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In un posto bellissimo

di Giorgia Cecere

Vengo, ti cambio la vita e scompaio

Il 27 agosto è uscita in circa sessanta sale italiane l’opera seconda di Giorgia Cecere, In un posto bellissimo, sceneggiata come l’applaudito esordio Il primo incarico (2010) da Pierpaolo Pirone, e soprattutto interpretato, come quello, da Isabella Ragonese, fra le attrici più misurate e sottili dell’ultima generazione. Il film è stato girato per sei settimane ad Asti e dintorni, prodotto col sostegno della Film Commission Torino Piemonte, con una troupe composta, pare, dal cinquanta per cento di maestranze locali.

E’ quindi ad Asti, un capoluogo della buona e operosa provincia piemontese, che vive Lucia, una donna sulla trentina che vive moderatamente soddisfatta della propria esistenza piccolo-borghese, accanto al marito Andrea (Alessio Boni) e al figlio Tommaso (Michele Griffo). Tutte le mattine si reca al lavoro nel negozio di fioraia che ha in gestione con una socia un po’ fastidiosa (Tatiana Lepore), per poi preparare a casa la cena per i suoi due uomini. Finché una domenica, sul greto di un fiume qualcuno sbuca dal nulla per rubare i pantaloni del marito, andato col figlio a fare un bagno fuori stagione, e questo piccolo incidente, insieme a un incontro difficile - la madre di un’amica d’infanzia (Piera Degli Esposti) - e a una scoperta imprevista - il tradimento del marito con una collega - sconvolgono il suo accidioso trantran quotidiano e riportano alla luce una natura molto più inquieta e irrisolta.

Il primo segno di rottura è l’iscrizione alla scuola guida, dove Lucia fa la conoscenza dell’istruttore Angelo, timido e solitario (Paolo Sassanelli) e di una giovanissima allieva, Sara (Carlotta Galli) che per freschezza e voglia di vivere le ricorda l’amica Paola, perduta in un’incidente diversi anni prima. Ma a far deragliare l’ordinario scorrere dei giorni è soprattutto l’incontro con Faysal, un ambulante che vende paccottiglia davanti al suo negozio, implicato nel furto citato, dal quale si sente misteriosamente attirata proprio nel momento in cui comincia ad avvertire la propria distanza rispetto a quell’esistenza ovattata e cementata dal godimento di un moderato benessere e dall’osservanza del senso comune. Il ricordo dell’amica e la voglia di rimettersi in gioco attraverso il corso di scuola guida sembrano riattivare in Lucia fragilità ed entusiasmi sopiti ma la tentazione di tornare ad accontentarsi della sua condizione di relativo privilegio sembra portarla nuovamente a ripiegare.

Mi guardo bene dal rivelare l’epilogo di questo piccolo thriller dei sentimenti, com’è stato definito dalla stessa regista, costruito con una certa intelligenza delle logiche della narrazione, in modo da usare le stesse incertezze della protagonista per spiazzare le attese dello spettatore. Cecere conferma la propria qualità di direttrice di attori, radiografa della soggettività femminile e tessitrice di narrazioni del quotidiano, anche se qui il suo sguardo rimane volutamente stretto sulla protagonista a scapito del contesto della cittadina di provincia, che appare tenuto fuori fuoco sul piano visivo ma anche sociologico. Se si eccettua la breve sequenza d’epilogo infatti, peraltro superflua, tutto il film è incentrato sul punto di vista di Lucia, soggetto/oggetto che fa da perno all’azione e i cui umori vengono commentati con misura dalle incursioni morbide dello score di Donatello Pisanello: segnalo, a proposito di un uso intelligente della musica, sia la sequenza della discoteca sia soprattutto quella - compromessa solo dagli insistiti controcampi su Boni - in cui Lucia si lascia andare in un bar-karaoke a un’esecuzione ad alto tasso di immedesimazione di un bellissimo brano di Nada, Luna in piena.

Spiace, davanti a un ritratto al femminile così sfaccettato e aperto e servito con sempre maggiore maturità attoriale da Isabella Ragonese, vedere che, se le dinamiche della classe e del genere vengono per così dire evocate a un livello soddisfacente di chiarezza, l’incontro con Faysal, presentato come portatore di una "differenza" antropologica irriducibile al vissuto della piccola provincia bene, contribuisce sì a scatenare un salutare processo di ridiscussione nella protagonista, ma non viene accompagnato da un percorso di crescita nel personaggio, che rimane, nonostante le numerose occasioni di confronto con Lucia, una figurina fuori fuoco. Come è accaduto in molti altri film del "cinema italiano dell’immigrazione", da Terraferma a I corpi estranei, Faysal è lo "straniero" il cui incontro cambia la vita del o dei protagonisti, aprendo spiragli e opportunità di volta in volta colte o rifiutate, ma rimane tratteggiato allo stadio di personaggio-funzione, con tutte le generalizzazioni tipologiche del caso. In questo caso, di Faysal (il cui nome viene appreso ex-post da Lucia solo grazie a uno dei suoi tre compari di "stranieritudine") riusciamo a cogliere solo lo spirito sostanzialmente integro e la tenacia nell’inseguimento di un miraggio forse impossibile (la terra-promessa Danimarca), oltre a una tenera attrazione per Lucia. Niente di più.

A colpire poi non è tanto che il personaggio venga interpretato (qui con una certa felice freschezza) da un non professionista - così accade purtroppo nella stragrande maggioranza dei film sui temi dell’immigrazione post-1989 -, ma che si chiami come l’interprete - secondo una consuetudine tipica del cinema coloniale fascista - e che lo stesso pressbook sia straordinariamente carente di informazioni su attore e ruolo. Che Faysal (personaggio) sia egiziano lo ricaviamo da una battuta di Boni in un’intervista, forse di trattava di una informazione presente in sceneggiatura e tagliata al montaggio. Che Faysal (interprete) sia invece un astigiano di seconda generazione, uno dei membri della troupe in quota locale, lo ricaviamo solo grazie a Facebook, visto che Abbaoui non sembra essere stato invitato in nessuna delle presentazioni che hanno accompagnato il film, nonostante la rilevanza del suo ruolo. Così, proprio il fantasma salutare di uno "straniero" dall’indefinibile origine orientale viene incarnato da un figlio dell’Italia multiculturale del presente, con un paradosso che dovrebbe far riflettere sulla persistente chiusura d’orizzonti di autori e sceneggiatori del cinema italiano. Verrebbe da dire, forzando un po’, che qui un ancoraggio dominante alla soggettività femminile ha fagocitato un’embrionale, fantasmatica prefigurazione di soggettività migrante, occultando del tutto una soggettività postmigrante, nativa, pienamente integrata sul piano territoriale ma che ancora stenta a essere messa a fuoco.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsIn un posto bellissimo
Regia: Giorgia Cecere; sceneggiatura: Giorgia Cecere e Pierpaolo Pirone; fotografia: Claudio Cofrancesco; musiche: Donatello Pisanello; montaggio: Annalisa Forgione; scenografia: Giorgio Barullo; costumi: Daniela Ciancio; interpreti: Isabella Ragonese, Alessio Boni, Paolo Sassanelli, Michele Griffo, Feysal Abbaoui, Tatiana Lepore, Teresa Acerbis, Massimo Maffei, Carlotta Galli, Carlotta Carafa, Piera Degli Esposti; origine: Italia, 2015; formato: DCP, Dolby Srd; durata: 100’; produzione: Donatella Botti per Bianca e BiancaFilm, in collaborazione con Rai Cinema; distribuzione: Teodora Film.

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