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Cannes 68: Dope

di Rick Famuyiwa

Un hacker tra gli stereotipi dell'immaginario

Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs, il regista Rick Famuyiwa – dopo essere stato apprezzato al Sundance e aver realizzato tre film di culto (The Wood, Brown Sugar e Our Family Wedding) – ha conquistato pubblico e critica con il suo Dope, una tragicommedia di formazione dal ritmo hip hop ambientata nei sobborghi di Los Angeles e che si prende gioco degli stereotipi di razza e di genere in maniera efficace ed originale.

Tre amici (due ragazzi e una ragazza) – il protagonista di origini nigeriane Malcolm, l’afro-latino Jib (nero al 14% come lui stesso dice) e l’afro-lesbica Diggy – sono dei geeks (ovvero dei “secchioni”) e sopravvivono a Inglewood, un duro sobborgo di Los Angeles fra la scuola pubblica, le interviste per le iscrizioni al college sognando Harvard, le bande di strada che li minacciano e l’amore per l’hip hop anni ’90, che sublimano con la loro band punk-rock.
Tutti e tre incantati dalla bellezza della vicina di casa Nakia – anche lei studentessa, ma corteggiata da Dom, il boss di una gang del quartiere che ha lasciato gli studi – Malcolm, Jib e Diggy finiscono per essere invitati proprio da Dom a una megafesta, che si conclude con una rissa con scontro a fuoco e in seguito alla quale i tre rimangono invischiati in un giro di droga. Intelligenti e solidali, Malcolm, Jib e Diggy riescono a cavarsela alla grande, mettendo su, per liberarsi del malloppo, addirittura lo smercio di un nuovo tipo di droga attraverso la rete, ma in maniera anonima, utilizzando il laboratorio scientifico della scuola. Malcolm, che è un po’ la mente geniale del gruppo, continua a sognare Harvard e, dopo i colloqui e la lettera di motivazione, ci lascia alla fine del film con un punto interrogativo e una lettera di risposta fra le mani: sarà o no accettato dalla prestigiosa università americana? Del resto, come lui stesso ci chiede, provocatoriamente guardando in camera, “perché voler andare a Harvard dovrebbe essere strano per un nero e non per un bianco?”.

Dope è un film che lascia il segno, ben costruito, con un’ottima direzione di attori e caratterizzato da un montaggio veloce e serrato, che trae forza ed energia dalla musica e da trovate squisitamente divertenti, ma sempre intelligenti. Un film che riesce ad essere popolare e da “grande pubblico”, un “teen movie” intellettuale e irriverente, senza perdere in profondità e in compiutezza formale, senza scadere in luoghi comuni e in banalità triviali, ma anzi riuscendo in maniera leggera e precisa a giocare con le aspettative dello spettatore e a rovesciare gli stereotipi di razza e di genere più comuni. Soprattutto quando si parla di afroamericani, o di neri in generale, e di sobborghi. Il regista mette in chiaro fin da subito la polisemicità del suo testo, quando spiega nel cartello iniziale che "dope" può significare tre cose: una persona stupida, una droga o un aggettivo, sinonimo di "eccellente".

Nella lettera di motivazione che Malcolm alla fine scrive per essere ammesso all’Università parla di due ipotetici studenti neri del quartiere: uno è un secchione intelligente e motivato, che non si mescola con la vita di strada e che dovrà dimostrare di valere molto di più degli altri per farcela; l’altro invece non ha voglia di studiare e si getta nella vita di strada, fra traffici illeciti, pistole e, come unica prospettiva di vita, se non viene ucciso prima, la prigione. Malcolm, invece, dice di aver scoperto di essere insieme entrambi gli studenti: essere più cose contemporaneamente, del resto, permette di avere sguardi differenti e una visione più complessa del mondo.

Ed è proprio su questa visione volutamente complessa e a più punti di vista che si fonda magistralmente il film di Famuyiwa, che riesce a tradurre in linguaggio cinematografico le riflessioni contemporanee sulle identità – di genere, di razza, di religione, ecc – come costrutti sociali e culturali, non definiti una volta per tutte, ma in continuo movimento e in una continua ridefinizione di sé e dei propri confini. Il regista mescola e continuamente ridefinisce i personaggi e i luoghi comuni che in qualche modo rappresentano, per dare vita a una sorta di prisma delle identità in grado di sabotare i nostri pregiudizi, come un hacker dell’immaginario contemporaneo.
In questo senso, anche l’utilizzo abbondante di tutti i “trucchi” dell’epoca di internet e del digitale (montaggio veloce, il racconto che si ferma e va avanti e indietro, lo split screen, la musica che diviene parte della storia, ecc. ecc.) non sono una appendice tecnologica del film, per vendere meglio o dare prova di maestria, ma sono pienamente funzionali al racconto e alla definizione dei personaggi.

Forest Whitaker, che ha prodotto il film, in cui “compare” anche come voce narrante, ha avuto un fiuto eccezionale: credo sentiremo ancora parlare del talento di Rick Famuyiwa.

Maria Coletti | 68. Festival di Cannes

Cast & Credits Dope
Regia: Rick Famuyiwa; soggetto e sceneggiatura: Rick Famuyiwa; fotografia: Rachel Morrison; suono: Chase Keehn, Bruce Barris; montaggio: Lee Haugen; scenografia: Scott Falconer; musica: Germaine Franco (compositore), musica originale di Pharrell Williams; costumi: Patrik Milani; interpreti: Shameik Moore, Tony Revolori, Kiersey Clemons, Kimberly Elise, Chanel Ima, Keith Stanfield, A$ap Rocky; produzione: Forest Whitaker per Significant Productions, IamOTHER Entertainment, Revolt Films; distribuzione: Open Roads Films; sito ufficiale: http://youaredope.com/; formato: 2K, colore, 2.35:1; origine: Usa, 2015; durata: 105’.

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