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Fela Kuti - Il potere della musica

di Alex Gibney

L'uomo che aveva la morte nel marsupio

Dall’11 giugno arriva nelle sale italiane Fela Kuti - Il potere della musica (2014), acclamato documentario sulla straordinaria avventura umana e musicale di Fela Anikulapo Kuti (1938-97). Kuti è stato, insieme forse a James Brown e Bob Marley, l’unica icona musicale nera del Novecento in grado di sintetizzare genio artistico e attivismo politico, ma, appunto, Fela era africano, nigeriano, yoruba, non lasciò mai se non per le sue leggendarie tournée in Europa o negli Stati Uniti il suo paese, e proprio per questo pagò un prezzo altissimo a causa del suo impegno politico e sociale, finendo arrestato decine di volte e oggetto di continue incursioni da parte della polizia, al soldo di regimi militari corrotti e interessati a indebolire la sua voce. Il regista premio Oscar Alex Gibney (We Steal Secrets, Enron, Taxi to the Dark Side) è stato ingaggiato dai produttori del fortunato show Fela!, realizzato con straordinario successo a Broadway nel 2009 dal regista Bill T. Jones e fruttato ben 11 nominations ai Tony Awards, ed è riuscito ad imbarcare nel progetto tutte le figure chiave nella sua vicenda umana e artistica, a partire dai figli, che in qualche modo ne continuano la missione, Femi e Seun Kuti, ed hanno riaperto a Lagos la leggendaria sala fondata da Fela, l’Africa Shrine, ospitando anche lo spettacolo di Jones, come si può vedere nei titoli di coda nel film.

Non era affatto semplice riuscire a condurre in porto il cineritratto di una figura così controversa e bigger-than-life di Fela Kuti. Prova ne sia la montagna di progetti di biopic lanciati e abbandonati negli anni da registi anche di rilievo come John Akomfrah e più recentemente Steve McQueen: l’ultimo, portato avanti dalla Focus Features, nel 2013 era passato di mano al visionario Andrew Dosunmu (Restless City, Mother of George) ma da un po’ è finito fuori dai riflettori.
Gibney è partito sì dallo spettacolo di Bill T. Jones e quindi una parte consistente del film riprende non solo passaggi significativi dello show, con un lavoro di ripresa e montaggio spesso estremamente aggressivo e d’impatto, ma anche l’estenuante lavoro di scrittura e preparazione, documentato attraverso interviste al regista e riprese delle prove, condotte insieme al protagonista Sahr Ngaujah. Nel corso della lavorazione, Gibney ha però potuto mettere le mani su una quantità impressionante di materiali di repertorio, oltre 1500 ore di riprese relative agli spettacoli e di videointerviste a Fela Kuti, talvolta confluiti in un documentario (come nel francese Music au poing, di Jean-Jacques Flori e Stéphane Tchalgadjieff, del 1982) e inoltre ha chiamato a raccolta tutte le persone che hanno contato nella lunga vita e soprattutto controversa vita artistica e umana di Fela Kuti.

Gibney scolpisce, attraverso un assemblaggio complesso di materiali originali e di repertorio, un vero e proprio ritratto prismatico, a più voci, in cui emerge la personalità travolgente e carismatica ma anche controversa e non priva di aspetti problematici, di Fela Anikulapo Kuti, documentandone l’intera avventura umana, dalla nascita e dall’educazione in una delle famiglie più solide della regione (il padre era un insegnante e pedagogo, la madre una nota attivista anticoloniale e femminista) fino alla morte per AIDS nel 1997. Spedito a Londra nel 1959 per diventare dottore, Fela - iniziato al pianoforte già a nove anni e già animatore di cori religiosi da ragazzino - conosce il razzismo degli inglesi e si iscrive al Trinity College, dove apprende tutti i rudimenti dell’alta cultura musicale europea ma finisce per innamorarsi del jazz, in particolare di Miles Davis e Dizzie Gillespie. Studiando piano e tromba, Fela mette insieme il suo primo gruppo, i Koola Lobitos, lavorando a una sua versione colta dello stile highlife, allora diffuso in Ghana e Nigeria. Di ritorno in patria, gli inizi non sono facili: Fela inseguiva i virtuosismi dei grandi trombettisti jazz mentre i suoi compatrioti volevano anzitutto musica ballabile.

