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Cannes 68. La Vie en grand

di Mathieu Vadepied

Piccoli pusher crescono

Questa edizione del Festival verrà ricordata, grazie anche alla Palma d’Oro per Dheepan, come una nuova celebrazione del nazionalismo francese post-Charlie Hebdo, per l’accumularsi nelle varie sezioni di film in cui autori riconosciuti e meno hanno reso un tributo all’immagine della patria dei diritti dell’uomo e dei valori della Repubblica, che tutto e tutti copre indistintamente col suo laico ombrello. Quasi sempre, in questi film si scopre l’intento di accarezzare per il verso giusto il peso di una classe media ansiosa e che si vuole confermata nelle proprie sempre più precarie certezze ideologiche. La Vie en grand, opera prima di Mathieu Vadepied rientra pienamente in questa cornice politico-culturale, trattandosi di una produzione targata Gaumont, che ha alle spalle due campioni della diversità culturale per il grande pubblico come Eric Toledano e Olivier Nakache (Samba), qui in veste di padrini/produttori per il tardivo esordiente Vadepied, 52enne cineasta con un passato di direttore della fotografia (da Samba Traoré di Ouedraogo al blockbuster Quasi amici), scelto per chiudere la Semaine de la Critique di questo Festival di Cannes.

Adama (Balamine Guirassy) è un 14enne schivo ma sveglio di banlieue. Vive con la madre a Bondy, nella cinta esterna di Parigi e frequenta svogliatamente le superiori, arrotondando il magro bilancio familiare con un lavoretto saltuario al mercato. La madre ha appena lasciato il padre - ma ufficialmente si sono separati solo a causa della legge che impedisce in Francia la convivenza sotto lo stesso tetto di due o più co-spose, legalmente unite secondo il diritto islamico -, forse anche perché il padre stesso ha imposto il rientro forzato in Senegal del loro primogenito Kader, per punirlo delle sue cattive compagnie. Il quartiere è infatti ad alto tasso di delinquenza, le strade pullulano letteralmente di pusher e poliziotti. Adama assiste casualmente a uno scontro a fuoco tra bande e al rastrellamento notturno delle forze dell’ordine. All’indomani, l’amico del cuore di Adama, il piccolo Mamadou (Ali Bidanessy) mostra ad Adama un blocchetto di hashish caduto di mano probabilmente a qualche spacciatore inseguito dalla polizia e questo ritrovamento segna l’inizio di una piccola grande avventura.

In quattro e quattr’otto, i due decidono di impiantare un laboratorio rudimentale nel magazzino della scuola e di smerciare il fumo proprio ai compagni dell’ultimo anno. Gli affari vanno più che bene anche perché Adama riesce perfino a convincere il riottoso boss locale, vecchia conoscenza del fratello, a coinvolgerlo nel giro - col quartiere assediato nella polizia, il traffico langue e i due ragazzini passano per insospettabili - e ad affidargli quantitativi sempre più massicci di hashish da spacciare. L’improvviso afflusso di liquidi permette ad Adama di risolvere piccoli problemi familiari e togliersi il lusso di regalare scarpe a diversi ragazzini del vicinato ma esagera quando decide di investire una parte della somma dovuta al boss in una donazione anonima alla scuola indispensabile a garantire la partecipazione della sua classe a una gita a Londra. Il suo gioco viene scoperto solo in parte dai genitori ma grazie alla generosità di alcuni insegnanti e della preside (Joséphine De Meaux, attrice feticcio della premiata coppia) - pronti tutti a riconoscere le potenzialità di Adama e a piazzarlo in un collegio di pregio - Adama vede spalancarsi le porte di un futuro meno incerto.

La formula di Toledano e Nakache in chiave factory convince decisamente meno. Non che l’attenzione riservata da regista e sceneggiatori al microcosmo adolescenziale e urbano risulti viziato da finalità esterne alle logiche interne del racconto, costruito a cavallo fra realismo di base e trasfigurazione fantastica, secondo un registro drammaturgico che fa dialogare commedia, avventura e romanzo di formazione. Gli autori pagano soprattutto la scelta di appoggiarsi al punto di vista dei due ragazzini, dando spazio al rapporto privilegiato di Adama con gli insegnanti e con la preside illuminata più che a quello con genitori e fratelli, lasciato colpevolmente fuori fuoco. Lo squilibrio in termini di messinscena è rafforzato dalla scelta di interpreti non professionisti o ai loro inizi per i genitori mentre fra le controparti istituzionali di Adama ci sono due volti noti come Joséphine De Meaux (Quasi amici, Troppo amici, Les amants réguliers) e Guillaume Gouix (indimenticato serial killer nella serie di culto Les Révenants).

Il tropo del ragazzino-perbene-pusher-per-caso, che ritroviamo con qualche variante nello statunitense Dope, presentato alla Quinzaine, se lì viene trattato con una retorica survoltata, straniante e metadiscorsiva, qui viene declinato secondo le cadenze di una fiction da prima serata per famiglie, innocua ed edificante. Per il resto, l’impaginazione visiva di Vadepied, giocata molto su primi piani e illuminazione naturale e scandita dai riff di un commento musicale che rifà il verso alle partiture di Ludovico Einaudi per Toledano e Nakache, è corretta ma non regala punte memorabili.

Leonardo De Franceschi | 68. Festival de Cannes

Cast & CreditsLa Vie en grand
Regia: Mathieu Vadepied; sceneggiatura: Mathieu Vadepied, Olivier Demangel, Vincent Poymiro; fotografia: Bruno Romiguière; montaggio: Marie-Pierre Frappier; costumi: Anne-Sophie Gledhill; musica: Krishoo Monthieux; interpreti: Balamine Guirassy, Ali Bidanessy, Guillaume Gouix, Joséphine De Meaux, Léontina Fall, Adama Camara, Bass Dhem, Aristide Tarnagda, Marion Ploquin; origine: Francia, 2015; durata: 93’; produzione: Bruno Nahon, Eric Toledano e Olivier Nakache per Unité de production, Ten Films, France 3 Cinéma; distribuzione francese: Gaumont

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