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Il dito e la luna. Su migrazioni e 2G nell’Italia post attacchi di Parigi

di Leonardo De Franceschi

“Immaginario delle migrazioni e narrazioni del viaggio” (Karawanfest, Roma, 29 novembre 2015)

Questo è il testo di un intervento preparato in occasione dell’incontro sul tema “Immaginario delle migrazioni e narrazioni del viaggio”, che si è svolto oggi, domenica 29 novembre 2015, nell’ambito del Karawanfest di Roma, presso l’ex sala consiliare di via di Acqua Bullicante 2, alle 18.30. All’incontro hanno partecipato Raffella Cosentino e Carolina Popolani, giornaliste e registe, i deputati Khalid Chaouki (PD) e Celeste Costantino (Sinistra Italiana) e Giulia Pietroletti, assessore Municipio Roma 5 (PD).

1) Il dito e la luna. Il tema di oggi è “Immaginario delle migrazioni e narrazioni del viaggio”. Io mi occupo di cinema e negli ultimi anni mi sono occupato molto dei modi in cui il cinema italiano in particolare dal 1989 in avanti ha raccontato l’esperienza migratoria, specialmente in entrata, perlopiù dall’Africa e dall’est Europa. Mi limito a dire che se la classe politica e il discorso pubblico quando si parla di immigrazione sono settati sotto la modalità “emergenza” da almeno 24 anni, cioè dallo sbarco a Bari della nave Vlora dall’Albania, registi e sceneggiatori italiani, a volte anche nomi importanti come Gianni Amelio, Ermanno Olmi, Marco Tullio Giordana, Emanuele Crialese, a mio avviso ci hanno aiutato poco o nulla a disattivare questa modalità che come capite bene ci impedisce non solo di cogliere il carattere strutturale delle migrazioni ma anche di interpretarne le cause geopolitiche e di interrogare le vicende individuali, valutando le ragioni e l’esperienza dei singoli.

Potrei dire molto di più e interrogarmi sulle ragioni di questa inadeguatezza del cinema italiano quando si parla di immigrazione (e voglio tacere per carità di patria della fiction televisiva), e quindi potrei rimanere sull’orizzonte dell’immaginario, però voglio approfittare di questa occasione per spostarmi su un altro orizzonte che è quello, materiale, della prassi e dell’esperienza dell’immigrazione nell’Europa di oggi.

Io non faccio altro che disarticolare le criticità dell’immaginario veicolato dai film e dai media più in generale su migranti e post-migranti, però sono più che consapevole che i discorsi in cui si cristallizza questo immaginario, discorsi prodotti dai poteri forti della finanza e dell’economia, servono per confermare pregiudizi e false certezze dell’opinione pubblica ma anche a distoglierla dai reali interessi in gioco.

In questi giorni non fa più comodo a nessuno parlarne dopo gli attacchi di Parigi del 13 novembre ma vi ricorderete che l’Europa centrale questa estate è stato lo scenario di una gigantesca crisi umanitaria, innescata dai numerosi scenari di guerra e dittatura aperti, in Siria, ma anche in Libia, in Somalia, in Eritrea e cito non a caso paesi legati all’Italia da un passato coloniale. Bene, la risposta che l’Europa ha saputo elaborare a questa crisi, a parte un vergognoso dibattito sulla differenza fra profughi e migranti economici, è stato un balletto penoso sulle quote nazionali di ripartizione fra Stati membri e un summit di due giorni a La Valletta (11 e 12 settembre), dal quale è emerso nella sostanza che la doppia ricetta dell’Europa per far fronte a questa crisi umanitaria è la ridefinizione dello status giuridico di Paesi per esempio come la Nigeria o l’Eritrea come Paesi sicuri, pacifici e rispettosi dei diritti umani, allo scopo di evitare che i rifugiati provenienti da questi paesi possano vedersi riconosciuto il diritto d’asilo; e il finanziamento diretto ai governi di quegli stati da cui si registrano i flussi più consistenti di migranti, in modo tale che blocchino questi flussi in uscita, costi quel che costi, anche se questo significa rilegittimare regimi come quello eritreo di Afewerki da cui migliaia di giovani, donne e sempre meno giovani continuano a fuggire ogni giorno, e dico sempre meno giovani perché i giovani sono scappati più o meno tutti.

Insomma, invece di provare a creare le condizioni per risolvere le ragioni alla base di questi scenari di crisi, ci si illude di poterci salvare bombardando, criminalizzando migranti e postmigranti, e raccontandoci che ci troviamo di fronte a un’ennesima guerra di religione o peggio ancora di civiltà. Ecco io oggi vorrei provare a vedere la luna e non il dito, cioè l’ordine materiale, cioè gli interessi economici in gioco, prima del dito, prima dell’immaginario che classe politica e media ci vanno propinando.

