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Appena apro gli occhi

di Leyla Bouzid

La verità nella grana della voce

In occasione dell’uscita in sala (oggi 28 aprile) dell’opera prima della regista tunisina Leyla Bouzid, talentuosa figlia d’arte (suo padre Nouri Bouzid maestro del cinema moderno tunisino presenta questa sera il film all’Apollo 11 di Roma), ripubblichiamo la nostra recensione del film dalla Mostra di Venezia.

***

Non è difficile immaginare che questo film di Leyla Bouzid, illustre figlia d’arte del grande Nouri, maestro indiscusso del cinema tunisino moderno, sia destinato a rimanere nella memoria felice delle Giornate degli Autori, come per esempio WWW-What a Wonderful World di Faouzi Bensaïdi (2006) e Andalucia di Alain Gomis (2007).
Appena apro gli occhi, accolto con calore dal pubblico della Mostra, pur essendo un’opera prima, rivela nella minuta 31enne regista di Tunisi, con alle spalle solo tre cortometraggi pluripremiati, oltre al diploma di regia alla Femis, uno sguardo già sorprendentemente maturo e riconoscibile, insieme alla capacità di convincere produttori e gestori di fondi di diversi paesi, visto che il film, sostenuto dal Ministero della cultura tunisino, è stato realizzato in coproduzione con Francia e Belgio e ha beneficiato del Fondo Sanad del Festival di Abu Dhabi. Che i selezionatori di Venezia abbiano visto giusto è confermato indirettamente dal fatto che il film in questi giorni viene presentato in parallelo a Toronto.

L’azione si svolge a Tunisi, nell’estate del 2010, a pochi mesi dalla caduta del regime di Ben Ali. Farah (Baya Bedaffar) è una ragazza di 18 anni, radiosa, libera e appassionata. Tutte le sue energie migliori sono profuse nella musica. Farah ha infatti una band, Joujma, composta dall’amica di scuola Inès (Deena Abdelwahed), che cura tastiere ed effetti, Borhene (Montasser Ayari), che scrive i testi e suona l’oud, e altri due ragazzi, Sami (Marwen Soltana) e Ska (Youssef Soltana). Entusiasti, sono passati da cover a canzoni originali che mescolano sonorità e ritmi tradizionali a colori contemporanei, acidi ed elettronici: i testi gridano la rabbia e l’impotenza di un’intera generazione, stretta fra l’incudine di un potere mafioso e oppressivo e il martello di un occidente che lusinga e annega. "Paese mio / terra di cenere", "Appena apro gli occhi / vedo chi si ritira in esilio", "Come un uccello notturno / che cerca di sfuggire all’inevitabile", "Ci chiediamo / che cosa vogliamo scatenare".

Farah deve fare i conti con una madre, Hayat (Ghalia Benali), iperprotettiva e pronta a correggere di suo pugno la sua domanda d’iscrizione all’università pur di assicurarle a suo dire un futuro più sicuro - la Tunisia ha più bisogno di medici che di musicologi -, e un padre affettuoso ma assente, responsabile di un impianto minerario nel sud, a Gafsa. Il successo del primo piccolo concerto la spinge ad andare avanti nonostante l’ostilità della madre, ma le cose cambiano quando Mahmoud, un funzionario dei servizi segreti, un tempo legato ad Hayat, fa capire alla donna che i ragazzi si stanno spingendo troppo oltre e a rischiare di più è proprio Farah. Il sogno della musica sembra infrangersi davanti all’ostilità del potere che produce effetti anche all’interno del gruppo, insieme alle insidie di una passione che lega la ragazza all’autore dei testi.

Intorno a loro si muove un piccolo mondo di ragazzi che cercano nei testi delle canzoni di trovare un’eco per i propri fantasmi di rivolta, di vecchi che trovano nell’alcool e nell’amicizia la consolazione ai propri sogni traditi, di donne ed uomini nati liberi, che il potere ha piegato al silenzio o ha addirittura assoldato al suo servizio. In questo microcosmo, colpisce il ritratto di Ahlem, una giovane colf nera di origini contadine, vivace e ironica, legata da un’amicizia sincera a Farah ma che Hayat, forte di uno status sociale e di un privilegio bianco avvertibile anche in Tunisia, cerca di manipolare, usandola per sorvegliare a distanza la figlia. Il fulcro del film tuttavia è altrove, in questo rapporto fra madre e figlia che sembra minato da contraddizioni insormontabili e si scopre invece implicato in una dinamica di rispecchiamenti e immedesimazioni difficile da districare ma alla fine vitale e decisivo per entrambe, che può ricordare, con tutte le differenze del caso, quello tra le due protagoniste de Le Silence du palais (Moufida Tlatli, 1994), scritto anche da Bouzid padre.

