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Venezia 72: Beasts of No Nation

di Cary Fukunaga

Le gabbie dell'intrattenimento

Giochi tra bambini, che ridono e scherzano festosi. La macchina da presa indietreggia rivelando la cornice di una televisione a contenere la realtà, sorretta dalle mani dei giovani protagonisti. In molti hanno visto in questo programmatico incipit di Beasts of No Nation, presentato in concorso alla Mostra di Venezia, una dichiarazione d’intenti, o un richiamo metacinematografico al recente successo televisivo del regista Cary Fukunaga. Col senno di poi, a visione conclusa, possiamo dire che questa particolare scelta tradisca, forse involontariamente, un preciso sguardo, o una gabbia d’intenti, che mina l’intera opera.

Il film è opportunamente diviso in tre differenti fasi della vita del giovane protagonista Agu (interpretato da Abraham Attah, vincitore del Premio Mastroianni per un giovane attore emergente): nella prima assistiamo alla spensieratezza del suo villaggio, squassata poi dall’arrivo di un non meglio identificato esercito che ne massacra gli abitanti, costringendo il bambino alla fuga, salvo poi il suo arruolamento tra le fila dei guerriglieri, con conseguenti scene di addestramento e violenti scontri a fuoco, che culminano nella risoluzione finale e nella provvidente salvezza portata dall’Onu. Il tutto è narrato attraverso lo stentato inglese dello stesso Agu, una scelta lessicale che sembra dare per scontato la provenienza del pubblico. Fukunaga, insomma, sembra dirci che sì, la storia è ambientata in Africa, ma la stiamo raccontando a voi, spettatori occidentali. Ed è proprio questo atteggiamento che rende il tentativo del regista di costruire una (ennesima) storia di formazione in condizioni estreme di violenza e povertà a tradire la debolezza delle sue stesse fondamenta. Nella prima mezz’ora di film, momento in cui allo spettatore è richiesto di empatizzare il più possibile con i protagonisti che di lì a poco diverranno carne da macello, si assiste infatti a un coacervo di stereotipi, un perfetto prototipo del villaggio africano felice e spensierato: ognuno balla e sorride senza motivo, ogni oggetto è ideale per essere suonato, l’ilarità è la prassi. Peccato che tutto questo teatrino venga imbastito non tanto per i personaggi quanto per lo stesso spettatore, già interpellato dalla voce narrante.

Ritornando al televisore dell’incipit, la sua cornice rende evidente come ogni personaggio del film, compreso Agu, sia incastrato nel ruolo di intrattenitore: tutto è in funzione dello spettatore, i personaggi non sembrano avere vita al di fuori dell’inquadratura, i loro comportamenti sono tutto fuorché naturali (cosa che invece non accade, per rimanere in tema di attori adolescenti, nel ben più delicato e attento The Fits, presentato nella sezione Biennale College). Un atteggiamento, questo, che si coglie anche nella scelta di non specificare in quale parte dell’Africa si svolga la storia. Lungi dall’essere una scelta universalizzante, come molti critici hanno sostenuto, essa appare piuttosto come una semplificazione disarmante e pericolosa, ancor più se costellata da suggerimenti e rimandi a situazioni politiche reali che tradiscono una certa disonestà di fondo a riguardo. Non solo si rimane vaghi sulla locazione geografica, ma pure sul movente politico. Fukunaga non ha problemi a mostrare gli orrori della guerra nella loro bestialità più primitiva, ma si guarda bene dallo spiegare il motivo di tali scontri, lasciando che il patetico messaggio finale, sul modello di un qualsiasi spot umanitario, controbatta alle immagini un debolissimo e generico "la guerra è brutta" per mettere la coscienza a posto.