2) Parliamo di seconde generazioni. Voglio fare un altro esempio, se possibile più concreto. La questione dei diritti di cittadinanza delle seconde generazioni e la legge sullo ius soli, che so stare molto a cuore sia a Chaouki che a Costantino. Ripartiamo dall’immaginario e quindi da narrazioni e rappresentazioni che riguardano il discorso pubblico mainstream e più nello specifico il piccolo schermo televisivo, così arriviamo a parlare di consumo culturale e miti popolari. Io mi ritrovo da diverse settimane ogni giovedì sera combattuto da un’ardua scelta, se guardare sulla Rai la fiction È arrivata la felicità o su Sky la nona stagione di X Factor. Voi direte che c’entra e soprattutto chi se ne frega. Ora, invece dovrebbe importarvi di almeno un fatto, che io e non solo io consideriamo rilevante sul piano dell’immaginario: in entrambi questi programmi, indirizzati a un pubblico prime time, e quindi mainstream, va emergendo un personaggio di ragazza di seconda generazione, giovane, vincente e che rappresenta in modo efficace e coinvolgente l’Italia multiculturale di domani (io direi anche di oggi e di ieri, perché l’Italia è sempre stato un paese eterogeneo dal punto di vista geoculturale): sto parlando del personaggio di Francesca, una ragazza sulla trentina interpretata da Tezetà Abraham nella fiction di Rai Uno, e di Enrica Tara, una giovanissima aspirante cantante di sedici anni in X-Factor, entrambe afrodiscendenti.

Igiaba Scego ha dedicato un editoriale importante su Internazionale a Tezeta e ad È arrivata la felicità, parlando di una rivoluzione che parte dal piccolo schermo, pezzo che io ho tradotto in inglese e pubblicato sul blog Cinemafrodiscendente, che è dedicato proprio ad attrici, attori e cineasti in generale, afrodiscendenti, come Tezeta, e sono centinaia, che lavorano nel cinema e nella fiction.

Si tratta, ne sono convinto anch’io, di una rivoluzione, una rivoluzione dolce se vogliamo, però non c’è da farsi illusioni. Noi potremo avere dieci cento mille fiction, trasmissioni o film con personaggi e attori di seconda generazione assertivi e vincenti però finché non portiamo a casa una legge sui diritti di cittadinanza questo non cambierà le sorti di centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze che questa legge aspettano da anni. A maggior ragione, dopo gli attacchi di Parigi, una classe politica responsabile dovrebbe avere in Italia due priorità assolute: approvare la legge sullo “ius soli” (anche se ho moltissimi dubbi sul testo passato alla Camera) e cancellare quel mostro giuridico-culturale che è la Bossi-Fini. Io nutro fortissimi dubbi sul fatto che questo parlamento riesca anche solo a portare a casa lo ius soli, non mi fido di Renzi come non mi fido dell’opposizione e in particolare dei 5 stelle, che su questa battaglia hanno sempre avuto un atteggiamento a dir poco ambiguo.

3) Una risata chi seppellirà? Il sottotitolo di questo festival recita “Il sorriso del cinema migrante”. Io capisco e condivido l’idea, anche politica, di confrontarsi con storie di immigrazione e multiculturalità ma raccontate con toni leggeri, ironici e umoristici. Però attenzione a quello che succede, non qui, ma sul piccolo e sul grande schermo in Italia, e anche sui social media. Attenzione al riso. Domandiamoci di che cosa e di chi ridiamo quando ridiamo. Si può ridere rovesciando gli stereotipi e il senso comune veicolato dal potere e dai media, ma si può ridere anche di donne, gay e lesbiche, migranti, rom, di soggetti diversamente abili e socialmente esclusi.

Voglio ricordare qui che all’interno degli studi sul comico c’è una tradizione molto interessante, quella delle cosiddette “teorie sulla superiorità”, che fa capo al filosofo Henri Bergson, autore di un noto trattato sul riso pubblicato nel 1901. Bergson dice: attenzione, il comico ha una precisa funzione sociale, è sempre la manifestazione di un gruppo, che si autoafferma proprio prendendo le distanze dall’oggetto deriso. In Dialettica dell’illuminismo del 1944 Adorno ci va giù ancora più duro scrivendo «Ridere di qualcosa è sempre deridere […]. Il collettivo di quelli che ridono è la parodia della vera umanità. Sono monadi chiuse in se stesse, ciascuna delle quali si abbandona alla voluttà di essere pronta e decisa a tutto, a spese di tutte le altre e con la maggioranza dietro di sé». Voglio che teniate ben alte le vostre antenne sul comico e sul riso, proprio perché davanti ai testi comici si tende ad avere un atteggiamento di disattenzione, a pensare che “tanto non è una cosa seria”, “via, si fa per ridere”, e via discorrendo.

