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If Only I Were That Warrior

di Valerio Ciriaci

Quel guerriero dai mille volti che si chiama storia

La lotta della memoria contro l’oblio che, come nel romanzo di Kundera Il libro del riso e dell’oblio, vede allineati da anni storici e storiche, intellettuali, filmmaker, attivisti e attiviste, per avviare finalmente una riflessione pubblica intorno all’esperienza del colonialismo italiano, ha da due settimane un nuovo strumento prezioso. Mi riferisco al pregevole documentario di Valerio Ciriaci If Only I Were That Warrior, che il 28 novembre è stato presentato al Festival dei Popoli di Firenze, portandosi a casa il Premio Imperdibili, grazie al quale verrà distribuito in un circuito di sale d’essai toscane e che oggi, venerdì 11 dicembre, alle 16.30 viene riproposto alla Casa della Memoria e della Storia di Roma, per iniziativa dell’ANPI provinciale di Roma. Sarà un ritorno a casa per Ciriaci, un giovane filmmaker nato proprio nella capitale e laureatosi alla Sapienza con una tesi sul cinema di Jean Rouch, prima di trasferirsi a New York, dove ha frequentato corsi alla New York Film Academy e ha realizzato due brevi documentari con la sua società Awen Films.

L’anteprima mondiale allo Spazio Alfieri di Firenze è arrivata poche settimane dopo il 3 ottobre 2015, che ha segnato insieme il secondo anniversario della strage di Lampedusa (2013) e la ricorrenza degli ottant’anni dell’invasione da parte dell’Italia fascista dello stato sovrano d’Etiopia (1935). La ricorrenza è stata ricordata da un saggio storico di Luca Palmieri, anticipato da l’Unità, da un dossier fotografico sul Corriere.it, da due post pubblici della scrittrice Gabriella Ghermandi e del fotografo Rino Bianchi e praticamente basta. Un silenzio poco meno che assordante. A distanza di varie settimane a viale Mazzini si sono finalmente svegliati, mandando in onda su Rai Storia uno speciale della rubrica “Il tempo e la storia” dal titolo “L’impero fascista. Realtà e propaganda”, trasmesso in onda il 10 novembre e ancora visibile online, con la presenza della studiosa Ruth Ben Ghiat, autrice di diversi studi critici sul fascismo e di uno recente sul cinema coloniale italiano (Italian Fascism’s Empire Cinema). Dal servizio pubblico sarebbe stato tuttavia lecito aspettarsi di più e con una tempistica diversa.

Filmmaker e cineasti - ne ho avuto modo di scrivere anni addietro qui - hanno almeno alcuni fatto la loro parte, al di qua, al di là e ai margini del fronte (post)coloniale, dal siro-americano Mustapha Akkad (Omar Mukhtar, 1981 - bandito in Italia fino al giugno 2009), al documentarista inglese Jack Kirby (autore di A Fascist Legacy, realizzato per la BBC nel 1989 e visibile solo online), dall’etiope-americano Haile Gerima (regista di Adwa, presentato nel 1999 alla Mostra di Venezia), agli italiani Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi (autori di numerosi film e installazioni sul colonialismo italiano, ultimo dei quali il bellissimo Pays Barbare, del 2013) e Luca Guadagnino (Inconscio italiano, 2011). Tutti questi film tuttavia hanno avuto e hanno una diffusione clandestina e in alcuni casi nulla in Italia: solo alcuni sono stati trasmessi qualche volta e nessuno è disponibile in homevideo. Auguriamo miglior fortuna a questo primo lungometraggio di Valerio Ciriaci, che parte da lontano.