In Appena apro gli occhi ritroviamo, del cinema di Nouri, la volontà di dare voce e restituire la complessità della condizione femminile in una cultura patriarcale come quella tunisina, l’amore incondizionato per gli umili schiacciati dal regime (come il vecchio cantante davanti a cui Farah si esibisce in pubblico per la prima volta, in un contesto che ricorda i bar di Poupées d’argile), la strategia drammaturgica di usare la musica per dare forma poetica e universale a un insopprimibile desiderio di libertà. Ma Leyla possiede una capacità tutta sua di valorizzare talenti e capacità anche degli attori non professionisti, cambiando la sceneggiatura in funzione di alcuni incontri felici (come quello con le due giovani interpreti di Inès e Ahlem). A questo si aggiunga anche un senso del racconto più libero e pronto ad accogliere discontinuità, rotture e cambiamenti di ritmo, secondo una partitura dissonante che rifà il verso a quelle del gruppo. Nel partecipato incontro col pubblico che ha seguito la proiezione, Leyla ha rivelato di aver stupito Ghalia Benali, che in Tunisia è ben nota soprattutto come cantante, pur avendo recitato un ruolo di rilievo in La Saison des hommes (Moufida Tlatli, 2000), proponendole il ruolo di una madre di cantante, ma di aver cambiato il finale previsto in sceneggiatura, grazie proprio alla chimica che aveva visto crearsi sul set fra le interpreti.

Il film si lascia ricordare anche per la felice sicurezza con cui Leyla Bouzid domina la retorica visiva, alternando fra sequenze tutte girate a macchina a mano, strette e nervose, perlopiù imperniate sul punto di vista di Farah (pur non mancando soggettive ascrivibili alla madre nella seconda parte del film) ed altre in piano sequenza: qui la cinepresa, appoggiandosi a lievi traiettorie dello sguardo, raccoglie la verità di un gioco attoriale che talvolta slitta dalla voce recitante a quella cantante e viceversa, senza mai perdere di intensità nella ricerca della performance pulita. Stiamo parlando, evidentemente, di resa e direzione d’attori, e se è doveroso un plauso incondizionato per le due interpreti principali, entrambe in grado di esprimere un ventaglio ricco e vibrante di sfumature, colpisce in Leyla la capacità di ottenere il massimo di verità dai molti non professionisti presenti, anche nelle sequenze di musica dal vivo, dove tutti gli attori suonano e cantano in presa diretta. Difficile se non impossibile, capire quanto di questa feconda sinergia fra musica e cinema si debba alla qualità del lavoro di scrittura musicale del compositore irakeno Khyam Allami e del paroliere tunisino Ghassan Amami, in entrambi i casi pregevolissimo e messo con intelligenza a sistema dalla regista.

Leonardo De Franceschi | 72. Mostra Internazionale dl’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & Creditsappena apro gli occhi (A peine j’ouvre les yeuxI
Regia: Leyla Bouzid; sceneggiatura: Leyla Bouzid e Marie-Sophie Chambon; fotografia: Sébastien Goepfert; musiche: Khyam Allami; testi delle canzoni: Ghassan Amami; montaggio: Lilian Corbeille; interpreti: Baya Medhaffar, Ghalia Ben Ali, Montassar Ayari, Lassaad Jamoussi, Aymen Omrani, Deena Abdelwahed, Marwen Soltana, Youssef Soltana, Younes Ferhi, Fathi Akkeri, Saloua Mohammed; origine: Tunisia/Francia/Belgio, 2015; formato: DCP, Dolby Srd; durata: 102’; produzione: Anthony Rey, Sandra da Fonseca e Imed Marzouk per Blue Monday Productions, Hélicotronc e Propaganda Production; distribuzione internazionale: Doc & Film International.

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