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Venezia 72. The Endless River

di Oliver Hermanus

Dopo la violenza l'attesa

Tra i nomi di punta del cinema sudafricano contemporaneo, dopo aver intrigato Locarno nel 2009 con Shirley Adams e Cannes quattro anni fa con Skoonheid, Oliver Hermanus porta stavolta a Venezia l’ultima pala di questo polittico dedicato a un’umanità fragile e travolta da una realtà sociale violenta, in cui è difficile inseguire i propri desideri. Se il primo film faceva perno sull’universo femminile e il secondo su quello omofilo, questo terzo è incentrato su un rapporto etero impossibile, tra un uomo e una donna che tutto - “razza”, classe, provenienza - sembra separare, oltre a un cadavere. Hermanus si conferma maestro di un cinema che si nutre di ambiguità ed ellissi, rifuggendo da facili effetti e negandosi laddove lo spettatore, almeno il più pigro, sembra prevedibilmente aspettarlo.

"Fiume senza fine" è, anzitutto, la traduzione letterale del nome di una cittadina, nella Provincia del Capo, Riviersonderend. Il film si apre sulla scena di un ritorno atteso in famiglia, quello del nero Percy (Clayton Everson) che, scontati quattro anni per il suo coinvolgimento in una gang, viene finalmente rilasciato ed è accolto nella casa della suocera Mona (Denise Newman) con una certa freddezza, compensata dalla dedizione della moglie, che tutti chiamano Tiny (Crystal-Donna Roberts) per la corporatura minuta. Nel fastfood dove lavora, Tiny scambia qualche parola con un cliente francese e bianco, Gilles (Nicolas Duvauchelle), che vive da poco in una villa isolata fuori città, insieme a moglie e due figli. Quella sera stessa, dopo cena, Gilles esce a fare un giro, e in sua assenza una gang di tre ragazzi neri assalta la villa, violenta la donna e uccide moglie e figli in un’escalation di violenza insensata.

Devastato dal dolore e dal desiderio di vendetta, Gilles vede il proprio caso preso in mano con una certa sufficienza da un funzionario nero della provincia e si rivolge al responsabile, bianco, della centrale locale, il capitano Groeneweld, per ottenere giustizia. Messo alle strette, il poliziotto finisce per rivelare al francese un segreto d’ufficio compromettente. Pochi giorni dopo, Percy, che nel frattempo era rientrato subito nel giro della sua gang, viene ritrovato morto nel vialetto della villa di Gilles, investito da un auto. A questo punto è Tiny a chiedere giustizia ma l’unica persona che sembra in grado di capire la sua sofferenza è proprio Gilles che, dopo averla incontrata un paio di volte, le chiede bruscamente di partire con lei. Ne nasce un rapporto intricato, pieno di asimmetrie e non-detti, nel quale entrambi saranno costretti a fare i conti con i propri fantasmi interiori.

Secondo una formula spesso abusata, The Endless River si presenta come un thriller dei sentimenti, centrato su due personaggi-pivot, Gilles e Tiny, destinati a vivere in due mondi paralleli e non comunicanti. Il loro incontro produce una serie di ricadute imprevedibili, determinando forse la stessa lieve insofferenza al ménage familiare che porta Gilles ad uscire nella sera del massacro. Da parte sua, Tiny sembra attirata anche dal senso di sicurezza che Gilles trasmette e dalla cortina di discrezione con cui lui l’avvicina, senza chiederle nulla. Il racconto, scandito forse inutilmente in tre capitoli, ciascuno dei quali porta il nome di un personaggio (Gilles, Percy, Tiny), presenta un andamento rapsodico, irregolare, disseminato di ellissi, scandito dall’immagine ricorrente di due fari che fendono un temporale notturno. Prima ancora di presentarci personaggi e plot, Hermanus dichiara già nei titoli di testa, attraverso il lettering dei titoli e l’uso di una colonna sonora sostenuta da un’ampia orchestra, i suoi debiti espliciti ai melodrammi hollywoodiani anni ’50.

Tuttavia, come già in Skoonheid e come evidenziato anche nelle interviste, questi riferimenti si sposano con una scrittura filmica che gioca su ritmi rallentati, in modo da rafforzare la dimensione intimistica, scompone il visibile in una miriade di primi piani, frammenta la colonna suoni con frequenti scarti e spezza lo stesso ordito narrativo, anche attraverso un insistito rimando al paesaggio visivo e sonoro. Gli scorci antropici e naturali, spesso incorniciati con una competenza compositiva potenziata dall’uso del cinemascope, hanno l’effetto di raggelare, insieme con una gestione molto controllata della recitazione e dei dialoghi, la materia drammaturgica, rafforzando la percezione di un trattamento costante dei materiali della messinscena, in modo da sottrarsi alle trappole di un realismo sociale diretto.

Una colonna sonora improntata a un sinfonismo d’antan cuce insieme virtuosisticamente diverse sequenze di montaggio, come quella in cui si consuma il massacro della famiglia di Gilles, secondo una prassi dedrammatizzante qui davvero felice. Nel terzo segmento del film, quando il plot imbocca la strada del percorso a due, Hermanus fa deragliare definitivamente le attese dello spettatore, lasciato bollire nell’attesa frustrante di un evento che faccia ripartire la narrazione. Assistiamo invece a una scoperta, forse provocata, ma destinata anch’essa ad essere ricucita. I due interpreti principali, a cui Hermanus ha dedicato un trattamento particolare nella gestione del set, rispondono con disponibilità a dei compiti performativi che travalicano un certo realismo convenzionale, oscillando fra un naturalismo introspettivo e un’astrazione rarefatta e ricercata.

Leonardo De Franceschi | 72. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & CreditsThe Endless River
Regia: Oliver Hermanus; sceneggiatura: Oliver Hermanus; fotografia: Christ Lotz; musiche: Braam du Toit; montaggio: George Hanmer; suono: Dieteck Keck; interpreti: Nicholas Duvauchelle, Crystal- Donna Roberts, Clayton Everson, Denise Newman, Darren Kelfkens, Katia Lebarsky; origine: Sudafrica/Francia, 2015; formato: Prores HD, Dolby 5.1., 1:2.39; durata: 108’; produzione: Didier Costet, Marvin Saven e Genevieve Hofmeyr per Swift Productions e Moonlighting Stu Productions; distribuzione internazionale: UDI.

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