Ora noi viviamo in una contingenza storico-culturale in cui anche il comico veicola messaggi e riproduce degli stilemi che sono in se profondamente regressivi, magari anche quando cerca di promuovere racconti apparentemente votati all’inclusione e al multiculturalismo. Voglio fare un esempio concreto, anzi tre: che cos’hanno in comune un piccolo video diffuso sul sito di Repubblica il 3 novembre che si chiama La paura del razzismo, e due film visti da centinaia di migliaia di spettatori come La scuola più bella del mondo con Christian De Sica e Il ricco, il povero e il maggiordomo di Aldo, Giovanni e Giacomo? Hanno in comune l’idea balzana, e a mio avviso pericolosissima, di voler promuovere un discorso progressista sull’Italia multiculturale risdoganando una pratica scenica secolare che in tutti i paesi democratici con un passato di schiavismo e colonialismo, come gli Stati Uniti, il Regno Unito o la Francia, non viene più tollerata, vale a dire il blackface, cioè l’assunzione da parte di un attore bianco delle fattezze e magari anche del registro linguistico di un soggetto nero, africano o afrodiscendente.

Ecco, esistono delle realtà importanti in Italia come Lunaria e l’Associazione Carta di Roma, che ogni giorno fanno un monitoraggio attento dei discorsi e del linguaggio utilizzato sulla carta stampata e sui media, in specie quando si parla di migranti, rifugiati, e più in generale di categorie sociali deboli e a rischio di esclusione sociale. Esiste però anche un giornalismo spazzatura che vive di stereotipi, e che fa carta straccia delle norme deontologiche più elementari di rispetto per le persone di cui si parla e che si intervistano: molti di voi avranno visto quell’ignobile servizio su Torpignattara trasmesso il 18 novembre dal talk show “La Gabbia” di La7. Negli studi di settore, davanti a servizi del genere, come davanti alle dichiarazioni farneticanti di Salvini e altri politici di destra e non solo, si utilizza il termine tecnico di “hate speech”, cioè si parla di un discorso sostanzialmente privo di una valenza semantica significativa, mosso esclusivamente dall’intento di promuovere una risposta nell’uditorio di odio, colpevolizzazione ed esclusione sociale.

Io voglio dire forte e chiaro quello che penso. So bene da dove viene e a quali logiche risponde l’ “hate speech” ma esiste anche una “hate narrative”, esistono quindi anche dei tipi di racconto e degli stilemi di racconto che automaticamente veicolano odio ed esclusione sociale. Se questi discorsi e questi racconti dilagano nell’arena dello spazio pubblico, e vengono rilanciati dai social media, è perché non si è ancora formato un movimento di opinione tale da fare argine a questa deriva, un movimento di persone che appena il politico o il giornalista o il regista di turno si permette di mettere in circolo un certo discorso o un determinato racconto, se non altro inonda la rete di messaggi di protesta e contribuisce a un’iniziativa di controinformazione e boicottaggio. Invito tutti e tutte ad andare sui siti di Lunaria (Cronache di ordinario razzismo) e di Carta di Roma e assumere consapevolezza sull’importanza di cominciare a rispondere a lorsignori, colpo su colpo. Il mediattivismo non basta perché poi bisogna scendere anche in piazza, ma intanto cominciamo a mettere un po’ di zucchero nel serbatoio di questa macchina, cominciamo a fare un po’ di sano sabotaggio.

4) Un film che fa paura. Torno al tema in oggetto “immaginario e migrazioni” e torno soprattutto a parlare di dita e lune. Io vado ormai dal 2005 al Festival di Cannes tutti gli anni, perché lì mi è possibile vedere e recensire film che spesso purtroppo in Italia non arriveranno mai se non magari in qualche festival nelle grandi città. Quest’anno nella sezione Semaine de la Critique è stato presentata un’opera prima importantissima, che si chiama Mediterranea, per la regia di Jonas Carpignano, un giovane filmmaker nato a Roma ma cresciuto a New York, afrodiscendente, che ha girato questo film nella piana di Gioia Tauro raccontando una storia che ha per tela di fondo Rosarno e la tragica rivolta dei braccianti africani del gennaio 2010.

Ebbene, questo film, nonostante racconti una storia italianissima, e nonostante sia stato candidato al Premio LUX della Comunità Europea, nonostante abbia vinto premi prestigiosi al Cairo, a Stoccolma, a Zurigo, nonostante sia stato acquistato per essere distribuito finora in Austria, Belgio, Canada, Svizzera, Germania, Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania, Finlandia, Islanda, Svezia, Norvegia, Francia, Grecia, Paesi Bassi, Messico e Stati Uniti. Beh, questo film, a oltre sei mesi dalla sua presentazione a Cannes non è stato acquistato da nessun distributore e da nessuna televisione italiana.

Il problema numero uno di Mediterranea è che si tratta di un film finanziato da una coproduzione fra Italia, Stati Uniti, Francia e Germania, che è stata realizzata però senza un preaccordo con un distributore o un emittente italiana, insomma per sintetizzare, un film prodotto “senza chiedere permesso” a nessuno dei capibastone che controllano il mercato cinematografico e televisivo italiano. E allora, vi chiedo, e finisco, vogliamo continuare a raccontarci che il problema numero uno quando parliamo di migranti e rappresentazioni è l’immaginario oppure è il caso di cominciare a chiederci quali sono gli interessi, economici e politici, e quali sono i soggetti, economici e politici, che bloccano la diffusione di discorsi e racconti che fanno saltare questo immaginario, mettendolo in crisi?

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