A quanto pare non esiste distinzione tra guerra e guerra, o tra guerra e rivolta armata, o tra guerra e terrorismo: nel mondo di Beasts of No Nation vi sono solo africani selvaggi che, neanche fossero usciti da un film di Jacopetti e Prosperi, danno sfogo ai loro più bassi istinti senza che allo spettatore sia dovuta una spiegazione. Piuttosto, complice un Idris Elba fin troppo sopra le righe, assistiamo all’ennesima variazione sul tema di Full Metal Jacket a suon di riti di iniziazione, conditi con un po’ di esoterismo da magia nera africana che non guasta mai, addestramenti massacranti, attimi di solidarietà cameratesca e via ancora verso altri cliché. Il tutto, va specificato, è confezionato nel modo più pop e accattivante possibile: dalle uniformi dei bambini soldato, perfetto esempio di ethno chic dal look selvaggio ma incredibilmente coordinato e stiloso, costituito da immancabili foglie, conchiglie, stracci e accessoristica tribale varia che sembrano uscire da un video hip hop o da una sfilata di moda in vena d’esotismo (tutto molto swag insomma), ad uno stile registico condito da inquadrature spericolate dal basso, fish eye, colori saturi e una macchina da presa che non si fa problemi ad indugiare su corpi martoriati e interiora varie. Sia chiaro, non è la rappresentazione della violenza in sé il problema di Beasts of No Nation, quanto un impianto falsamente impegnato, generico e pericolosamente compiaciuto di ciò che mostra e allo stesso tempo vuoto dal punto di vista contenutistico, quando non del tutto fuorviante (e basterebbe una lettura del ricco comunicato stampa che ha accompagnato la presentazione del film a Venezia per averne un’ulteriore conferma delle pericolose derive esotico-colonialiste alla base del progetto).

Sarebbe il caso di capire quante di queste mancanze siano imputabili al romanzo omonimo di Uzodinma Iweala, sociologo nigeriano laureatosi ad Harvard, pubblicato nel 2005 e arrivato l’anno dopo in Italia grazie a Einaudi. Ulteriore motivo di interesse è la partecipazione di Netflix (presente inoltre a Venezia con il documentario ucraino Winter on Fire, anch’esso di dubbia onestà intellettuale), colosso americano dell’on-demand, che ha investito intorno ai 12 milioni per i diritti di distribuzione del film. Per puntare agli Oscar, la compagnia ha deciso per una distribuzione attraverso le sale, prima della consueta disponibilità online in tutti i paesi aderenti (compresa l’Italia da ottobre), fatto che ha scatenato le ire di numerose compagnie di multiplex americane, che hanno deciso di boicottare il film (per motivi puramente economici ovviamente).

La critica statunitense, a cui si accoda fedele la maggior parte di quella europea, si dice entusiasta (una media del 93% su RottenTomatoes e 82 punti su Metacritic): segnale che questa operazione eticamente ambigua, la più recente di un ben più ampio filone che ha fatto del bambino soldato la sua fortuna, sia riuscita a inserirsi alla perfezione in un canone ormai definito. Ma circa la reazione di critica e pubblico sarà bene aspettare la release online per tirare le somme e ampliare il dibattito su un film che, a nostro parere, rimane un prodotto cinematografico eticamente ambiguo, dove l’intrattenimento scavalca l’approfondimento, e caratterizzato da uno sguardo esotizzante che sembra farsi vanto dello scomodo e difficile tema scelto, senza poi avere il coraggio di affrontarlo con la dovuta sensibilità e i necessari strumenti.

Renato Loriga | 72. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & CreditsBeasts of No Nation
Regia: Cary Joji Fukunaga ; sceneggiatura: Cary Joji Fukunaga, dall’omonimo romanzo di Uzodinma Iweala; fotografia: Cary Joji Fukunaga; montaggio: Pete Beaudreau, Mikkel E.G. Nielsen; musica: Dan Romer; scenografia: Miles Michael; costumi: Jenny Eagan; interpreti: Abraham Attah, Idris Elba, Ama K. Abebrese, Grace Nortey, David Dontoh, Opeyemi Fagbohungbe; origine: Usa, 2015; formato: colore, 2.35:1; durata: 133’; produzione: Amy Kaufman, Riva Marker, Daniela Taplin Lundberg per Red Crown Productions; distribuzione: Bleecker Street, Netflix.

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