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Nel nome della figlia. Conversazione con Leyla Bouzid

a cura di Leonardo De Franceschi

Incontro con la regista di "A peine j’ouvre les yeux"

Il suo è stato uno degli esordi più amati e applauditi di questa 72ma Mostra. Quando ci siamo incontrati alla Villa degli Autori al Lido di Venezia, domenica 6, il ricordo della calorosa accoglienza tributata al film e al suo cast era molto vicino. Non sapevamo però ancora che il film avrebbe vinto il Prix Label Europa Cinemas, attribuitogli da una giuria di esercenti europei della catena Europa Cinemas e il Premio del pubblico.

Da dove viene l’idea di “A peine j’ouvre les yeux” e quanto c’è voluto per realizzare questo progetto ?

L’idea mi è venuta durante la rivoluzione in Tunisia del gennaio 2011. Tante persone all’epoca si sono messe in strada a girare con l’idea di fare documentari e filmare quello che stava succedendo. Io invece ho pensato subito: finalmente si potrà parlare dell’epoca di Ben Ali, della società della sorveglianza, della polizia, della paranoia, ecc. dal punto di vista dei giovani. Volevo parlare dei giovani, di una giovane artista, una ragazza esplosiva, che ha una grande libertà, una schiacciasassi impulsiva. Fin da subito c’era un rapporto forte con la madre, che cerca di impedire questo slancio di libertà della figlia, ma poi accetta, progredisce e finisce per cambiare anche lei. Ho cominciato a scrivere forse nel marzo 2011, per un anno intero, con una co-sceneggiatrice ma senza produzione. Era in una versione già molto avanzata quando sono andato a vedere un produttore e poi siamo partiti molto in fretta con il finanziamento. Quindi il progetto in tutto è stato realizzato in tre anni e mezzo. Ero ancora alla scuola quando ho cominciato a scrivere ma uscito dalla scuola mi sono dedicato interamente al progetto. Nel frattempo ho fatto un cortometraggio e ho lavorato anche sul film di Nouri [Millefeuille, 2012].

Ha realizzato diversi cortometraggi prima del lungo, Un ange passe (2010), Soubresauts (2011) che è anche il suo film di diploma alla Femis, e poi Zakaria (2013). Come giudica la sua esperienza nel corto?

Ho imparato moltissimo nei cortometraggi. Nell’ultimo [Zakaria] ho lavorato con un operatore e un montatore che avevano fatto con me la scuola e ho imparato molto, perché abbiamo lavorato con attori non professionisti nel sud della Francia, in un piccolo villaggio. È stata davvero una grande scoperta per me imparare a lavorare con non professionisti, a scegliere persone per interpretare ruoli che fossero molto vicini a loro nella vita ma anche un po’ diversi perché ci fosse una certa differenziazione. Ho imparato anche a lavorare con mezzi modesti e quindi i corti sono stati un laboratorio molto utile per imparare.

Nello stesso periodo ha avuto anche un’esperienza di assistentato sul set di “La vita di Adèle” di Abdellatif Kechiche…

Sì, tre settimane come assistente, è stato molto arricchente vederlo lavorare. Lavora molto sulla libertà dell’attore, a volte non professionista e mi ha colpito la maniera che ha di non mollare mai la scena, di non rimanere mai soddisfatto, questo è stato molto forte per me, perché ho visto che finché non ci credeva in tutto e per tutto non mollava la scena. Subito dopo ho lavorato su un corto con attori professionisti, e ho capito anch’io che non bisogna mollare mai fintanto che non si crede in quello che si vede. Kechiche lavora con due operatori, e uno dei due operatori de La vita di Adele è il mio direttore della fotografia [Sébastien Goepfert]. Aveva fatto parte della mia classe all’epoca della scuola, lavoriamo insieme da tempo e penso che anche lui sia stato influenzato da questa libertà di Kechiche nella composizione dell’inquadratura, molto precisa e prossima al contempo agli attori.

“A peine j’ouvre les yeux” si basa su una coproduzione tra Tunisia, Francia e Belgio ma ha avuto anche un fondo da parte del Festival di Abu Dhabi. Quanto è stato importante per lei lavorare con una rete di partner stranieri? Ci sono stati dei prezzi che ha dovuto pagare per ottenere questa compagine produttiva?

No, io sono tunisina ma vivo in Francia quindi è avvenuto in modo molto spontaneo l’incontro con il produttore francese che aveva visto il mio film di diploma. Io volevo che fosse una coproduzione Francia-Tunisia ma che fosse girato in tunisino con degli attori tunisini poco conosciuti. Non ho mai considerato l’ipotesi di fare il film in francese. Questo ha fatto sì che il montaggio finanziario del film sia stato complesso e c’è stato bisogno di tanti piccoli fondi di paesi diversi ma non penso di aver fatto delle concessioni. Poi, visto che volevo avere con me dei tecnici con i quali avevo già lavorato, che sono francesi ma sono giovani e che sono anche loro al primo film, ecco che è stato tutto naturale.

