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Pan-africanismo. Provare l'idea sulla realtà

di Obehi Peter Ewanfoh

Una tradizione da re-inventare

Da maggio è disponibile ed ha avviato un suo percorso di distribuzione in università e centri culturali il documentario Pan-africanismo - Provare l’idea sulla realtà (2015). A firmarlo è il 36enne scrittore e documentarista nigeriano Obehi Peter Ewanfoh, residente a Verona dal 2004, che ha alle spalle vari testi letterari e critici e tre altri documentari. Questo cinesaggio esplora un tema sempre centrale per le sorti del continente africano e delle diaspore in tutto il mondo, e lo fa anzitutto rivolgendosi alla voce di intellettuali ed esponenti della comunità afrodiscendente italiana come Kossi A. Komla-Ebri, Mohamed Ba ed Ekue G. Folly. In questo senso, ha il merito di presentarci uno spaccato interessante sul dibattito critico intorno ai problemi più scottanti dell’Africa subsahariana di oggi, per come esso viene articolato nel contesto afroitaliano.

Ewanfoh costruisce il documentario mettendo insieme, sulla base di una voce narrante, interviste a intellettuali e testimoni, materiali di repertorio audio e video ed estratti di film. Il discorso procede sulla base di una serie di snodi tematici, che proveremo ad evocare, indipendentemente dalle voci che danno corpo a questi temi. Il primo è il concetto stesso di panafricanismo, per come esso viene messo a fuoco da Henry Sylvester Williams, un avvocato che prese l’iniziativa di organizzare a Londra la prima conferenza panafricana a Londra nel 1900, con la partecipazione di numerosi delegati dall’Africa e da varie comunità diasporiche storiche. Vengono evocati però altri nomi di riferimento del pensiero panafricano, come Kwame Nkrumah, Sekou Touré, W.E.B. du Bois, Jomo Kenyatta, Robert Mugabe, Abubaka Tafawa Balewa.

Il secondo nodo è rappresentato dal sentimento diffuso di unità e rifiuto delle frontiere coloniali vissuto ancora nell’Africa di oggi, valori che confliggono con il sentimento patriottico o nazionalistico, connaturato alla civiltà occidentale.
Obehi Ewanfoh evoca poi il problema delle guerre civili che hanno funestrato lo scacchiere africano, dagli anni Sessanta ai giorni nostri. Gli esempi purtroppo sono numerosi: ci si attarda maggiormente sulla "guerra del Biafra", sul genocidio ruandese, sul conflitto nel Congo orientale, sugli scontri fra forze governative e Boko Haram nel nord della Nigeria.
Il quarto nodo investe la questione delle risorse naturali ed energetiche e degli interessi delle multinazionali e delle ex-potenze coloniali, che tuttora, viene sostenuto, sono all’origine della stragrande maggioranza dei conflitti in corso, e della complicità dei governanti africani, spesso formatisi nelle università occidentali.

La divisione fra gli stati è uno dei maggiori fattori di disorientamento fra i giovani che producono la fuga dei cervelli, laddove, a giudizio di Kossi e altri, sarebbe indispensabile immaginare la creazione di una serie di poli di ricerca interafricani, per concentrare le risorse e massimizzare i risultati, per esempio immaginando un polo sulla ricerca medica a Dakar e uno sulla chimica petroliferia a Lagos. Esiste un problema anche di cattiva gestione delle risorse agricole e alimentari, dovuto anche in questo caso alla presenza sul mercato di multinazionali che continuano a usare l’Africa come serbatoio di materie prime, beni di consumo e risorse energetiche che vengono raffinate, commercializzate e magari reimmesse sul mercato in Africa con prezzi proibitivi.

