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35 FCAV. Luoghi comuni

di Angelo Loy

Ogni posto è bello se è anche casa mia

Ci sono alcuni film che ti rimangono dentro anche se sono apparentemente “piccoli”: senza nessuna grande produzione, senza distribuzione commerciale, diffusi capillarmente attraverso una rete sociale e nei festival meno glamour ma più ricchi di contenuti. E si fanno strada nel cuore degli spettatori, suscitando pensiero. E’ questo il caso di Luoghi comuni di Angelo Loy, documentario prodotto da Asinitas e presentato e apprezzato in diversi festival, da ultimo al Festival del Cinema Africano di Verona dove ha vinto il Premio per il Miglior Film nella sezione “Viaggiatori & Migranti”.

luoghi comuni trailer from angelo loy on Vimeo.

Certo non è facile scrivere di un film che racconta in parte il proprio quartiere e costruisce il ritratto di una donna speciale, con cui ho avuto il piacere di condividere cibo, chiacchiere e canzoni in quel posto unico che è la Scuola di italiano per donne straniere del Centro culturale Miguelim gestito da Asinitas. Ma, al netto delle implicazioni sentimentali, è indubbio che Loy ha fatto centro, mettendo un altro tassello prezioso nel suo mosaico di film/documenti, dopo Pinocchio nero (2005), Una scuola italiana (2010), L’infedele (2014).

Luoghi comuni racconta di Mona, una donna egiziana che vive in Italia da 18 anni e che, a causa di uno sfratto, si trova a vivere con suo marito Ahmed, suo figlio Mohamed e sua figlia Lamis un problema difficile da risolvere, che la fa ripensare alla propria vita e alle sue due patrie, l’Egitto e l’Italia. Il regista osserva sempre da una giusta distanza, rispettosa e insieme partecipe, e ci fa scoprire quasi assieme a Mona l’esperienza dell’emergenza abitativa, le vicissitudini dello sfratto, il percorso di occupazione, fino a un simbolico ritorno in Egitto, dove Mona ha lasciato un fratello a cui ha fatto da madre e dove aveva riposto la speranza di una vita adulta.

Il pregio più grande del film di Loy è di non voler anticipare o costruire risposte, ma al contrario assumere la lentezza e la frammentarietà della vita reale: la casa che devono lasciare, in zona Piramide; la scuola di italiano a Torpignattara; la casa occupata a Villa Lauricella sulla Prenestina. La stessa Roma attraverso la mediazione di Mona diventa un’altra città: non quella da cartolina, a cui siamo abituati dai film, né quella da banlieue o del degrado sociale della periferia, che sta diventando il refrain dei prodotti televisivi. Contro questi “luoghi comuni”, Angelo Loy presenta delle persone che decidono di “vivere in comune dei luoghi”, per rispondere alle proprie necessità, certo, ma anche aprendo a un’altra possibilità di vita, che cancelli il grigiore e l’anonimato delle grandi città, per riprendersi un po’ di spazio e riscoprire il senso della partecipazione e della condivisione.

Nelle proteste in piazza, nell’occupazione, ci sono solo cittadine e cittadini che si sentono di serie B a causa della precarietà, abitativa, economica, sociale: non conta né il colore della pelle né le lingue che si parlano. Il documentario, riuscendo ad evitare ogni didascalismo e ogni presa di posizione a priori, riesce a mostrare le tante scelte sofferte e obbligate ma anche la scoperta di nuove dimensioni di solidarietà, fino anche a superare la contrapposizione straniero/ italiano. Le semplificazioni mediatiche sono sconfitte da due mani che si stringono, dalla signora eritrea che spiega come si fa un’occupazione, dalla vecchietta “romana de Roma” che scoppia a ridere quando Mona sbaglia una parola, dal 72enne che si commuove davanti alla torta di compleanno a sorpresa, dal momento di festa condivisa nel giardino della casa occupata.

Luoghi comuni riesce splendidamente a superare anche gli stereotipi che spesso, anche involontariamente, si creano quando si vogliono raccontare personaggi di persone immigrate o di seconda generazione. Nessuno della famiglia di Mona ha in fondo la stessa idea di “casa” o di “patria”: i due figli sono nati in Italia, amano anche l’Egitto, ma non ci andrebbero mai a vivere; Mona vive bene a Roma, ma ha la nostalgia del suo paese, e soprattutto del fratello minore, che ha cresciuto dopo la morte precoce della madre; suo marito Ahmed alla fin fine critica allo stesso modo Italia ed Egitto.

La storia di Mona diventa la storia di ogni spettatore grazie al fatto che il “ritorno in Egitto” non è definitivo: è solo un desiderio, è nostalgia della gioventù, è la voglia di rintracciare i fili del proprio passato, di riabbracciare i propri cari. Ma la vita va avanti ed è fatta di movimento: non c’è nessun finale a ricordarci che è stato tutto finto, che “nessun posto è bello come casa mia”. Luoghi comuni è come un Mago di Oz dal finale capovolto, a ricordarci che invece il viaggio c’è stato e che ne è valsa la pena, perché ogni posto è bello se diventa anche la nostra casa.

Maria Coletti | 35. Festival di Cinema Africano - Verona

Cast & CreditsLuoghi comuni
Regia: Angelo Loy; soggetto e sceneggiatura: Angelo Loy; fotografia: Angelo Loy; montaggio: Angelo Loy, Desideria Rayner, Aline Hervé; con: Mona Mohamed Abo Khatwa, Ahmed Khodir, Mohamed Khodir, Lamis Khodir, Nunzio Ciotti, Gennaro Cinquegrana ; suono: Paolo Modugno; origine: Italia, 2015; formato: HD, colore; produzione: Cecilia Bartoli per Associazione Asinitas Onlus in collaborazione con El Shoubrawi; durata: 75’; pagina Facebook: https://www.facebook.com/luoghicomunidoc.

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