Mauritius proviene il terzo lungometraggio africano presentato nella sezione del concorso ufficiale Finestre sul Mondo. Il regista mauriziano David Constantin, già premiato per Made in Mauritius nel 2009 al Festival del Cinema africano, d’Asia e d’America Latina, ha fondato l’associazione Porteurs d’Images che promuove lo sviluppo della cinematografia mauriziana e che organizza dal 2007 il Festival Internazionale di cortometraggi Île Courts.
Con Lonbraz Kann porta sullo schermo la difficile transizione da un mondo agricolo e industriale ad uno in cui il turismo globale tiranneggia senza scrupoli.

La fabbrica di lavorazione della canna da zucchero in cui hanno sempre lavorato Marco, Bisson e Rosario è costretta a chiudere. Al posto dei campi da zucchero verranno costruite ville di lusso per acquirenti stranieri. Disoccupati e impotenti gli operai aspettano un assegno di liquidazione che non arriva mai. Anche le case di Marco e del vecchio Bisson dovranno essere demolite per far posto ad altre ville. In questo panorama desolante il dolore e lo sradicamento si trasformano in follia (finanche omicida). Restano i legami affettivi, l’amicizia profonda e l’incontro con una bellissima donna indiana dai modi sfuggenti. Intorno alla vicenda della fabbrica si dispiega la storia mauriziana in cui convivono da due secoli africani, indiani e cinesi e il cui equilibrio è messo a repentaglio dagli intensi investimenti esteri (francesi e cinesi in primis) che sfruttano il territorio e la popolazione (gli operai cinesi che lavorano alla costruzione delle ville vengono pagati la metà di quanto gli spetta). Alla base di questa gerarchia sociale rimangono comunque gli africani, discendenti degli schiavi portati nell’isola dai colonizzatori francesi.

Lonbraz Kann trascende il puro cinema di impegno sociale per aprirsi a un realismo impalpabile, poetico che presenta elementi surreali. Alle ampie inquadrature di apertura dei campi e delle montagne, segue la presentazione dei personaggi, Bisson il vecchio indiano che compie davanti la sua abitazione un antico rituale indù e Marco che a letto accarezza delicatamente il volto di sua moglie. Una moglie che non c’è più, veniamo a sapere successivamente, ma la cui presenza aleggia in ogni stanza, un personaggio evanescente, fantasmatico che porta con sé il peso dell’assenza. Tutto avviene nel silenzio, in un tempo rarefatto che lascia lo spazio a quadri compositivi perfetti: il campo di canne da zucchero ripreso in totale attraversato da una stradina di terra che Marco e Bisson percorrono in bicicletta e che tornerà nel corso del film. Allo stesso modo la sagoma della montagna all’orizzonte che veste i contorni di una donna si ripresenterà molte volte, simbolo di un legame inscindibile con la terra, donna, che ha nutrito e che è stata nutrita da Marco e Bisson. Il rapporto con la terra come elemento alla base delle relazioni umane è il fil rouge del film. Esemplare a questo proposito è la scena in cui Bisson continua a seminare, il corpo sporco di fango, in mezzo agli operai che tentano di portarlo via.

L’isola di Mauritius è stata, sin dalla sua scoperta, una terra di tutti, una terra meticcia. Africani, indiani condotti nell’isola durante la dominazione inglese (costituiscono ad oggi il 70% della popolazione), cinesi emigrati già alla fine del ‘700. Una commistione di culture che si traduce anche nella lingua, il creolo mauriziano parlato nel film. La pacifica convivenza interculturale si sfalda però man mano che il racconto procede. Devi, la donna di cui si innamora Marco, viene offesa e invitata ad andarsene perché indiana, gli operai che lavorano nel cantiere (e che hanno preso il posto della manovalanza locale) sono cinesi, mentre il proprietario del terreno è francese. La disoccupazione esaspera inevitabilmente le differenze e rischia di far esplodere una guerra tra sfruttati.

Lonbraz Kann è costruito per pause ed ellissi, le quali compromettono la comprensione del racconto. I salti narrativi, soprattutto nella seconda parte, danno l’impressione di un lavoro poco attento più che di una volontà autoriale, come se le suggestioni suscitate dai personaggi e dai luoghi avessero preso il sopravvento sulla linea narrativa. Frettolosamente si arriva alla sequenza finale (evidente omaggio a I quattrocento colpi di Truffaut): dopo aver salutato la propria casa e il fantasma della moglie, i campi e la fabbrica, Marco arriva alla spiaggia, l’oceano davanti a lui e la possibilità di un’altra vita.

Valentina Lupi | FCAAAL 2015

Cast & CreditsLonbraz Kann
Regia: David Constantin; sceneggiatura: David Constantin, Sabrina Compeyron; fotografia: Sabine Lancelin; montaggio: Morgane Spacagna; suono: Henri Maïkoff; interpreti: Dany Bhowaneedin, Raj Bumma, Nalini Aubeeluck, Jean Claude Catheya, Jérôme Boulle; origine: Mauritius, Francia, 2014; durata: 88’; produzione: Caméléon Production.

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