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Venezia 72. To Sleep with Anger

di Charles Burnett

Il male necessario

Uno degli eventi più singolari della Sezione Venezia Classici di quest’anno è senz’altro la presentazione della copia restaurata da Sony Pictures di To Sleep with Anger, diretto nel 1990 da Charles Burnett, ospite della Mostra anche nelle vesti di giurato del Premio Luigi De Laurentiis per le opere prime. Compagno di strada e di studi alla UCLA di Haile Gerima, Julie Dash e altri meno noti, che diedero vita nei primi anni Settanta alla Scuola di Los Angeles, Burnett rappresenta una delle personalità più originali nel panorama della produzione indipendente, lanciato dalla Berlinale nel 1978 con Killer of Sheep e destinato a un percorso autoriale molto riconoscibile, nel solco di un realismo intimista inteso a raccontare la comunità nera, come ha ricordato prima della proiezione, con registri lontani dalle distorsioni ricorrenti nell’immaginario hollywoodiano.

All’interno della più che quarantennale produzione burnettiana (il primo corto è datato 1969), che conta un piccolo classico come My Brother’s Wedding (1983), restaurato alla Berlinale 2007 e il meno personale Namibia: The Struggle for Liberation, visto al Festival di Roma lo stesso anno, To Sleep with Anger rappresenta un episodio di particolare interesse. Vi ritroviamo elementi di continuità evidenti, come il radicamento socio-culturale nelle comunità nere, individuate come pubblico di riferimento, insieme al piacere di lavorare con alcuni attori feticcio (Carl Lumbly e Danny Glover su tutti), ma anche una costruzione drammaturgica insolitamente strutturata ancorché tesa a spiazzare lo spettatore, attraverso una mescolanza irregolare di toni drammatici e leggeri.

Il plot, dall’andamento corale, vede al centro una famiglia nera originaria del sud, che si è trasferita da vari decenni in un quartiere residenziale di Los Angeles, composta da Gideon (Paul Butler) e Suzie (Mary Alice), una coppia sulla sessantina, rimasti entrambi molto legati nell’immaginario e nel sistema di valori al sud contadino. I due figli, Junior (Lumbly) e Babe Brother (Richard Brooks) sono agli antipodi: tanto il primo è premuroso e ligio al dovere come il padre, quanto il secondo è scostante e preso dal lavoro. Le mogli rispecchiano un po’ i rispettivi coniugi: Pat (Vonetta McGee), che aspetta un bambino, si dedica nel tempo libero al volontariato, mentre Linda (Sheryl Lee Ralph) non sopporta i suoceri, ma lascia che il marito parcheggi da loro il figlioletto spesso e volentieri.

L’equilibrio incerto della famiglia esplode quando alla porta si presenta Harry (Danny Glover), un vecchio amico di Gideon e Suzie, che non vedono da trent’anni, di passaggio in città. Affabile e pieno di savoir faire, Harry ben presto mette radici, spingendo l’anziana coppia a organizzare feste nostalgiche in cui sono chiamati a raccolta tutti i vecchi amici del sud trasferitisi in zona e riemergono tradizioni perdute e pagine poco chiare del passato - come l’omicidio di due ragazzi, nel quale risulta coinvolto Harry. Quando Gideon, che soffre di pressione, viene colpito da un ictus a causa di una leggerezza di Harry, è Babe Brother a cominciare a subire la sua influenza sinistra, accettando che la sua casa diventi una specie di bisca permanente per ultrasessantenni, tanto da compromettere lo stesso ménage. Un’escalation di situazioni fa venire alla luce tutte le tensioni irrisolte all’interno della famiglia, finché un evento imprevisto e surreale ricompone di colpo l’ordine, al termine di un’ultima ronde di circostanze paradossali.

Come ha ricordato Burnett nella presentazione, il film nasce dall’esigenza di rendere omaggio al patrimonio della traduzione culturale e orale del sud degli Stati Uniti, che separa, nell’esperienza degli emigranti al nord, padri e madri dalle seconde generazioni, ansiose di lasciarsi alle spalle quel mix di credenze, superstizioni, storie e modi di dire che sembra appartenere a un’altra epoca. Su questo motivo di carattere culturale, Burnett salda però un plot dalla costruzione drammaturgica tanto rigorosa, che non sarebbe difficile immaginare tradotto sulle tavole di un palcoscenico, quanto ricca di ambiguità e imprevedibilità, servito da un cast in stato di grazia, su cui spicca evidentemente un Danny Glover mai così sardonico e luciferino, ma in cui fa piacere ritrovare anche Vonetta McGee, lanciata in Italia all’inizio degli anni Settanta da Corbucci e Magni.

La scrittura di Burnett non si segnala per particolari accensioni virtuosistiche, ma accompagna a una giustezza ed efficacia rosselliniana una serie di piccoli tocchi lirici che la rendono molto personale. Il film è puntellato di immagini di uccelli in volo e come attraversato da un’esile sottotrama narrativa, protagonista un piccolo vicino di casa di Gideon e Suzie, che squarcia il fuoricampo con dissonanti assoli di tromba, nel tentativo di comporre una melodia di senso compiuto. In fondo, la morale del film, anticipata da Harry in uno dei suoi momenti di consapevolezza trans-storica, sta tutta in questa inesausta ricerca del bene che necessariamente passa per il male. Rimettendo in circolo storie e saperi del sud, all’interno di un intreccio intimistico ma sostenuto e solido, Burnett ci offre un saggio di drammaturgia che ha conservato tutta la sua efficacia e profondità.

Leonardo De Franceschi | 72ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & CreditsTo Sleep With Anger
Regia: Charles Burnett; sceneggiatura: Charles Burnett; fotografia: Walt Lloyd; musiche: Stephen James Taylor; montaggio: Nancy Richardson; scenografia: Troy Myers; costumi: Gaye Shannon-Burnett; interpreti: Danny Glover, Richard Brooks, Paul Butler, Mary Alice, Vonetta McGee, Carl Lumbly, Richard Brooks, Sheryl Lee Ralph; origine: Usa, 1990; formato: 35mm, colore, mono, 1.85:1; durata: 102’; produzione: Thomas S. Byrnes, Caldecot Chubb, Darin Scott per SVS Films; distribuzione: The Samuel Goldwyn Company.

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