A che stadio della sceneggiatura la musica ha assunto un ruolo così centrale, sul piano tematico ma anche poetico, tanto da dover mettere mano a canzoni scritte appositamente per il film?

Già da uno stadio molto primitivo di scrittura Farah era la cantante di un gruppo di musica rock. Io ho scritto dei testi e li ho inseriti in sceneggiatura, servivano a suggerire il tema delle canzoni e il loro colore. Poi è iniziata la vera scommessa. Ho pensato a qualcuno che conoscevo, un autore tunisino [Ghassan Amami] e sono andato a trovarlo. Ha scritto lui i testi su commissione. Era necessario che i testi svolgessero la loro funzione drammaturgica, ciascuna è stata scritta per suscitare una determinata emozione. Poi ho fatto un incontro magnifico con il compositore che ha scritto le musiche per il film [Khyam Allami]. Volevo una musica rock acustica, un oud elettrico, e lui è un musicista irakeno che fa rock. Allora viveva in parte a Tunisi, ora è in Libano, ho visto un suo concerto per caso ed è stato incredibile, lui ha composto la musica a partire dai testi, ha partecipato con me al casting dei musicisti, ha scritto per la voce dell’attrice, le ha fatto da coach e abbiamo girato tutte le scene di musica del film in presa diretta. Volevamo che ci fosse una grande energia senza che fosse perfetto perché si tratta di ragazzi, allo stesso tempo volevo che ci fosse nei testi una critica forte nei confronti del paese ma che potessero essere stati scritti da dei giovani. Tutto questo è stato un lavoro di squadra.

Il film aveva in origine il titolo “Dieu protège ma fille”. In questo cambiamento dobbiamo vederci anche l’idea di mettere tra parentesi la questione della religione?

Dieu protège ma fille era il titolo della sceneggiatura. Ho pensato che non fosse giusto per il film anche se è una formula di uso molto comune. Questo anche perché all’inizio il film era molto molto centrato sulla madre. Man mano che riscrivevo, la musica, il gruppo, la ragazza hanno preso molto più posto e quindi il titolo è cambiato.

Parliamo del personaggio di Farah. Di lei tra le varie cose mi ha colpito l’abbandono con cui si affida a Borhane e la scelta di fare di lei una cantante e non anche l’autrice dei testi…

Farah è un interprete e anche un rivelatore in rapporto agli altri personaggi. Lei è lì, pienamente presente in tutto ma non è cosciente dei suoi limiti, non conosce limiti e funzione come rivelatore per tutti gli altri. Ha una specie di ingenuità anche e ho pensato che questa non poteva andare d’accordo con quei testi. Lei è intelligente, li trova belli, li interpreta ma non è cosciente totalmente di ciò che veicolano.

Rischia di essere una domanda retorica: il personaggio vale anche come un richiamo al fatto che nella Tunisia di oggi l’amore per la poesia e la coscienza politica possono coesistere nei ragazzi col machismo?

I personaggi maschili sono tutti ambigui e ambivalenti ma non necessariamente negativi. Il padre è molto aperto di idee, incoraggia la figlia, ecc. Borhane è come tanti giovani artisti che hanno un talento enorme, sono moderni ma hanno un rapporto molto complesso con le loro ragazze e con le donne in generale. Mi piaceva molto questa ambiguità in Borhane perché Farah è una ragazza libera, lui sente che gli potrebbe sfuggire, non può controllarla, sente che piace anche agli altri, è guardata con ammirazione, è impulsiva. Questo fa sì che sia un po’ geloso, protettivo, forse ha paura di essere ferito o di perderla. Penso che l’ami veramente ma mi sembra più giusto che in contatto con una ragazza così sia un po’ macho. Lui stesso evolve, alla fine capisce di essersi comportato da stupido.

Il personaggio di Hayet, la madre, era a mio avviso il più rischioso, in termini anche di lavoro da parte dell’attrice, Ghalia Ben Ali. Lei è partita da uno stereotipo per certi versi, la madre protettrice e castrante del cinema tunisino ma il personaggio diventa un’altra cosa e lei riesce ad esprimere tutto il suo dolore senza rinunciare a metterne in evidenza le contraddizioni…

È stato un personaggio molto intenso in fase di scrittura, è un po’ la colonna vertebrale del film. Volevo partire dal cliché, anche se lei non è così conservatrice, ha paura per sua figlia, vuole proteggerla, non ha un atteggiamento di censura, è veramente protezione la sua. Ma come questa protezione si articoli, come si controlli qualcuno, è complicato. Quello che era importante per me era che evolvesse e cambiasse a contatto con la figlia e che grazie alla figlia si ricordasse di quello che era stata da giovane. Hayet rappresenta una generazione di donne e uomini che hanno abbandonato le loro idee, si sono lasciati andare. Il regime di Ben Ali è durato 23 anni. C’è stata una generazione che veniva da Bourghiba ma ha lasciato fare, ha mollato e quindi per me era importante vedere questo personaggio che alla fine, in contatto con i giovani si ricorda di quello che era stata e non vuole che questo si ripeta con la figlia.