Pian piano Fela continua a lavorare sugli elementi musicali del suo stile e riesce ad avvicinarsi a quello che sarò il suo sound unico, l’invenzione dell’afrobeat. Ma quando Fela sbarca col suo gruppo negli Stati Uniti e incontra la cantante Sandra Izsadore, canta ancora in yoruba e non ha ancora una visione politica definita. Sarà l’incontro nel 1969 con il Black Panther Party, la lettura dell’autobiografia di Malcolm X e soprattutto la guida di Izsadore a introdurlo al movimento per i diritti civili e a stimolarlo a imbracciare il sax come fosse un fucile. Sandra lo segue a Lagos e si ritrova irretita in un menage già poligamico. Nell’arco di pochi anni, Fela dà al suo afrobeat un’anima di contestazione radicale dell’establishment politico.

I vari Obasanyo e Abiola che cita a chiare lettere come capi del sistema corruttivo diffuso - dopo la fine della guerra del Biafra, la Nigeria è entrata in una fase di forte instabilità politica ma di esponenziale crescita economica grazie ai proventi del petrolio - sono esponenti di famiglie a lui ben note dalla nascita. Facendosi forte del proprio carisma (si fa chiamare Anikulapo, letteralmente "l’uomo che ha la morte nel marsupio", autodefinendosi immortale), dello stratosferico successo popolare dei suoi dischi e della propria capacità di coinvolgere numerose persone del suo quartiere, togliendole dalla strada e inserendole nel suo entourage artistico, Fela arriva a costruirsi una sorta di piccolo stato nello stato, la cosiddetta Kalakuta Republic, che gravita attorno a una casa-studio di registrazione, protetta dalle case dei sodali e delle mogli - arriva nel 1978 a sposarne 27, perlopiù coriste e ballerine, in un festoso rituale collettivo - circondata dalle case dei sodali del quartiere, con tanto di filo spinato elettrificato.

La fama internazionale, il carisma e la vicinanza del popolo di Kalakuta non bastano però a proteggerlo dalle attenzioni del regime. Quando, complice il radicalismo imparato negli States e il linguaggio visivo delle copertine dei suoi album, comincia ad alzare il tiro e a sparare metaforicamente contro i pezzi grossi del regime, gli International Thief Thief, e a chiamare i loro ciechi esecutori, poliziotti e unità dell’esercito, come zombi, pronti ad eseguire meccanicamente ogni ordine e a macchiarsi dei crimini più efferati, scatta la repressione più violenta. Nel 1977, un commando composto da centinaia di agenti fa irruzione a Kalakuta mettendola a ferro a fuoco, uccidendo l’amatissima madre e ferendo gravemente anche lo stesso Fela. La morte della madre, celebrata più avanti nel drammatico pezzo Coffin for Head of State, e l’impossibilità di tenere assieme una compagine così numerosa di musicisti e ballerine come quella del primo leggendario ensemble, gli Africa 70, lo mette in una situazione difficile.

