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Cannes 68. Mediterranea

di Jonas Carpignano

Ad altezza d’uomo

Opera prima di Jonas Carpignano, 31enne newyorchese di madre barbadiana naturalizzata statunitense e padre italiano, formatosi ai laboratori di regia del Sundance, Mediterranea ha una storia che parte da lontano. Gli eventi che narra ruotano intorno alla storica rivolta dei braccianti africani di Rosarno, avvenuta nel gennaio 2010, già raccontata in chiave non fiction da Andrea Segre ne Il sangue verde (2010). Cresciuto fra Roma e il Bronx, Carpignano si è documentato diversi mesi, durante l’estate del 2010, condividendo per qualche tempo le condizioni di vita estreme dei lavoratori della piana, prima di realizzare un primo cortometraggio, A Chjana (2012), risultato in seguito vincitore della sezione Controcampo della Mostra di Venezia, incentrato sulle vicende di un giovane migrante burkinabè, Ayiva (Koudous Seihon). Tre anni dopo a Cannes, ha continuato a indagare la terra calabra, seguendo le tracce di un ragazzino rom, Pio Amato, che si ritrova a crescere in fretta in una società violenta. Anche in A Ciambra (2014), che gli è valso il Prix Découverte Sony CineAlta alla Semaine de la Critique, Carpignano ha continuato a costruire un microracconto centrato sul giovane bracciante burkinabè. Con Mediterranea, l’odissea di Ayiva trova un respiro più ampio ma anche qui intorno a lui gravita tutto un mondo di presenze già introdotte dai precedenti film, come lo stesso Pio, e un’anziana donna del luogo che tutti chiamano Mamma Africa (Norina Ventre) perché offre pasti caldi e soprattutto una vicinanza affettiva preziosa a tanti ragazzi africani abbandonati al loro destino.

Mediterranea segue dunque le vicende del giovane Ayiva , diretto insieme al fratello minore Abas (Alassane Sy) in Italia. La prima mezz’ora del film sintetizza le tappe brutali del loro itinerario attraverso il deserto e il mare, dall’Algeria alla Sicilia, passando per la Libia. Bastano pochi episodi per delineare le differenze di carattere: Ayiva , che si è lasciato alle spalle una figlia di sette anni, ha un grande spirito di adattamento e una fortissima determinazione, che lo spinge ad approfittare delle pause nel viaggio per vendere scarpe e farsi avanti nei momenti di difficoltà - come quando i trafficanti chiedono a uno della carovana di improvvisarsi scafista, mentre Abas è attratto dalle ragazze ed appare molto meno propenso al sacrificio. I due ragazzi si ritrovano a Rosarno scossi dall’esperienza del viaggio, con in tasca solo un biglietto che reca l’indirizzo dello zio Ousmane. L’arrivo non è meno traumatico, visto che i due, nonostante la solidarietà degli altri braccianti, si ritrovano a dormire sotto una tenda di plastica, in una baraccopoli alle porte del paese. L’ostilità della gente del luogo, poi, specie dei ragazzi, che si intuisce affiliati alla ’ndrangheta, è un elemento costante.

Con i giorni, tuttavia, Ayiva riesce a costruirsi una rete di contatti, che fa perno su un ragazzino del posto, Pio (Pio Amato), dedito a piccoli traffici, e a un giovane marocchino, Mehdi (Zkaria Kbiri), anche lui abile nel contrabbando e nella ricettazione. Con la sua disponibilità ad accettare sempre lavoretti extra, anche dopo una giornata massacrante a raccogliere arance, Ayiva si fa ben volere da una famiglia di possidenti della zona, il cui capo (con alle spalle una storia di emigrazione italiana negli States) gestisce un piccolo impianto di raccolta per la spremitura delle arance ed ha una figlia preadolescente dal carattere scostante, Marta (Vincenzina Siciliano) la cui frequentazione rende meno acuta la lontananza dalla figlia, che al villaggio viene cresciuta dalla sorella minore di Ayiva, Aseta. Dal canto suo, Abas si lega a una ragazza nigeriana gestita da un clan e si trova così a conoscere direttamente la situazione di sfruttamento e degrado in cui lei vive insieme a tante altre, usate, ostracizzate dai rosarnesi e sgombrate regolarmente dalla polizia. Proprio il legame con la ragazza sarà all’origine del suo coinvolgimento nella rivolta. Nonostante la diversità di carattere, entrambi si trovano con una spranga in mano e l’urgenza di far sentire la propria voce davanti a una realtà che non lascia loro nessun margine di aspettativa, se non la routine di un lavoro da schiavi, la minaccia costante dei ragazzi del luogo e la pressione della famiglia al villaggio.

