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JCC 2015: il cinema arabo e africano si apre al mondo

di Maria Coletti

Journées Cinématographiques de Carthage, Tunisi, 21-28 novembre 2015

Ormai ci siamo. Inizia tra due giorni a Tunisi la 26ma edizione delle Journées Cinématographiques de Carthage (JCC - Carthage Film Festival, 21-28 novembre 2015), il primo festival cinematografico nato nel continente africano (nel lontano 1966) e dedicato in primis alle produzioni della settima arte provenienti dai paesi africani ed arabi. Questa sua identità primaria viene confermata ad ogni edizione, come momento fondante per la promozione della migliore produzione cinematografica arabo-africana, come è chiaro anche dai due numi tutelari e padri del cinema africano e arabo che si affacciano sul nuovo sito ufficiale del festival (www.jcctunisie.org) : il senegalese Ousmane Sembène e il tunisino Tahar Cheriaa [nella foto].

Ma, accanto a questa sua vocazione, e soprattutto ora che si è trasformato da evento biennale a festival annuale, l’edizione 2015 delle JCC mira ad aprirsi al cinema del mondo, come spiega il nuovo direttore delle JCC, il produttore e regista Ibrahim Letaief, dando ad esempio importanti spazi al cinema argentino e italiano, a quello portoghese, con un omaggio a Manoel De Oliveira, e a un grande partenariato con la Berlinale. Come spiega Letaief nel suo editoriale, citando Michel Ciment: «Il cinema è un’arte di dibattiti, di discordie e di entusiasmi, non è un’arte riservata ai critici o ai direttori di musei»: per questo le JCC aprono le porte alle persone, offrendo spazi di dibattiti, di incontri e di convegni, in un dialogo costante fra il pubblico dei cinefili e i professionisti del cinema.

Come si augura Letaief, i 500 film in cartellone nell’edizione 2015 delle JCC «vogliono essere altrettante finestre aperte sul mondo, sui sogni, sul pensiero, sull’arte e sull’emozione. L’umano sarà il cuore di questa edizione».
Dialogare, sognare, andare avanti: così ci esorta Letaief, e ci sembra un prezioso messaggio in una bottiglia in un mondo sconvolto da guerre e violenze e minacciato dall’odio e dall’iniquità degli interessi economici. Un’edizione che ci sta particolarmente a cuore, anche perché segna il nostro ritorno al festival dopo ben sette anni.

Ma veniamo al programma. Un cartellone fittissimo di sezioni competitive ufficiali (Lungometraggi, Cortometraggi, Documentari , Opere prime, Scuole di cinema), sezioni parallele (14 sezioni dedicate ai diversi cinema nazionali e mondiali, a colloqui, incontri e a nuovi formati), omaggi (Manoel De Oliveira, Nouri Bozid, Assia Djebar, Habib Masrouki e alle Donne del cinema egiziano) e spazi professionali (il Takmil, per la postproduzione di progetti di giovani registi africani e arabi, il Producer’s Network e il Marché du film).

Iniziamo dal film di apertura di sabato 21 novembre che sarà Lamb dell’etiope Yared Zeleke, già presentato con successo nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes, dove lo abbiamo visto e apprezzato.

Nella principale sezione competitiva dedicata ai lungometraggi, segnaliamo alcuni film di registi talentuosi che già sono stati selezionati con successo nei principali festival internazionali e che abbiamo già recensito: Much Loved del marocchino Nabil Ayouch, presentato a Cannes e che ha sollevato scandalo nel proprio paese e addirittura ha spinto una delle interpreti principali a trasferirsi in Francia per sottrarsi a insulti e aggressioni; Madame Courage di uno dei maestri del cinema algerino Merzak Allouache, presentato a Venezia; Oka , il film intimo e ibrido del grande regista maliano Souleymane Cissé, che abbiamo incontrato al Festival di Cannes; A peine j’ouvre les yeux della talentuosa giovane regista tunisina Leyla Bouzid, presentato a Venezia; The Endless River del sudafricano Oliver Hermanus, anch’esso presentato all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia; Difret del regista etiope Zeresenay Berhane Mehari, film d’esordio lanciato grazie al Sundance e alla Berlinale e poi uscito anche nelle sale italiane.