Dopo un’importante tournée a Berlino nel 1979, Fela viene abbandonato da una parte consistente dei suoi musicisti e deve formare una nuova band, gli Egypt 80, nei quali viene coinvolto il figlio Femi. Sempre più conosciuto in Europa, sempre più consapevole del proprio ruolo di leader, Fela fonda un partito politico e cerca di accreditarsi per le elezioni, senza rinunciare alla produzione discografica e ai concerti. Il suo afrobeat perde la dimensione funky e assume cadenze più secche e seriali. Le attenzioni del regime continuano però: vessato, fatto oggetto di continue incursioni e arresti, Fela cerca rifugio nella marijuana e nella religione animista yoruba, inseguendo il fantasma della madre. L’ultimo periodo è quello più controverso. Sempre più rigoroso sul piano musicale, perfezionista e implacabile sul palco, insofferente nei confronti di un’industria discografica che non digerisce le sue composizioni interminabili - i suoi pezzi superano regolarmente i venti minuti, assumono ritmi sempre più trance e lo portano fuori dalla formula ormai consolidata dell’afrobeat - Fela non disarma nei confronti del potere politico ma, passando da un vitalismo edonistico e radicato nella passione militante a una spiritualità sempre più intrisa di valori mistico-simbolici, finisce soggiogato da un fantomatico guru che arriva a presentare come sua guida spirituale nei concerti.

Arrestato per un presunto caso di esportazione illegale di capitali, finisce per l’ennesima volta in carcere, stavolta per un periodo più lungo del consueto. Il suo status di icona della lotta per i diritti civili in Nigeria - il film viene distribuito con il patrocinio di Amnesty Italia - e più in generale nel suo continente (è in prima fila nella denuncia del regime dell’apartheid in Sudafrica) fanno sì che intorno alla sua liberazione si mobiliti il gotha della musica mondiale, finché Fela torna al suo pubblico per la sua parabola finale, segnata dagli inizi della malattia che lo porterà alla morte, a causa del suo vitalismo sessuale e della sua presunzione di immortalità, nonostante due fratelli medici e per ironia della sorte responsabili della campagna nazionale anti-AIDS.

Gibney riesce con equilibrio a tenere il bandolo della matassa e giostrando tra i vari livelli della narrazione e le varie voci che presentano e raccontano, con registri e gradi di vicinanza diversi, l’uomo, il musicista, il leader militante. Certo sul piano della regia si nota una certa farraginosità, il registro visivo oscilla fra il dinamismo delle riprese dello spettacolo, la staticità delle interviste in presa diretta e l’eterogeneità dei materiali di repertorio, che pure rimangono di gran lunga gli elementi trainanti dell’operazione. Fela Kuti - Il potere della musica rimane un ritratto musicale composito e rigoroso, in cui le mille anime di un artista poliedrico e sfuggente come "il presidente nero" vengono passate in rassegna e affrontate, senza indulgere in censure o abbellimenti monumentali. Il genio musicale puro, il coraggio del leader in prima linea contro il potere convivono con una tensione spiritualista che lo espone a compromettenti rapporti di dipendenza e soprattutto con un’esperienza del femminile che poco aveva a che fare con la poligamia tradizionale e molto più col sessismo radicale ed autoconsapevole degli stessi leader del black power.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsFela Kuti - Il potere della musica (Finding Fela!)
Regia: Alex Gibney; fotografia: Maryse Alberti; montaggio: Lindy Jankura; musiche: Fela Anikulapo Kuti; mixer: Tony Volante; post-supervisione: James Salkind; ricerche: Shari Chetok; interviste: Femi Kuti, Yeni Kuti, Seun Kuti, Bill T. Jones, Jim Lewis, Rikki Stein, Lemi Ghariokwu, Queen Kewe Anikulapo-Kuti, Michael Veal, Sandra Izsadore, John Darnton, Dele Sosimi, J.K. Braimah, Francis Kertekian, Tony Allen, Carlos Moore, Okwechime Abdul, Ogugua Iwelu, Ahmir "Questlove" Thompson, Paul McCartney; produzione: Karidja Toure, Assa Sylla, Lindsay Karamoh, Marietou Toure; origine: USA, 2014; formato: DCP, colore; durata: 119’; produzione: Ruth Hendel e Stephen Hendel per Jigsaw Productions, in associazione con Knitting Factory Entertainment, okayplayer, okayafrica; distribuzione: Wanted Cinema

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