Mediterranea si inscrive in una genealogia di narrazioni ben consolidata nel cinema italiano, nonostante il background transnazionale di Carpignano. Il regista e sceneggiatore nelle interviste fa professione di fedeltà alla matrice neorealista e questa filiazione traspare visibilmente nelle scelte di messinscena, dalle location reali (anche se per ragioni di sicurezza le sequenze nel deserto sono state girate nel sud del Marocco) all’uso di interpreti non professionisti. Il film intrattiene inevitabilmente anche dei debiti nei confronti del filone del “cinema italiano dell’immigrazione”, ma Carpignano si tiene alla larga dai didascalismi e dalle rigidità di Placido e De Seta, votandosi a un punto di vista interno come il Lombardi di Là-bas. Educazione criminale e attenendosi a un regime fenomenologico di narrazione del quotidiano che poco concede a divagazioni di genere o digressioni lirico-paesaggistiche (o asprezze da pamphlet movie) alla Segre. Pur consapevole delle molte insidie insite nel soggetto, il regista riesce a tessere una drammaturgia emozionale sottile, che passa per lo sguardo mobile di Ayiva ma incrocia anche le ragioni e gli umori di una platea piuttosto ampia e plurale di soggetti.

Visibilmente, Carpignano rimane alieno a una prospettiva di cinema di denuncia sociologica e rifugge con felice equilibrio il ricorso a un’elementare mozione degli affetti. Alla lunga, il nodo più toccante sul piano drammaturgico è quello della relazione tra Ayiva e la figlia Zeina, che passa per la doppia mediazione della sorella Aseta e di Marta, la figlia del padrone che gli sorride, mentre per sfregio gli rovescia le cassette di arance. Come in Bande de filles di Sciamma, uno dei nodi più potenti a livello di immaginario passa per una canzone di Rihanna, S&M: per Ayiva è forse solo una suoneria, per una delle ragazze nigeriane del gruppo significa il rinvio a una “sorella” che ce l’ha fatta, per la piccola Zeina il miraggio di un’altrove irresistibile, che lascia immaginare nuovi viaggi e nuove disillusioni. La sequenza della videochiamata Skype, con l’inevitabile cornice metadiscorsiva che instaura, produce un cortocircuito da brividi.

Il regime di scrittura di Carpignano è improntato a una micronarrazione in presa diretta, macchina a mano e piani serrati, tutta “dentro le cose” e agganciata allo sguardo acuto e flessibile di Ayiva (Koudous Seihon). L’incastro fra micro e macrostoria e quindi il rimando alla rivolta di Rosarno è risolto senza passaggi didascalici, cartelli o innesti metatestuali (se si esclude il rapido e funzionale passaggio audio di un notiziario). Carpignano riesce a scolpire i caratteri, superando la dimensione del bozzetto sociologico, ritagliandosi dei margini preziosi di straniamento drammaturgico grazie soprattutto al parco ma efficace ricorso a uno score dai colori acidi e dissonanti (le musiche sono di Dan Romer, autore già della partitura di Re della terra selvaggia) e di una fotografia (Wyatt Garfield) apparentemente “di servizio” ma sempre figurativamente densa e con dei passaggi folgoranti come il finale della festa e soprattutto la sequenza della traversata da tregenda, illuminata a squarci da un temporale notturno che sembra ingoiare uomini e cose. Un debutto che lascia il segno dunque, e che lascia ben sperare sull’avvento di una nuova generazione di cineasti, come Segre e Lombardi, attenti a declinare uno sguardo in prima persona su un’Italia plurale, postcoloniale, in cui ci si possa finalmente riconoscere, e in più l’atout di una libertà produttiva da guerrilla filmmaker, indipendente sul serio, in grado di tessere una compagine produttiva importante senza rimanere schiacciato dalle attenzioni interessate dei partner. AAA cercasi distributore serio, esclusi perditempo.

Leonardo De Franceschi | 68. Festival de Cannes

Cast & CreditsMediterranea
Regia: Jonas Carpignano; sceneggiatura: Jonas Carpignano; musica: Dan Romer; fotografia: Wyatt Garfield; montaggio: Sanabel Cherqaoui, Affonso Gonçalves, Nico Leunen; scenografia: Alan Lampert, Paolo Nanni; costumi: Nicoletta Taranta; suono: Nicolas Becker; interpreti: Koudous Seihon, Alassane Sy, Vincenzina Siciliano, Francesco Papasergio, Aisha, Pio Amato, Fallou Fall, Mary Elizabeth Innocence, Annalisa Pagano; origine: Italia, Francia, USA, Germania, Qatar, 2015; durata: 87’; produzione: Jon Coplon, Gwyn Sannia, Jason Michael Berman, Chris Columbus, Christoph Daniel, Andrew Kortschak, John Lesher, Ryan Lough, Justin Nappi, Alain Peyrollaz, Marc Schmidheiny, Victor Shapiro, Ryan Zacarias, per Audax Films, Court 13 Pictures, DCM Productions, Good Lap Production, Grisbi Productions, Le Maiden Voyage Pictures, Nomadic Independence Pictures, Sunset Junction Entertainment, TideRock Media, Treehouse Pictures.

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