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FCAAAL 25: Concorso cortometraggi africani

di Valentina Lupi

Ovvero nuovi sguardi dall'Africa

Una delle sezioni più interessanti della 25° edizione del Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina è stata quella dedicata al Concorso Cortometraggi Africani, competizione interamente rivolta a opere di registi provenienti dall’Africa. I giovani autori, spesso al loro film d’esordio, ci offrono uno sguardo nuovo e sperimentale sulle cinematografie del continente. Dieci sono stati i cortometraggi presentati, sei provenienti dal nord Africa (Egitto, Tunisia, Algeria, Marocco), tre dall’Africa subsahariana e australe (Burkina Faso, Angola, Sudafrica) e uno dall’isola di Guadalupa.

Quest’ultimo, 4 Avril 1968 (Myriam Gharbi, Francia, Guadalupa - nella foto), unico cortometraggio in concorso realizzato da una regista donna, Myriam Gharbi, si è aggiudicato il premio come Miglior Cortometraggio Africano. Il film, già presentato alla Quinzaine des Réalisateurs 2014, è il racconto di una bambina, Sabine, che per allontanarsi dal severo ambiente familiare (vive con la zia e la cugina perché i suoi genitori sono emigrati in Francia per lavoro) si addentra nella foresta dove incontra due giovani Black Panthers rifugiatesi nell’isola. È il 4 aprile 1968, Martin Luther King viene assassinato e Sabine si ritrova a condividere il dolore e l’orgoglio di essere neri. Con delicatezza Myriam Gharbi si avvicina ai personaggi, lascia che siano i corpi a parlare, i gesti spontanei, i dialoghi semplici. La battaglia per i diritti civili (oggi più che mai attuale), letta dal punto di vista della bambina, investe i suoi sogni per divenire strumento e punto di partenza nella costruzione di un futuro diverso.

Il Premio CINIT e il Premio CEM-Mondialità è stato assegnato invece a The Dream of a Scene (Yasser Shafiey, Egitto), cortometraggio che mette in scena, attraverso la modalità metafilmica, in un gioco di rimandi continui tra documentario e fiction, la realizzazione di un film sulla rasatura dei capelli come simbolo dell’emancipazione femminile. La forza dell’opera risiede nello scomporre i momenti del taglio dei capelli: ad ogni sforbiciata in un luogo pubblico corrisponde una presa di coscienza e un gesto di libertà. La libertà di essere al di là dell’approvazione di una società patriarcale che, imponendo codici estetici e comportamentali, controlla ancora il corpo della donna.

Père (Lofti Achour, Tunisia, Francia), Premio Sunugal, è una riflessione sulla paternità al di là della biologia. Un tassista, Heidi, accompagna in ospedale una giovane donna che sta per partorire. La ragazza essendo sola cerca di affidare la paternità del bambino al tassista ignaro. Ma durante gli accertamenti medici Heidi scopre di essere sterile e di non essere di conseguenza il padre dei suoi due figli. Père diviene così un luogo di discussione sull’essere genitori, sulle responsabilità individuali e collettive nei confronti dei bambini e sulla costruzione del rapporto padre-figlio.

L’ultimo premio assegnato a un cortometraggio africano è il Premio Arnone-Bellavite Pellegrini Foundation che è andato a Lazy Susan (Michael MacGarry, Sudafrica). Girato dal punto di vista di un vassoio girevole sul tavolo di un ristorante (Lazy Susan appunto), il film mostra il lavoro quotidiano di una cameriera che serve cordialmente clienti di ogni sorta, hipster innamorati dei loro smartphone e donne sole, wash e taccagni. Ma la sorte si fa beffa di lei. Grazie all’espediente del vassoio il film si concede un’incursione sociale nella variegata Città del Capo con toni leggeri e caustici, da commedia nera.

L’altro cortometraggio realizzato da un regista sudafricano è Excuse me While I Disappear (Michael MacGarry, Sudafrica, Angola). Il film è interamente girato a Kilamba Kiaxi, la nuova città costruita interamente dalla corporazione cinese CITIC nella periferia di Luanda, il più grande investimento cinese in Angola in cambio di petrolio greggio. La città, in parte disabitata, si sviluppa secondo linee geometriche razionaliste, chilometri di strade attraversano palazzi, scuole, centri commerciali tutti rigorosamente circondati da aiuole perfette. In questo spazio urbano semideserto si muove il protagonista, un ragazzo addetto alla pulizia dei marciapiedi. Il film costruisce sapientemente il rapporto del personaggio con l’ambiente attraverso long take fissi e lentissimi zoom. La città priva di identità schiaccia, letteralmente e metaforicamente, il ragazzo, la cui identità scompare con lui in un salto.

