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Roma 10. Watatu

di Nick Reding

Il mondo, come potrebbe essere

Durante la prima giornata della decima edizione della Festa del Cinema di Roma è stato presentato l’unico film africano in concorso nella sezione Riflessi, Watatu, diretto dal regista inglese Nick Reding. Il film keniota, interamente prodotto in Kenya dalla SAFE Production, ha una genesi articolata che è anche alla base del metalinguaggio cinema/teatro e della scrittura collettiva che è la sua caratteristica.
Partiamo dall’inizio. SAFE (Sponsored Arts for Education), un’associazione che da più di 14 anni, lavora in Kenya promuovendo l’arte come strumento per il cambiamento sociale.
Reding, attore inglese (The Constant Gardener, Blood Diamond) lavora con progetti teatrali mirati alla promozione di progetti umanitari e al coinvolgimento della popolazione nel processo di pace. Dopo anni di lavoro in Kenya con SAFE, passa dietro alla macchina da presa e nel 2010 dirige Ndoto Za Elibidi, seguito nel 2013 da Ni Sisi.
Watatu parte proprio da un lavoro teatrale, anzi dall’esperienza di quattro allestimenti, fatti in villaggi, con alcuni attori che da anni collaborano con SAFE, da due famose attrici keniote, tra cui Carolyne Rita Mutua, ma anche nuove leve, come il giovane Said Muhsin.

In una tranquilla palazzina di quartiere di Mombasa arrivano dei nuovi inquilini. In un appartamento abitano Salim con sua moglie e sua suocera e proprio accanto a loro si trasferisce Jack, vecchio amico d’infanzia di Salim. I due amici sono felici di ritrovarsi. Jack si è trasferito da Nairobi, con sua moglie e sua suocera, per lavorare come poliziotto ma trova una situazione molto complicata e ostile a Mombasa perché nella città e sulla costa si stanno diffondendo le idee di un ramo estremo e radicale della comunità islamica. Di questo gruppo fa parte il nipote di Salim, Yusuf, un giovane pieno di collera per la situazione di disagio che vive la comunità musulmana che si sente discriminata: i giovani, anche laureati, non trovano lavoro, tutte le attività commerciali sono in mano ai cristiani, soprattutto quelle turistiche. Una bomba nella chiesa di San Paolo scatena una catena di violenza senza fine. Questa la prima sezione del film, poi viene svelato il lavoro fatto con la rappresentazione di questa storia davanti ad alcune comunità alle quali è stato chiesto d’intervenire per capire se le cose sarebbero potute andare diversamente. Sembra di sì e alla fine la stessa storia viene raccontata nuovamente ma con un finale diverso, un finale di speranza.

Watatu, che in swahili significa "tre", è un esplicito richiamo ai tre protagonisti della storia e al destino che li lega e che potrebbe prendere diverse strade, dipende solo da loro. Reding ha fuso linguaggio cinematografico, teatrale e virtuale perché la storia è raccontata via skype dalla sorella di Yusuf. Un film/esperimento raccontato con un liguaggio semplice, simile a quello di una soap opera, come è stato definito nell’incontro che ha seguito la proiezione. Reding ha spiegato questa scelta come necessaria per permettere al pubblico di riconoscersi e creare una connessione con i personaggi. Watatu nasce dall’esigenza di lavorare su un conflitto che sta dilaniando il paese e che divide Nairobi, a maggioranza cattolica, dalla costa e da Mombasa, a maggioranza islamica. Uno scontro che, come sappiamo, porta a una vortice di violenza e anche a una rapprestazione unilaterale della comunità musulmana come radicale ed estremista.
Dagli incontri con le comunità è emersa una via di uscita, una volontà a cercare il dialogo, un bisogno di credere nella speranza e in un futuro di pace. Non a caso Reding ha raccontato che il film, già distribuito in Kenya, quando è stato presentato a Mombasa ha avuto un successo enorme e un’accoglienza entusiasta.

Watatu è un esperimento interessante ed efficace su come il cinema, e l’arte in genere, possano lavorare sul territorio, intervenendo sul tessuto sociale, e ci ricorda che la produzione cinematografica keniota è attiva e vivace.

Alice Casalini | 10. Festa del Cinema di Roma

Cast & CreditsWatatu
Regia: Nick Reding; fotografia: Joan Poggio; montaggio: Carole Gikandi Omondoi; interpreti: Ali Mohamed Mlatso, Said Muhsin, Benson Obiva, Angie Magio, Carolyne Rita Mutua; origine: Kenya, 2015; formato: DCP, colore; durata: 88’; produzione: SAFE Productions; Facebook: www.facebook.com/safeinkenya

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