Il rapporto tra Farah e Hayet può ricordare quello fra madre e figlia in un film faro del cinema tunisino, “Les Silences du palais” [Moufida Tlatli, 1994]…

… tanto più che anche lì la musica gioca un ruolo importante…

...sì, e c’è questa ambiguità fra le due, complicità ma anche scontro…

L’ho visto quando ero davvero molto piccola e non me ne ricordavo granché. L’ho rivisto due, tre anni fa in una retrospettiva. Il film è magnifico ed è vero che quando l’ho rivisto, la sceneggiatura era già scritta, mi sono detto, wow, c’è qualche cosa in comune. Poi certo lo sfondo cambia, i non detti sono diversi, ecc. ma è vero che si possono tessere dei legami su questo rapporto madre-figlia. Mi fa piacere se il film le fa pensare a Les Silences du palais perché è un film che mi piace molto e trovo molto bello.

A proposito delle contraddizioni della madre, c’è il personaggio di Ahlem, la colf nera di Hayet e Farah, che ho trovato molto interessante e del tutto inedito nel contesto del cinema tunisino. C’era anche la volontà di dire attraverso di lei qualcosa sul razzismo e sul classismo che continuano a dirigere certi rapporti di forze nella Tunisia di oggi?

Il personaggio di Ahlem è davvero un incontro, non era scritto in sceneggiatura che fosse nera, ma nella realtà Najoua Mathlouthi è la vera colf dell’attrice che recita nel ruolo della figlia, Baya Medhaffar, e della sua famiglia. Già Baya quando ha letto la sceneggiatura ha pensato subito a lei e quando l’ho incontrata mi sono detto bisogna che sia lei. Non è stato facile fare accettare alla produzione tunisina di prenderla perché in più lei non sa leggere e scrivere bene. Bisognava che imparasse le battute per il tramite di qualcuno che gliele diceva ma io l’ho scelta perché era davvero bella e aveva un rapporto di grande complicità con Baya. Dopodiché sapevo che questo avrebbe comportato affrontare un po’ la questione del razzismo sia pure di maniera indiretta ma è vero che la società tunisina è estremamente razzista. Credo che quelli della generazione di mio padre siano tutti cresciuti con delle donne come lei in famiglia. Tutto questo è molto ancorato nella società tunisina. Del resto, nel film gli attori hanno nutrito i personaggi e i personaggi hanno nutrito gli attori. La ragazza che fa gli effetti elettronici nel gruppo e si chiama Inès [Deena Abdelwahed] è una vera musicista elettronica. In sceneggiatura era un ragazzo ma ho cambiato perché ho incontrato questa ragazza, l’ho trovata incredibile e allora il batterista è diventato un ragazzo.

Quando ha iniziato, perché voleva fare cinema? È cambiato qualcosa dopo la caduta di Ben Ali?

Non so quando ero giovane come sia venuta questa idea del cinema. All’inizio volevo occuparmi di fotografia, poi ho fatto uno stage su un set e ho capito che volevo fare la regia. All’epoca non avrei detto chiaramente questo ma a me piace raccontare storie intime, stare vicino ai miei attori, trovare delle emozioni attraverso gli attori. Il cinema il cinema è uno strumento incredibile per raccontare delle storie dall’interno, sul piano intimo, che possono assumere una dimensione molto più grande, parlare di un paese. Ha a che fare con l’identificazione e con le emozioni: è per far sentire delle emozioni che faccio cinema.

Una domanda un po’ scontata ma forse inevitabile: essere la figlia di Nouri Bouzid ha creato più vantaggi o svantaggi?

Un po’ tutte e due le cose. Ci sono dei vantaggi e degli svantaggi, non problemi ma inconvenienti direi. Quando ho deciso di fare cinema ero anche estremamente consapevole della difficoltà di fare cinema specie in un paese arabo o africano, ho visto mio padre e ho capito quanto sia difficile montare un film e seguirlo fino al momento della ricezione. Per questo ho fatto un film presto. Non perché sono la figlia di Nouri Bouzid ma perché sapevo che era difficile quindi ci ho messo molta forza di volontà e molto lavoro. Poi non è facile trovare la propria strada, uno stile, uno sguardo. Per questo ho fatto studi di cinema in Francia ma credo che oggi la questione si sia risolta, tra noi c’è un bel dialogo, penso che le persone che vedono il mio film capiscano che è molto diverso e che il mio stile è consapevole e personale. Penso di cominciare ad esistere in quanto Leyla Bouzid e questo permette tanto più di avere un buon dialogo con lui.

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