Di minore impatto visivo e ricercatezza di senso sono sicuramente 130 km to Heaven (Khaled Khella, Egitto) e Discipline (Christophe M. Saber, Egitto, Svizzera). Il primo racconta di due ragazzi che partono attratti da una proposta di lavoro sulle rive del Mar Rosso. Peccato che il lavoro non si riveli così eccitante come immaginavano e alla prima occasione cercano di prendere un bus per Sharm El Sheikh. Nella corsa finale sono racchiusi i sogni di una generazione intera, disposta a qualsiasi cosa pur di realizzarsi.
Discipline è invece un divertente esperimento sociale. Girato in un negozio egiziano a Losanna, mette in scena le differenti risposte culturali innescate da un banale schiaffo a una bambina. È curioso notare come sia in Discipline che nel marocchino L’Homme au chien il ruolo del personaggio negativo sia ricoperto da un italiano.

Quest’ultimo cortometraggio (Kamal Lazraq, Marocco, Francia) si addentra nei quartieri malfamati di Casablanca per mostrarci lo spietato mondo dei combattimenti tra cani. Youssef, disperato per aver perso il suo cane, è costretto ad affrontare la realtà degli slums e della microcriminalità, rifuggite fino a quel momento, protetto da una vita agiata, oziosa e solitaria. Questo tour dell’orrore gli regalerà però un senso nuovo dell’amicizia e della solidarietà.

Unico film proveniente dall’Africa subsahariana è il burkinabé Oulinine Imdanate (Michel K.Zongo, Burkina Faso, Francia). Il titolo è il nome del gioco che il cortometraggio mette in scena. Un bambino al centro di un cerchio veste i panni del capraio, ogni sera lo sciacallo arriva di nascosto e ruba una alla volta tutte le sue capre. Per trovare il colpevole i bambini andranno dal giudice, la cantante e poetessa tuareg Fadimata Wallett Oumar, che con semplice sapienza farà prevalere la verità. In una commistione di documentario e fiction, Oulinine Imdanate ci offre uno squarcio sull’infanzia e sull’importanza del gioco.

Ultimo film in concorso, passato inosservato, è un piccolo gioiello algerino, Passage à niveau (Anis Djaad, Algeria). A un vecchio guardiano di un passaggio a livello arriva una lettera il cui contenuto, non svelato allo spettatore, ha delle ripercussioni sulla sua vita: una tristezza crescente sovrasta le sue giornate. L’atmosfera rarefatta e sospesa è accresciuta sfruttando la luce dell’alba e del tramonto. I dialoghi sono essenziali. Il dolore segna il volto del personaggio, ne calca le rughe, ne amplia lo sguardo. I brani musicali intradiegetici che cantano la nostalgia dell’esule e del passato accompagnano i pensieri del guardiano, evocando nello spettatore lo struggimento di una perdita. "Cosa posso vedere? È solo più triste di prima". E con queste parole, accompagnate da un lungo, lento carrello indietro sui binari di quella stazione da custodire, Passage à niveau si conclude, lasciando che la profondità del non detto continui a parlarci ancora a lungo.

Valentina Lupi | 25. Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina

Cast & Credits

4 Avril 1968
Regia: Myriam Gharbi; origine: Francia/Guadalupa, 2014.

The Dream of a Scene
Regia: Yasser Shafiey; origine: Egitto, 2014.

Père
Regia: Lofti Achour; origine: Tunisia/Francia, 2014.

Lazy Susan
Regia: Steven Abbott; origine: Sudafrica, 2015.

Excuse Me While I Disappear
Regia: Michael MacGarry; origine: Sudafrica, 2014.

130 kilometr Lel-Ganna
Regia: Khaled Khella; origine: Egitto, 2015.

Discipline
Regia: Christoph M. Saber; origine: Egitto, 2014.

L’Homme au chien
Regia: Kamal Lazraq; origine: Marocco/Francia, 2014.

Oulinine Imdanate
Regia: Michael K. Zongo; origine: Burkina Faso/Francia, 2014.

Passage à niveau
Regia: Anis Djaad; origine: Algeria, 2014.


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