Quest’economia di rapina è possibile proprio perché ex-colonie e multinazionali mantengono alcuni Paesi, a partire dal Congo, in una condizione di instabilità permanente, proteggendo i propri giacimenti con milizie private ed evitando così di dover rinegoziare i propri contratti con uno stato centrale forte e autorevole.
Viene quindi evocato il tema della religione, come ultima risorsa (Ba) sulla quale la sete di dominio che è propria all’uomo come tale si esercita, andando peraltro a rovesciare la pacifica convivenza e il sincretismo (Kossi) che hanno sempre caratterizzato l’esperienza religiosa in terra d’Africa.
Un’altra questione sollevata è quella del rifiuto di se stessi da parte dei neri, specie diasporici, spinti dall’immaginario e dall’ordine discorsivo postcoloniale a odiare il colore della propria pelle e la propria cultura d’origine, dal che deriva il proliferare dell’uso delle creme sbiancanti, già denunciato da Malcolm X, e più in generale la negazione della propria identità.
A questa deriva ci si oppone avviando un lento lavoro di recupero del patrimonio storico e culturale africano, possibile solo grazie a una revisione profonda dei programmi scolastici in vigore nei Paesi africani, ancora fortemente eurocentrici e condizionati dai valori e dagli interessi economici delle ex-potenze coloniali.

Se ho voluto sia pur velocemente evocare i numerosi snodi evocati dal film è perché mi è sembrato necessario mettere in evidenza il taglio divulgativo di fondo, finalizzato a declinare per un pubblico non necessariamente composto da addetti ai lavori, temi e questioni molto complesse. La volontà di offrire una panoramica in qualche modo rappresentativa delle questioni sul tappeto nell’Africa contemporanea inevitabilmente innesca due dinamiche che rischiano di inficiare la fondatezza dell’impianto complessivo dell’operazione: la prima è quella di ridurre appunto la complessità estrema di questioni di geopolitica ed economia a qualche concetto o pillola di saggezza prodotta dall’uno o dall’altro degli intervistati; l’altra è di lasciar fuori problematiche non meno centrali nella realtà politica del continente, magari per effetto di scelte prospettiche complessive.

Sarebbe stato utile per esempio aprire un excursus sulla involuzione autoritaria che hanno subito alcuni regimi africani a partito unico sorti dalla visione panafricanista di leader storici come Sekou Touré e Robert Mugabe. Stupisce inoltre come in tutto il film, nonostante la sua agenda panafricana, non vengano mai citati i Paesi della sfera a nord del Sahara, nonostante negli ultimi anni, proprio le cosiddette "primavere arabe" abbiano innescato delle dinamiche di protesta significative in vari Paesi subsahariani, dal Senegal al Burkina Faso. Un altro Paese inspiegabilmente assente dal dibattito sollevato nel film è il Sudafrica, che invece rappresenta con tutta evidenza un teatro di primaria importanza per esaminare i processi di sviluppo economico del continente, i rapporti con le potenze ex-coloniali, ma anche alcune dinamiche specifiche come gli scontri a sfondo economico e razziale che hanno avuto per vittima le comunità africane migranti.

L’impianto complessivo dell’operazione, teso più a sollecitare una risposta di impegno civile che di dibattito accademico, e l’attenzione inconsueta riservata alle voci della diaspora afrodiscendente italiana, ben si sposano con una progettualità produttiva nel segno della massima indipendenza. Questi elementi - che rappresentano a mio avviso il valore aggiunto del documentario - ci portano a perdonare l’utilizzo corsaro e ingenuo di un paio di sequenze a bassa risoluzione da film di finzione di ambientazione africana e retorica umanitarista come Hotel Rwanda (Terry George, 2004) e Blood Diamond - Diamanti di sangue (Edward Zwick, 2006).

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsPan-africanismo- Provare l’idea sulla realtà
Regia: Obehi Peter Ewanfoh; soggetto e sceneggiatura: Obehi Peter Ewanfoh; musiche: brani di Khadja Nin, Bob Marley, Kevin MacLeod, Miriam Makeba, Angélique Kidjo, Daby Touré, Listen for Life, Alpha Blondy; con: Mawuna R. Koutonin, Kossi A. Komla-Ebri, Ekue G. Folly, Victoria A. Oluwakemi, Paul Rusasebagina, Mohamed Ba, Jean Taki Nianke, Issiya Longo; origine: Italia, 2015; formato: HD, colore; produzione: Obehi Peter Ewanfoh per evideos; durata: 53’; sito: africandocs.com/documentary-projects/pan-africanismo-provare-lidea-sulla-realta

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