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Morbayassa

di Cheick Fantamady Camara

O la danza del ricongiungimento

Presentato giovedì scorso alla Casa del Cinema di Roma, in anteprima nazionale, Morbayassa è uno dei sette lungometraggi proposti al RomAfrica Film Festival (RAFF). Il film, seconda opera del regista guineano Cheick Fantamady Camara, dopo una lunga gestazione (le riprese sono iniziate nel luglio 2010) ha concorso nella sezione lungometraggi del Fespaco 2015, ottenendo il Premio Paul Robeson. Parzialmente autoprodotto dal regista, che ha investito i ricavi della vendita ad ARTE del suo primo lungometraggio Il va pleuvoir sur Conakry, Morbayassa attraversa due capitali africane, Dakar e Conakry, per approdare successivamente a Parigi.

Bella è una giovane guineana che lavora come danzatrice e prostituta in un cabaret di Dakar, gestito dal clan mafioso di Kèba. Una sera incontra un collaboratore delle Nazioni Unite suo connazionale, Yelo, il quale, innamoratosi di lei, la spinge a fuggire da Kèba. Inizia così una nuova vita. Bella torna ad essere Koumba, il suo nome di nascita, ed è pronta per andare a Parigi alla ricerca di sua figlia, abbandonata in un orfanotrofio quando era ancora neonata e poi adottata da una coppia dell’alta borghesia parigina. Con il cambio di location comincia la seconda parte del film, incentrata sulla ricerca e sull’incontro con la figlia Vanessa, diciassettenne inquieta. Riuscirà Koumba a danzare la Morbayassa alla fine delle sue peripezie?

La Morbayassa è una leggenda e una danza mandinga. Il nome deriva dall’unione dei nomi di una coppia, Mori il marito e Yassa la moglie. Il rituale viene eseguito dalle donne che hanno avuto problemi durante il parto o che si sono ricongiunte a un figlio dopo una lunga separazione. Il regista trae ispirazione da un racconto personale e lo immerge nella cultura tradizionale animista.

Morbayassa è un racconto al femminile, in cui le donne sono il solo motore dell’azione e relegano gli uomini a un ruolo meramente accessorio. Koumba (straordinaria interpretazione della cantante maliana Fatoumata Diawara) gioca più parti: è prostituta ma anche madre per cui cerca di cambiare la propria vita, di riconciliarsi con il passato e costruire un futuro diverso. La storia di Koumba diviene allora la metafora di un’Africa che lotta per uscire dalle sue difficoltà, nelle stesse parole del regista: “l’Africa è il solo continente che ha un vissuto atroce, è la preda degli avvoltoi ma essa rifiuta di morire”. L’altra figura femminile che ricopre un’importanza narrativa è Vanessa. La giovane si fa carico di una crisi identitaria adolescenziale che la spinge alla ricerca delle proprie radici. Solo il difficile e doloroso incontro con Koumba le aprirà la strada verso una nuova conoscenza di sé.

Il film, che aspira a un’ampia denuncia delle istituzioni africane e internazionali, si perde però nello sviluppo narrativo. Il racconto è slegato e sembra procedere per assunti: le denunce contro la corruzione africana, l’Onu e l’ipocrisia occidentale vengono scagliate attraverso battute sì pungenti ma che rimangono in superficie e che non hanno ricadute nel racconto. La disillusione di Yelo, accompagnata dall’accusa di Kèba (“noi facciamo lo stesso mestiere: voi alle Nazioni Unite siete i papponi dei capi di Stato”) non è motivata e non ha nessuna conseguenza. Così come l’ipocrisia borghese occidentale resta impigliata in una sola battuta: “l’Africa è una cosa, gli Africani sono un’altra cosa!”

Valentina Lupi | RomAfrica Film Festival

Cast & CreditsMorbayassa
Regia: Cheick Fantamady Camara; sceneggiatura: Cheick Fantamady Camara, Marc Gautron, Catherine Foussadier; fotografia: Rémi Mazet; interpreti: Fatoumata Diawara, Tella Kpomahou, Alexandre Ogou, Claire Simba; origine: Francia/Guinea; durata:120’; produzione: Cop Films, Les Films du Djoliba, OIF

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