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Cannes 68: Much Loved

di Nabil Ayouch

Said's Angels a Marrakech ovvero Much Sex About Nothing

Marrakech, oggi: Noha, Randa e Soukaina vivono insieme, amiche inseparabili e solidali, anche se a volte litigano violentemente. Tre donne sole, ognuna con un difficile passato familiare alle spalle, che si guadagnano da vivere facendo le prostitute. Oggetti del desiderio, corpi soppesati e toccati, sfruttati e insieme rifiutati. A darle aiuto, solo il mite autista e tuttofare Said, a cui poi si aggiungerà una quarta donna, Hlima, appena arrivata dalla campagna.
Questa in breve la sinossi di Much Loved, il sesto lungometraggio del franco-marocchino Nabil Ayouch, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs: un ritratto scandaloso e irriverente sulla condizione femminile in Marocco che non riesce però a sottrarsi al pervasivo potere degli stereotipi di genere.

Ognuna delle tre donne ha una storia difficile alle spalle.
La forte Noha, che è un po’ la maitresse del gruppo, mantiene con il suo mestiere la famiglia, che vive nella Medina (madre, fratello, sorella e un figlio che ha dovuto lasciare alle cure della nonna): una famiglia che prima la disprezza e poi finisce per rifiutarla totalmente. Neanche con l’amante francese di mezza età va molto meglio: sparisce per lungo tempo, quando moglie e figlia sono presenti, per poi tornare da lei, a dirle che l’ama e a pregarla di passare con lei la vita, ovvero una notte di passione.
Soukaina appare tanto sicura e sensuale nel suo mestiere quanto dimessa e succube nei rapporti poco chiari con un giovane che l’aspetta di tanto in tanto, davanti il palazzo dove le tre vivono: forse un fidanzato che lei di fatto mantiene e che la costringe alle sue voglie, come in una scena di sesso rubato e animalesco.
Ronda, invece, non ha mai conosciuto suo padre, che ha visto solo una volta a quattro anni e che sa vivere in Spagna: la sua meta vagheggiata per rifarsi una vita. Lei è la timida e sensibile, una lesbica non dichiarata, che scopre di essere attratta da una donna francese, in una serata in discoteca, e con lei avrà la sua prima volta al femminile, anche questa però a pagamento (nonostante lei dica alla francese che “il denaro non è importante”).
Le tre donne vengono spesso invitate ai festini orgiastici organizzati da un gruppo di sauditi, felici di poter comperare tutto con il loro denaro: serate a base di alcol, musica, danze e sesso. Serate in cui il valore in denaro delle donne, si misura dalla loro capacità di sedurre e di farsi docilmente umiliare. Uno di loro in particolare si invaghisce di Soukaina, che diventa la sua ossessione e che continua a corteggiare senza mai riuscire a fare sesso con lei. Quando Soukaina si rende conto che si tratta di un gay non dichiarato, esplode la violenza. Soukaina finisce in ospedale e ad attenderla ci sono le sue amiche, un amico travestito che si prostituisce per strada e l’immancabile Said. In ospedale raccolgono e adottano anche Hlima, una giovane arrivata dalla campagna, incinta, costretta a prostituirsi e a dormire per strada per sopravvivere.
La violenza scatena la rabbia di Noha che, ubriaca, va a lanciare pietre ed insulti contro l’abitazione dei sauditi, che però la denunciano e la fanno arrestare: naturalmente, la violenza continua. Un poliziotto, che la tiene d’occhio da un po’, violenta Noha e poi le promette di liberarla se lei denuncerà una delle sue amiche al suo posto. Ma Noha non si perde d’animo. Tornata a casa chiede alle altre tre donne e a Said di cambiare un po’ aria: andranno in vacanza al mare, come delle vere signore. Le lasciamo di spalle, a guardare il mare e a chiedersi se vale la pena di tornare a Marrakech per ricominciare la loro vita di prostitute…

Il film si regge dal punto di vista narrativo ed emotivo sull’interpretazione appassionata e credibile delle interpreti, che sanno dare corpo a questo sguardo durissimo su una società declinata al maschile e soprattutto in cui tutte le relazioni umane sembrano essere determinate solo dal denaro e da rapporti di potere. Proprio per questo i momenti più riusciti del film sono proprio quelli più intimi e quotidiani, in cui le donne parlano fra loro, si confessano, si scontrano, si sostengono.