Da tener d’occhio naturalmente molti altri dei film in concorso, a cominciare da due che hanno già fatto parlare molto di sé: Necktie Youth di Sibs Shongwe (Sudafrica) ruota attorno a un gruppo di giovani della periferia chic di Joannesburg - giovani uomini e donne, bianchi e neri, omosessuali ed etero, ma tutti e tutte accomunati dalla mancanza di prospettive; L’Oeil du cyclone di Sekou Traoré (Burkina Faso), invece, racconta il difficile rapporto fra una avvocata e un detenuto accusato di crimini di guerra, un ex-bambino soldato, e pone la questione di come limitare, nel presente, i danni di guerre che appartengono al passato.
Inoltre, presentati in prima mondiale, troviamo due film tunisini: Les Frontieres du ciel di Fares Nanaa, commedia intimista su una giovane coppia che deve far fronte a un dramma inaspettato con Anissa Daoud e Lotfi Abdelli, e Dicta Shot di Mokhtar Ladjimi, la resistenza di un gruppo di disabili contro il direttore e il personale di un centro di accoglienza che li maltratta, con Hichem Rostom, Jamel Madani e Fatma Ben Saidane.

Nella sezione dedicata alle opere prime, molta attesa per il debutto dietro la macchina da presa della tunisina Sonia Chamki, sceneggiatrice e studiosa di cinema, che con Narcisse affronta il profondo rapporto fra un fratello e una sorella e la necessità per quest’ultima di confrontarsi con i propri fantasmi dopo la tragica morte del fratello, omosessuale ucciso da un omofobo.

Nel concorso documentari, in cui con nostra grande piacere è stato selezionato anche Io sto con la sposa di Gabriele Del Grande, segnaliamo due titoli che sulla carta sembrano molto promettenti. In Contre-pouvoirs dell’algerino Malek Bensmail, presentato nella sezione Fuori Concorso del Festival di Locarno, il regista piazza la sua camera nella redazione del quotidiano indipendente El Watan (all’interno della Maison de la Presse, in attesa di traslocare in una nuova sede), proprio mentre si svolge la campagna elettorale del presidente Abdelaziz Bouteflika, che spera di ottenere il suo quarto mandato presidenziale.
Coming of Age del sudafricano Teboho Atkins è il ritratto lungo due anni di quattro adolescenti di un villaggio fra le montagne del Lesotho, dove poco sembra accadere, ma in realtà ci si confronta con la vita adulta.

Da tener d’occhio anche alcune delle proiezioni speciali. Innanzitutto il film Eclipse , presentato in prima mondiale, che segna il ritorno al grande schermo di Fadhel Jaziri, autore e regista teatrale, cofondatore del mitico gruppo Nouveau Théâtre nel 1976, con Fadhel Jaïbi, Jalila Baccar, Mohamed Driss e Habib Masrouki.
Segnaliamo inoltre le due ultime fatiche di due documentaristi d’eccezione. Nasser dell’egiziana Jihan El-Tahri ripercorre la storia di Gamal Abdel Nasser, l’ufficiale dell’esercito rivoluzionario il cui decennale regno come presidente d’Egitto lo vide affrontare l’Occidente durante la crisi di Suez del 1956, fondare il movimento internazionale dei paesi non allineati e subire una drammatica sconfitta durante la guerra dei sei giorni.
In L’Homme qui repare les femmes , il belga Thierry Michel ricostruisce una storia contemporanea, quella del ginecologo Mukwege che nella regione del Kivu, in Congo, si dedica strenuamente alla missione di curare le migliaia di donne vittime di violenze sessuali e di lottare per mettere fine a queste atrocità e denunciare l’impunità dei colpevoli.

Ci sarebbe molto altro da aggiungere per una edizione che si apre all’insegna della varietà e dell’apertura, ma sveleremo passo dopo passo le proiezioni e le novità del festival, che seguiremo da vicino quest’anno grazie alla nostra inviata, Valentina Lupi.

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