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Venezia 72: Free in Deed

di Jake Mahaffy

Amazing Grace

Può qualcosa la tenacia del genere umano nel piegare lo stato delle cose e contrapporsi al potere del caso, dell’indecifrabilità degli eventi? Può qualcosa l’ostinazione del desiderio nel raggiungere il bene, la pace, la quiete di fronte all’ineluttabilità del reale? E cos’è l’atto di non arrendersi di fronte a questo? È speranza, è illusione, è errore che può rivelarsi fatale? Solo alcune delle domande sollevate da uno dei film più potenti e dolenti visti quest’anno alla 72. edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Free in Deed di Jake Mahaffy - americano residente in Nuova Zelanda, dove insegna all’università di Auckland - risultato poi vincitore della sezione Orizzonti.

Il film, interamente ambientato a Memphis, Tennessee, narra la vicenda di una giovane donna, sola, madre di due figli, uno dei quali affetto da una grave forma di autismo. Nel quartiere dove vive la donna vi è una chiesa anglicana, nella quale periodicamente si celebrano messe cantate, frequentata da alcuni guaritori, o supposti tali. La disperazione più profonda spinge la donna a rivolgersi a Dio: viene così accolta dalla comunità e lì mette suo figlio nelle mani di Abe, il guaritore. Inizia dunque un lungo, lancinante percorso di sedute di esorcismo, alla fine delle quali il piccolo Benny morirà in circostanze non chiare, portando così all’arresto di Abe.

Free in Deed prende le mosse da un fatto analogo, avvenuto circa 12 anni prima, in seguito al quale Mahaffy ha voluto ricostruire i luoghi, le circostanze, l’atmosfera di quanto accaduto. La sceneggiatura è stata sviluppata in parte presso il Sundance Institute Writer’s & Director’s Lab. Mahaffy si è poi avvalso di due attori straordinari, in grado di dare potenza e intensità umana ai loro personaggi: David Harewood nel ruolo di Abe e Edwina Finley nei panni di Melva, la giovane madre. Il tono epico e dolente della loro recitazione si staglia sullo sfondo del contesto della parrocchia di Memphis in cui è ambientato il film, esattamente, la parrocchia pentecostale Faith Temple Church, amministrata proprio dall’attrice che interpreta la predicatrice, Prophetess Libra, già nota negli anni ’70 nell’ambiente R&B statunitense e poi convertitasi alla religione, che ha messo la sua parrocchia a disposizione per il film.

Dal punto di vista spirituale, Memphis è una città unica al mondo: vi sono chiese a ogni angolo della città, anche luoghi di culto personali o familiari, all’interno dei quali bishops and prophetesses celebrano ad ogni ora messe soul. Dopo aver visto in tanti film questo contesto riprodotto con più o meno fedeltà, o più o meno ironia (come non pensare alla scena straordinaria di The Blues Brothers, nella quale il predicatore è interpretato da James Brown in persona?), in Free in Deed assistiamo a una ricostruzione di un’intensità mai vista. Una piccola chiesa, con pochi banchi e poche persone in piedi. Davanti l’altare i predicatori e dietro la band che accompagna. Ad ogni verso dei predicatori rispondono gemiti, urla della platea che piange, prega, canta, grida, chiama l’attenzione di Dio. In questa atmosfera, la tensione cresce palpabilmente fino a indurre una sorta di trance collettiva: persone si gettano a terra, piangono, si accalcano di fronte al guaritore che, camminando lentamente aveva percorso la navata avvicinandosi all’altare. Mentre la musica e il canto dei predicatori infuria egli, ad occhi chiusi, tocca il capo dei questuanti che cadono svenuti, sorretti dagli altri fedeli, in un’atmosfera di trance, di crescente eccitazione collettiva. Le lunghe scene delle messe investono con la loro potenza, creano un’atmosfera immersiva in cui la fede, la spiritualità, il dolore di tutti i diseredati che cercano in Dio una speranza si fa palpabile e tangibile.

Altrettanto potenti sono le scene in cui Abe cerca di guarire il piccolo Benny. L’interpretazione del ragazzino è al limite dell’inquietudine: la malattia che lo affligge lo porta a non tollerare nessuna forma di tensione nell’ambiente, sicché, ad ogni tono di voce minimamente alto o forzato, inizia ad avere dei movimenti incontrollati del corpo, a divincolarsi da ogni contatto fisico ed emettere a intervalli regolari delle urla strazianti, che sembrano provenire dagli abissi della sua coscienza così confusa e preda del delirio. I tentativi di guarigione si consumano in “sedute” private, lontane dalla comunità dei fedeli, nelle quali il guaritore cerca di scacciare il demonio dal corpo del bimbo. La morte del piccolo rimane un evento inaspettato e inspiegabile: la polizia accorsa sul posto, nel ricostruire l’accaduto, immagina che Abe, nel tentativo di tenere fermo il bambino nelle sue crisi, lo abbia schiacciato impedendogli di respirare; ma la scena della morte lascia aperta ogni ipotesi. Come se il demonio che si era impossessato di Benny avesse deciso, nell’andarsene, di portare con sé la sua anima. Una rappresentazione, quella del bambino, che non lascia dubbi sugli effetti che può avere sulla madre, povera e lasciata sola all’inizio del film, quando assistiamo all’abbandono della casa da parte di un uomo. Il personaggio di Melva ci restituisce tutta la disperazione di una donna nera, povera e abbandonata. Una disperazione epica e dignitosa in cui sembra risuonare tutta la disperazione di un popolo, di una comunità, di una generazione, quella nera statunitense contemporanea, che non cessa ancora di esser oggetto di pregiudizi, discriminazioni ed efferate violenze.

La forza del film, giustamente insignito del premio per la sezione Orizzonti, risiede certamente nella capacità di costruire un’ambientazione del tutto avvolgente: è letteralmente impossibile restare immobili di fronte all’intensità spirituale, ai pianti collettivi, al canto sofferente dei fedeli, come è impossibile restare immobili di fronte all’inesorabilità del male che affligge Benny, e altrettanto non si può restare indifferenti alla disperata ostinazione di Abe nello scacciare il demonio dal bambino. La direzione degli attori è in tal senso magistrale: gli attori compiono complessivamente pochi gesti nel corso del film, ma li compiono così tante volte, e in modo così intenso, da creare un’atmosfera totalmente immersiva per chi guarda. Così costruito, il film si proietta in una dimensione epica, nella quale sembra riecheggiare, in un modo che così autentico non lo si vedeva da anni al cinema, la parabola dolente della comunità afroamericana statunitense, che rappresentando se stessa attraverso quanto di più appartiene alla loro cultura, sembra gridare al mondo il dolore di tanti uomini e donne che vi appartengono.

Simone Moraldi | 72. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica

Cast & CreditsFree in Deed
Regia: Jake Mahaffy; sceneggiatura: Jake Mahaffy; fotografia: Ava Berkovsky; montaggio: Jake Mahaffy, Simon Price, Michael Taylor; suono: Luke Nagy; scenografia: C. Michael Andrews; interpreti: Kathy Smith, Edwina Findley, David Harewood, Alex Coker, Porsha Ferguson, Jan Falk, Geoff Falk, Jon W. Sparks; origine: Usa/Nuova Zelanda, 2015; formato: colore, 16:9 HD; durata: 100’; produzione: Greyshack Films, Votiv Films ; distribuzione: Stray Dogs.

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