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33 TFF. Africa d'incastri e frammenti

a cura di Leonardo De Franceschi

Uno sguardo al cartellone della 33a edizione (20-28 novembre 2015)

Al via da oggi la storica kermesse torinese che, guarda caso dopo un’edizione sottotono della Festa del Cinema romana, riprende a crescere e a macinare proposte che hanno l’ambizione di occupare e soddisfare molte aree dell’immaginario cinefilo. La prima cosa che colpisce a sfogliare il catalogo di questa 33a edizione del Torino Film Festival (20-28 novembre 2015) è la quantità delle sezioni e dei film proposti all’ombra della Mole, sotto la direzione di Emanuela Martini. Qualche numero solo per dare la misura di questa volontà di riprendersi l’attenzione perduta da parte dei media: 158 lungometraggi, con 50 anteprime mondiali e 20 internazionali; oltre 120 ospiti internazionali, fra cui il regista Jonas Carpignano di Mediterranea (che siede chissà perché, cosa curiosa per uno che in vita sua non ha mai diretto un documentario, nella giuria Italiana.doc), e gli algerini Lamine Ammar-Khodja e Hassen Ferhani, unici a rappresentare idealmente l’intero scacchiere africano.

Il problema, e il giro di valzer dei direttori cambia poco la sostanza, è che di Africa e diaspore a Torino se ne vede davvero poca da anni, e sì che quelle africane sono cinematografie tradizionalmente giovani, in cui in proporzione si fanno molte opere prime e seconde. Fatto che nella selezione madre, dei lungometraggi in concorso, l’Africa non entra neanche come tela di fondo. Ripartiamo dai due nomi sopracitati, per segnalare che nella competizione Internazionale.doc è presente Fi-rassi rond point di Hassen Ferhani, doc ambientato nel mattatoio di Algeri, fra animali, uomini, corpi, frammenti di storie che emergono in una specie di palcoscenico. L’altro titolo algerino, Bla cinima è invece nella sezione Mediterraneo ed è firmato Ammar-Khodja, che parte da una piazza centrale della stessa Algeri, per discutere di cinema con i passanti, facendo giocare le parole con la ricerca dell’immagine.

Se l’Algeria rievoca l’immagine di un vulcano addormentato sempre sul punto di esplodere, a oriente si va in un paese che ha conosciuto di recente una serie di rivolgimenti tumultuosi, l’Egitto di Sisi, con Je suis le peuple, in cui Anna Roussillon incontra (ma siamo proprio ai tempi della rivoluzione) un contadino del sud, Farraj, e ne raccoglie speranza e aspettative sulla rivoluzione in cammino. Di rivoluzioni politiche allora si parlava eccome, parlo del Marocco dei primi anni Settanta, precisamente il 1974, quando Glauber Rocha e la sua compagna Mossa Bildner vanno ia filmare schegge di vita popolare nella città costiera resa famosa da uno dei classici di Welles (cui è dedicato quest’anno il festival) e capitale mondiale della musica gnawa: A vida es estranha è uno dei titoli più curiosi e attesi della sezione Onde, trattandosi di un inedito del grande Rocha.

Più in giù si spinge solo il danese Daniel Dencik, che ambienta il lungo Guldkusten (Festa mobile) in Costa d’avorio appunto per raccontare una fosca storia coloniale: siamo nel 1836 e un ufficiale danese, un botanico progressista, viene inviato a monitorare il lavoro in una piantagione di caffè e si scontra con la realtà della schiavitù. A cavallo tra colonialismo e postcolonialismo la riflessione di Rithy Panh, cineasta cambogiano sempre molto attento alle relazioni transculturali fra oriente e occidente, nord e sud: stavolta, con La France est notre patrie, Panh parte dagli home movies per raccontare una storia intima del passato coloniale francese, tanto più preziosa da ripercorrere in questi giorni di riflessione dopo lo choc dei nuovi attentati di Daesh a Parigi.

Proprio i fatti di Parigi rischiano di far implodere la crisi dei profughi innescata dai numerosi conflitti e situazioni di crisi aperte in terra d’Africa, dalla Libia alla Nigeria, dalla Somalia all’Eritrea. Il documentario Show all this to the world di Enrico Deaglio ci riporta a uno dei momenti più traumatici di quest’estate che ha visto per alcune settimane tornare alla ribalta delle cronache la frontiera di Ventimiglia fra Francia e Italia, crocevia di passaggio di migliaia di profughi diretti a nord, verso la Germania e il Regno Unito.
Anche in Dustur di Marco Santarelli (Italiana.doc) si parla di immigrazione e convivenza, con un taglio però più fuori dalle logiche dell’emergenza: nella biblioteca del carcere di Bologna, un gruppo di detenuti musulmani partecipa a un corso organizzato da insegnanti e volontari sulla Costituzione e si interroga sul loro futuro fuori dal carcere.

Di futuro, e di un futuro distopico, da fine del mondo, si parla in un cult del cinema indipendente USA The World, the Flesh and the Devil, di Ranald McDougall, in cui un operaio nero (Harry Belafonte) riemerge dal sottosuolo dopo ore di lavoro e si ritrova in una New York post-atomica spettrale, andando alla ricerca di superstiti e presenze familiari. Il film viene presentato nell’ambito della sezione Cose che verranno - La terra vista dal cinema.

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