Detto questo, a mio avviso Ayouch non riesce davvero a liberarsi dai cliché che mette in campo e che sembra in qualche modo denunciare: non andiamo oltre il prevedibile immaginario della donna araba forte e sensuale, che è insieme vittima e ribelle, creando una sorta di gineceo solidale ed indipendente, ma solo all’apparenza: per essere indipendenti, c’è bisogno del denaro e per avere il denaro le donne si sottomettono. Se in parte è proprio questa contraddizione quella che si vuole rivelare nel film, lo sguardo di Ayouch non riesce a sottrarsi e a sottrarre lo spettatore da un gusto scopofilo, dal retrogusto morboso, che non fa che ripetere e mimare lo sguardo maschile violento e dominatore su queste donne. Così come il film sembra essere il sunto perfetto, ma superficiale, di alcuni personaggi e temi ricorrenti nel cinema di Ayouch, ma anche di un certo cinema maghrebino: una comunità ai margini della società, fatta di prostitute, travestiti e bambini di strada preda dei turisti stranieri.
Anche l’aspetto dello scandalo – il film è stato da poco censurato in Marocco – sembra più fare riferimento al gusto occidentale che alla realtà marocchina, e soprattutto, anche nel voluto approccio scandaloso, realistico e disturbante, si ripropongono alcuni tabù: guarda caso, l’unica scena di sesso che non viene mostrata, pur essendo anche quella a pagamento, è quella lesbica.

L’impressione finale è quella di un film dalla confezione impeccabile e accattivante, nonostante o forse proprio grazie al naturalistico e crudo ritratto sociale, che però mette troppa carne al fuoco, con troppi spunti che non vengono davvero approfonditi e rimangono solo sulla superficie, sulla carne, appunto, delle sue protagoniste.

Al Palais, durante il festival, in coda per entrare a vedere un altro film, un francese di mezza età, visibilmente appassionato di cinema, raccontava ad alcune amiche il film con (più o meno) queste parole: “Tre giovani donne che si divertono, hanno gli uomini in pugno e sono padrone della loro vita… solo che hanno qualche problema con la famiglia… in breve il sogno di ognuno!”.
Si direbbe un altro film da quello che ho visto io. O forse è questo quello che il film rischia di scatenare, se l’immagine patinata e accattivante prevale sulla giusta distanza cinematografica nello sguardo del regista, che sembra quasi suggerire in questo quartetto di personaggi una sorta di Charlie’s Angels del sesso a Marrakech.

Maria Coletti | 68. Festival di Cannes

Cast & Credits Much Loved
Regia: Nabil Ayouch; soggetto e sceneggiatura: Nabil Ayouch; fotografia: Virginie Surdej; montaggio: Damien Keyeux; musica: Mike Kourtzer; interpreti: Loubna Abidar (Noha), Asmaa Lazrak (Randa), Halima Karaouane (Soukaina), Sara Elmhamdi Elalaoui (Hlima), Abdellah Didane (Saïd); produzione: Saïd Hamich, Eric Poulet, Nabil Ayouch per LES FILMS DU NOUVEAU MONDE, BARNEY PRODUCTION - France, NEW DISTRICT, ALI N’ PRODUCTIONS - Maroc; distribuzione francese: Pyramide Films; vendite internazionali: Celluloid Dreams; formato: 2K, colore, 1.85 ; origine: Francia/Marocco, 2015; durata: 108’.

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