L’idea del documentario prende piede nel febbraio 2013, quando Ciriaci e il suo socio Isaak Liptzin, operatore e coproduttore del film, parteciparono a una tavola rotonda organizzata a New York dal Calandra Italian American Institute del CUNY e dal Centro Primo Levi per metabolizzare un evento traumatico come la creazione ad Affile, in provincia di Roma, di un mausoleo originariamente intitolato al Milite Ignoto e poi dedicato alla memoria di Rodolfo Graziani, fra i principali artefici della politica coloniale di Mussolini e ministro della difesa durante la Repubblica di Salò. Graziani si macchiò di crimini di guerra infamanti, prima in Libia, assicurando da vice governatore della Cirenaica (1928-30) la riconquista della regione con una politica di terra bruciata fatta di esecuzioni sommarie, deportazioni e campi di concentramento, per poi essere messo da Mussolini prima alla guida del fronte sud nella campagna d’Etiopia (1935-36), condotta con l’uso di gas iprite e lanciafiamme, armi proibite dalle convenzioni internazionali, e poi a capo della stessa colonia con il titolo di vicerè d’Etiopia. Il 19 febbraio 1937, Graziani sfuggì fortunosamente a un attentato ad Addis Abeba e diede mano libera a militari e civili perché conducessero una rappresaglia feroce e insensata che provocò la morte di migliaia di indovini, nobili, letterati, frati e la distruzione del monastero ortodosso di Debre Libanos. Inserito per iniziativa dell’Etiopia nella lista dei criminali di guerra ricercati dalle Nazioni Unite all’indomani della seconda guerra mondale, Graziani, così come Badoglio e altri, non furono mai chiamati a rispondere di questi crimini contro l’umanità.

La notizia della creazione del mausoleo ad Affile, nell’agosto 2012, fortemente voluta dal sindaco Ercole Viri, è stata accolta con molte polemiche anzitutto in Italia. La scrittrice Igiaba Scego nel 2013 pubblicò una petizione con la richiesta al Presidente della provincia Nicola Zingaretti di smantellare il monumento, che raccolse in poche settimane oltre ventimila firme. Il documentario ricostruisce questa vergognosa pagina di storia recente, che si è conclusa almeno per ora solo con la cancellazione dello stanziamento originariamente varato dalla Regione mentre quell’odioso e anche orribile manufatto giace ancora al suo posto, appena fuori dal paese. Ma If Only I Were That Warrior fa molto di più, usando questa vicenda come pretesto per intrecciare le storie di alcuni testimoni-personaggi, a cavallo fra Italia, Etiopia e Stati Uniti. I profili su cui insiste maggiormente sono tre: Mulu Ayele (nella foto), un’attivista etiope esule in Italia dai primi anni Novanta, curatrice di una rubrica per Radio Onda Rossa e presidente delle Associazioni delle Comunità Etiopi in Italia; Nicola Antonio DeMarco, un’agente immobiliare nipote di un reduce dalla guerra d’Etiopia; e Giuseppe Debac, un agronomo che lavora per progetti di cooperazione della FAO nella regione del Tigrai. Lo storico Mauro Canali dell’Archivio di Stato, invece, fornisce una cornice di riferimento alle narrazioni.

Ne emerge un palinsesto di storie estremamente affascinante, in cui il cortocircuito fra passato e presente risulta a tratti vertiginoso e tale da risucchiare lo spettatore in un labirinto quasi borgesiano di discorsi conflittuali e irriducibili a un orizzonte di verità storica condivisa. Se l’agronomo, il sindaco e un barista di Affile difendono le ragioni di Graziani e sostengono l’opportunità di questa operazione di rivalutazione della sua memoria, le voci di Ayele, DeMarco, Canali, e dello storico inglese Ian Campbell danno una lettura contrapposta di questa vicenda, denunciando cecità, connivenze e dimenticanze a tutti i livelli. A colpire maggiormente, tuttavia, è la ricostruzione della strage di Debre Libanos, affidata alla testimonianza preziosa e straziante di un sopravvissuto, allora appena un bambino, in grado di ricordare con precisione anche dettagli agghiaccianti come l’esame delle mani compiuto dai militari italiani, sulla cui base i contadini vennero risparmiati mentre i religiosi furono sterminati senza pietà.

Nella sezione etiope, l’enfasi data alle riprese di esterni naturali e urbani, alla ricerca di tracce del passato coloniale italiano, sembra come tradurre sul piano visivo la sostanziale indifferenza con cui l’opinione pubblica ha accolto il dibattito fra la diaspora etiope in Italia e negli Stati Uniti intorno al mausoleo di Graziani, fatta eccezione per alcuni intellettuali e testimoni diretti, appunto, mentre gli eredi dei nostri connazionali possono continuare, sulla scorta anche della protezione accordata ai loro avi dall’imperatore Selassié all’indomani della liberazione nel 1941, a sostenere senza contraddittorio la favola bella degli italiani brava gente, civilizzatori e costruttori di ponti.

