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Venezia 72: The Fits

di Anna Rose Holmer

Palestre di vita

Fin dal suo avvio, tre anni fa, nell’ambito delle attività della Biennale, il contest Biennale College, aperto a giovani registi per la produzione di un’opera prima low-budget, continua a dare voce a giovani registi promettenti e dare vita a prodotti interessanti.
Non è da meno questo The Fits, realizzato dalla giovane regista Anna Rose Holmer, già attiva oltreoceano nell’ambito della produzione cinematografica nei ruoli più disparati, film che racconta il passaggio all’età adulta di Toni, una ragazzina di 11 anni interpretata dalla piccola Royalty Hightower. Per raccontare questo evento, la giovane regista, autrice della sceneggiatura insieme a Saella Davis e Lisa Kjeruff, arricchisce il suo racconto di eventi misteriosi e "paranormali" che rendono il suo film una sorta di racconto di formazione sotto forma di favola.

THE FITS | OFFICIAL TRAILER from Anna Rose Holmer on Vimeo.

Il film, perlopiù ambientato nel Community Center del West End di Cincinnati, quartiere largamente popolato da abitanti di origine afroamericana, racconta la quotidianità di Toni, che passa buona parte delle sue giornate nella palestra del centro dove lavora suo fratello. All’inizio del film impegnatissima con la boxe, la vediamo sempre più affascinata dalle lezioni di danza hip hop che frequentano le sue compagne più grandi e decide così di iscriversi anche lei. Poco dopo l’inizio delle lezioni, però, alcune delle sue compagne più grandi - stranamente in ordine anagrafico, dalla più grande alla più piccola - iniziano ad avere delle strane crisi: nel bel mezzo delle lezioni, cadono a terra preda di convulsioni, o sembrano non riuscire pi a respirare. I casi aumentano, le ragazzine finiscono in ospedale, le gare di hip hop della squadra titolare, campione in carica in varie competizioni, vengono annullate, la voce fa il giro della città e la notizia inizia ad apparire sui telegiornali. La causa ufficiale è un presunto avvelenamento dell’acqua, ma ben presto si scoprirà che non c’è nessuna vera e propria causa. Le ragazze, dapprima legate da un genuino e vivace spirito di competizione, iniziano a fare gruppo per fronteggiare questa misteriosa epidemia: è così che il film ci fa capire che questi misteriosi "attacchi" - che danno il titolo al film - non sono probabilmente che dei misteriosi riti di passaggio all’età adulta.
L’arrivo di Toni nel gruppo ha, in tal senso, una funzione magica, catalizzatrice: è infatti il suo arrivo, dal box dove ogni giorno gli adolescenti fanno a cazzotti, galvanizzati da sguardi maliziosi delle loro coetanee che li spiano da dietro la porta a vetri della palestra, a dare il via alla lunga sequela di attacchi. Anche Toni, nel finale, avrà la sua strana manifestazione di passaggio all’età adulta.

Il film manifesta fin da subito un linguaggio ricercato, votato alla sospensione e alla rarefazione: le scelte visive e il racconto ritrattistico dei personaggi prevalgono decisamente sul dialogo, che nella prima parte del film è perlopiù assente e per tutto il resto è ridotto ai minimi termini, dando la precedenza a interazioni basate su sguardi, su scene collettive (che spesso ritraggono i ragazzi che frequentano il centro nell’esercizio delle loro attività sportive). La regista dedica gran parte della sua attenzione estetica alle scene sportive, ritraendo non senza una dolce e benevola ironia le giovani atlete in erba misurarsi con i difficili passi delle coreografie ed esaltandone il potenziale ritmico e dinamico.

Il ritmo che ne risulta è estremamente cadenzato, una scelta linguistica che fa del film un’opera, pur se pienamente narrativa, vagamente incline a una vena che potremmo definire sperimentalista, tanto che è stato proprio il Sundance Film Festival a riconoscere l’indipendenza, sia produttiva che linguistica, del film e ad assicurargli il proprio sostegno. Complice, certamente, il personaggio di Toni, che con il suo carattere e il suo temperamento, tipico di una ragazzina adolescente che si ritrova ad affrontare le prime vicissitudini sociali con ragazze più grandi, ragazze più piccole e adulti. Gli adulti vengono confinati nel fuori campo, poco all’esterno delle inquadrature, che rimangono sempre baricentrate sulle figure giovani, che sono il vero campo di gioco in cui si consuma la parabola collettiva del community centre, che spesso assurge a vero e proprio personaggio del film, con i suoi ambienti, le moltitudini di oggetti che lo abitano e le collettività danzanti che lo popolano.

Altri protagonisti, non secondari del film, sono evidentemente i corpi, corpi in formazione, corpi che già avocano un’acerba sensualità dei ragazzi e delle ragazze che ogni giorno si muovono nella palestra. Il neo più evidente del film sembra essere proprio, forse, nella ripetitività delle situazioni e degli ambienti, che per gran parte della durata del film si ripetono ciclicamente appesantendo il ritmo. Ma, a pensarci bene, sembra proprio che questo fosse il disegno dell’autrice, restituire la quotidianità dei personaggi del film per costruire la base sulla quale innestare il climax narrativo che porta alla rottura di questa ritualità per costruirne una nuova, quella attraverso cui passa il transito delle giovani danzatrici dall’infanzia all’età adulta.

Simone Moraldi | 72. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & CreditsThe Fits
Regia: Anna Rose Holmer; sceneggiatura: Saela Davis, Anna Rose Holmer, Lisa Kjerulff; fotografia: Paul Yee; montaggio: Saela Davis; costumi: Zachary Sheets; scenografia: Charlotte Royer; musica: Danny Bensi, Saunder Jurriaans; interpreti: Royalty Hightower, Makyla Burnam, Da’Sean Minor, Alexis Neblett, Inayah Rodgers, Antonio A.B. Grant Jr.; origine: Usa, 2015; formato: colore, 2.35:1; durata: 71’; produzione: Anna Rose Holmer, Lisa Kjerulff per Yes, Ma’am!; vendite internazionali: Mongrel International; sito ufficiale: http://yesmaamfilm.tumblr.com/.

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