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35 FCAV. Ayanda and the Mechanic

di Sara Blecher

L'officina dei sogni perduti e ritrovati

Presentato in concorso nella sezione Panoramafrica, come film di chiusura di questa 35a edizione del Festival del Cinema Africano di Verona, alla presenza del console sudafricano, Ayanda and the Mechanic (2015) è l’opera seconda della regista e produttice sudafricana Sara Blecher, di cui solo poche settimane fa è uscito in patria il terzo lavoro, Dis ek, Anna. Si tratta di una singolare dramedy, che declina insieme toni ironici e accenti mélo, secondo una curva narrativa imprevedibile, scandita da un paio di ellissi e si appoggia a un’estetica filmica euforica, sostenuta da una colonna sonora pop e da una retorica dello sguardo ricca e dinamica. Un altro punto di forza è l’ottimo cast in cui fanno spicco l’esordiente Fulu Moguvhani, il nigeriano O.C. Ukeje (Half of a Yellow Sun, 2013) e la più matura Nthati Moshesh, che vari ricorderanno in Kini & Adams (Idrissa Ouedraogo, 1997) e altri successi dei primi Duemila come Beat the Drum (2003) e Cape of Goof Hope (2004). Sfortunatamente la tensione drammaturgica, nonostante l’apprezzabile ambizione di distaccarsi da una linearità imperante nella produzione sudafricana e più in generale subsahariana, non è altrettanto efficace, così che questa libertà del racconto dai più viene percepita come un fattore di fragilità strutturale.

Il plot ruota intorno alla ventunenne Ayanda del titolo, una ragazza volitiva e indipendente che ha raccolto l’eredità del padre Moses, gestore di un’officina meccanica a Cape Town deceduto otto anni prima per un banale incidente sul lavoro. Ayanda prende vecchi bidoni e pezzi d’auto e ne ricava delle splendide poltrone moderniste ma questa attività non basta a garantire un futuro solido all’azienda di famiglia, anche perché all’officina lavorano altri due ragazzi, uno sudafricano e il nigeriano David, e il fratello maggiore Lenaka passa le sue giornate a impasticcarsi e a bere. La madre Dorothy, che dalla morte del marito non ha più messo piede in officina, cerca di convincere Ayanda a vendere, spinta anche da Zuma, un amico di famiglia, ex amico e socio del padre, che negli anni si è indebitato e rischia di finire in prigione per evasione fiscale.

Ayanda decide di rilanciare, avviando una faticosa ma più lucrosa attività di recupero di auto d’epoca e tutto sembra andare per il meglio, anche perché David rinuncia alla borsa di studio all’Università per restare accanto alla ragazza, con cui nasce una tenera relazione. La situazione precipita però quando l’officina subisce un improvviso furto di macchine e materiali, e Zuma, con l’acqua alla gola, forza la madre a cedergli la sua quota e a vendere l’officina. A quel punto verranno alla luce traumi rimossi nel rapporto fra madre e figlia e verranno al pettine anche i nodi di alcune scelte di David che compromettono ulteriormente il futuro dell’officina. La tenuta dell’intera famiglia è a rischio e Ayanda dovrà far ricorso a tutte le sue risorse per uscire fuori da una situazione apparentemente senza via d’uscita.

Come anticipato, Ayanda and the Mechanic ha una partenza e un primo sviluppo narrativo estremamente accattivante, a cui contribuisce anche l’uso intelligente di alcuni effetti speciali artigianali à la maniere de Michel Gondry, e l’inserto di alcune vivaci sequenze di animazione a passo uno. Dal Sudafrica dei ricorrenti rigurgiti di xenofobia contro migranti economici e rifugiati, è confortante vedere arrivare un film come questo che dà spessore e dignità a un personaggio come il nigeriano David, figlio di un attivista in prigione per la sua attività in difesa delle popolazioni del delta del Niger, aspirante ricercatore sui diritti umani a Wits e conoscitore della produzione poetica di Chinua Achebe. Convincenti anche i due ritratti femminili al centro del plot, Ayanda e la madre Dorothy, e più in generale anche il casting e la direzione degli attori nel suo insieme.

A latitare sono l’intelaiatura drammaturgica e la tessitura dei tempi interni alla narrazione, che scorre piuttosto sfilacciata e a cui non giova l’inserto di una sottopista narrativa calibrata sul punto di vista di Zuma. Tuttavia, almeno dal mio punto di vista, il bicchiere è mezzo pieno, e questa debolezza del plot è ampiamente riscattata dai vari punti forti più su sottolineati, e Ayanda and the Mechanic segnala l’emergere di una voce femminile fresca e promettente dal cinema sudafricano.

Leonardo De Franceschi | 35. Festival di Cinema Africano - Verona

Cast & CreditsAyanda and the Mechanic
Regia: Sara Blecher; sceneggiatura: Sara Blecher; fotografia: Jonathan Kovel; montaggio: Nicholas Costaras; interpreti: Jafta Mamabolo, Fulu Moguvhani, Nthati Moshesh, Kenneth Nkosi; O.C. Ukeje; origine: Sudafrica, 2015; formato: DCP, colore, Dolby Digital; durata:105’; produzione: Sara Blecher; Facebook: https://www.facebook.com/ayandamovie.

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