La partitura visivo-sonora intessuta da Ciriaci integra felicemente anche riprese di repertorio e soprattutto decine di fotografie e illustrazioni d’epoca, il cui fascino talora inquietante è recuperato ricorrendo a un efficace procedimento di ripresa panoramica al ralenti, combinato con un effetto di visione a rilievo. L’orchestrazione di questi materiali così eterogenei è possibile grazie a uno sguardo d’autore già molto personale e riconoscibile, di volta in volta intimo o distaccato, attento a restituire l’impatto plastico di monumenti o scorci paesaggistici, senza indulgere in facili estetismi calligrafici e concentrato soprattutto sull’intento di garantire un impatto comunicativo al suo discorso per immagini, evitando le retoriche asfittiche del pamphlet di denuncia.
Realizzato in regime di autoproduzione, il film è stato completato grazie a una campagna di crowdfunding su Kickstarter, condotta con invidiabile efficacia, tale da assicurare in poche settimane un fondo di oltre 17 mila dollari, grazie a circa 170 donatori.

La lotta della memoria contro l’oblio prosegue, grazie anche all’impegno di Mulu Ayele, Nicola Antonio DeMarco e degli altri animatori del Comitato Affile Antifascista, ma i fronti, nell’Europa post-attacchi di Parigi, stretta fra l’ascesa dei partiti xenofobi e il terrorismo transnazionale di matrice islamista rischiano di aumentare, e anche i gruppi più dichiaratamente neofascisti possono approfittare di un terreno di cultura fertile. Basti pensare solo a quello che è successo pochi giorni fa a Napoli, nel quartiere Pianura, dove per iniziativa di alcuni consiglieri del IX Municipio, a piazza San Giorgio è stata eretta una targa monumentale che riporta un lungo passo dal discorso della fondazione dell’Impero, pronunciato da Mussolini il 9 maggio 1936.

La partita non è meno aperta sul terreno postcoloniale, anche solo per restare ai rapporti Italia-Etiopia. Verrebbe da chiedersi, pensando alla presenza sul territorio di Debac e altri cooperanti e imprenditori nostri connazionali, quali siano gli interessi economici che legano oggi i due Paesi, in una cornice di accordi europei che incoraggia l’incremento di rapporti di matrice neocoloniale, tesi a garantire supporto politico a Paesi africani in deficit di stabilità, democrazia e credibilità internazionale in cambio di commesse e di un impegno a rafforzare l’azione di repressione dell’immigrazione irregolare verso il vecchio continente. E il pensiero va naturalmente alla diga idroelettrica Gibe III, affidata alla società italiana Salini, in costruzione nella bassa valle dell’Omo dal 2006, su un terreno abitato da diversi popoli indigeni che contano circa duecentomila persone. Per questo lavoro così impegnativo da effettuarsi su un ecosistema semi-arido in cui diversi popoli vivono e sono dipendenti totalmente dalle acque del fiume Omo, sembra non sia stato compiuto nessuno studio di valutazione d’impatto ambientale o sociale adeguato. L’UNESCO, Human Rights Watch e Survival hanno avviato diverse campagne di sensibilizzazione sui rischi collegati alla realizzazione di questa diga, il cui cantiere è stato visitato dal nostro solerte premier solo a luglio di quest’anno, ma gli interessi in gioco sono alti e la costruzione è stata pressoché ultimata.

Film come If Only I Were That Warrior sono un antidoto fondamentale a contrastare l’amnesia interessata e le operazioni di revisionismo che con una certa regolarità infestano la vita culturale e politica di questo Paese. Ecco perché è confortante sapere che Ciriaci è al lavoro su una versione italiana del film destinata alla televisione, il cui titolo evocherà in modo più esplicito il primo verso dell’Aida verdiana (“Se quel guerrier io fossi”) che ha ispirato il titolo originale.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsIf Only I Were That Warrior
Regia: Valerio Ciriaci; fotografia: Isaak Liptzin; montaggio: Giovanni Pompetti; colonna sonora originale: Francesco Venturi; sound design: Luigi Porto; color correction: Michael Hernandez; con: Mulu Ayele, Mauro Canali, Nicola Antonio DeMarco, Antonio DeMarco, Rosa DeMarco, Ivano Petrazzi, Manuel Frasca, Giuseppe Debac, Ercole Viri, Kidane Alemayehu, Ian Campbell, Megabi Woldetensae, Carlo Iori, Ernesto Nassi, Nicola Zingaretti; origine: Italia/USA, 2015; formato: DCP, 1.78, 5.1, colore; durata: 72’; produzione: Valerio Ciriaci e Isaak Liptzin per Awen Films; sito ufficiale: ifonlyiwerethatwarrior.com

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