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Sundance 2016: i conti con i fantasmi e i miti della storia black

di Leonardo De Franceschi

In corso il Sundance Film Festival (21-31 gennaio)

Anche quest’anno gli schermi dell’innevata Park City, nello stato dell’Ohio, diventano per poco più di dieci giorni un palcoscenico ideale per tastare il polso alla produzione indie americana e vedere cosa rimane impigliato nella rete dei selezionatori della produzione africana e diasporica globale. Questa edizione del Sundance Film Festival (21-31 gennaio) si è aperta nel segno dei commenti sulla questione della diversità, sollevata dalla polemica contro gli Oscar bianchi. Parlando il 23 gennaio al Directors’ Brunch, il presidente e fondatore Robert Redford si è chiamato fuori dalla polemica. «Non seguo gli Oscar», ha detto ai giornalisti che lo incalzavano, «voglio dire che non sono focalizzato su questa parte», e ha aggiunto «una volta che il lavoro è fatto, io mi ritiro. Non è una cosa che occupa il mio pensiero». Redford ha al contempo rivendicato l’endiadi diversità/indipendenza: «Diversità viene dalla parola ‘indipendenza’», come a dire che «è una cosa automatica: se hai una mentalità indipendente, farai cose diverse dalla forma comune. Quindi avrai una produzione più diversificata».

D’altra parte negli ultimi anni il Sundance, attraverso sia i suoi laboratori di formazione destinati a filmmaker di tutto il mondo (c’è passato anche il nostro Jonas Carpignano) e le scelte di programmazione del festival, ha portato all’attenzione della critica statunitense autori e autrici emergenti della scena afroamericana che avrebbero avuto un impatto importante sul mercato, da Lee Daniels ad Ava DuVernay, che siede attualmente nel Board, per venire a Ryan Coogler, premiato qui per Prossima fermata Fruitvale Station. Anche quest’anno, le proposte dei selezionatori mettono a valore le produzioni di cineasti di riferimento come Spike Lee e Don Cheadle, offendo al contempo un importante rampa di lancio a talenti emergenti, inseriti in competizione nelle sezioni maggiori.

Il titolo probabilmente più atteso dell’anno è The Birth of a Nation, film d’esordio del 37enne attore Nate Parker, interprete fra gli altri di La vita segreta delle api, Red Hook Summer di Spike Lee e Red Tails, prodotto da Lucas. Descritto come un kolossal che sconfina nel pulp da Giulia D’Agnolo Vallan ieri sul Manifesto, il film ripercorre la parabola umana e politica di una figura principe del pantheon black, quel Nat Turner che nel 1831 fu alla guida di una delle rivolte di schiavi più efficace della storia, costando la vita ad almeno sessanta bianchi, entrando in dialogo con un primo film televisivo, a cavallo fra documentario e finzione, dedicato a Turner dal cineasta indipendente nero Charles Burnett e con un romanzo del bianco William Styron (The Confessions of Nat Turner) premiato nel 1967 col Pulitzer ma inviso alla comunità afroamericana. Il film, che verrà distribuito negli States dalla Fox, ha avuto un impatto già rilevante sulla stampa USA, è quindi possibile possa uscire dal cono d’ombra in cui spesso finiscono i titoli black oriented, considerati poco appetibili da parte dei distributori europei (quelli italiani poi, hanno il braccino ancora più corto).

Incuriosiscono però anche i due altri titoli black della sezione US Dramatic, diretti da registi bianchi. Southside with You ricostruisce l’itinerario sentimentale e politico di una coppia, Barack e Michelle Obama che ha cambiato la storia della comunità nera dal 1989, quando i due si incontrarono ad Harvard. Dietro la cinepresa, l’esordiente Richard Tanne, già al lavoro su un film Pixar. Morris from America invece sembra essere un racconto di formazione, con protagonista un ragazzino nero tredicenne alle prese col padre, in un contesto diffidente rappresentato dai residenti della cittadina tedesca di Heiderberg: il regista, il cipriota Chad Hartigan, è già stato premiato al Sundance con This Is Martin Bonner. Anche l’altra sezione competitiva, riservata ai documentari statunitensi, presenta almeno due titoli di rilievo per il pubblico nero: Trapped della regista e attivista afroamericana Dawn Porter, è un’inchiesta scottante sugli effetti della legislazione che dal 2011 al 2013 ha limitato il diritto di aborto negli Stati Uniti (il riferimento del titolo è alle Target Regulations of Abortion Providers, TRAP), investendo soprattutto le cliniche degli Stati del sud; promette bene anche Kiki, omaggio alla comunità LGBTQ nera di New York e ai suoi luoghi e figure di riferimento, condotto dalla pluripremiata artista visuale svedese Sara Jordenö

Nelle altre sezioni, c’è spazio, come anticipato, per altri nomi e storie care all’immaginario e alla storia del popolo black american. A partire dall’atteso film di chiusura del festival, il biopic di Miles Davis scritto (insieme a Steven Baigelman) diretto e interpretato da Don Cheadle (candidato agli Oscar per Hotel Rwanda), alla sua prima regia: Miles Ahead. Il comico W. Kamau Bell presenterà al festival un episodio della sua serie United Shades of America, prodotta dalla CNN, nella quale promette di attraversare il Paese alla ricerca di storie e situazioni a partire dalle quali parlare di razzismo e stereotipi con un approccio ironico e straniante: si parte da Harrison, Arkansas, una cittadina in cui il KKK sta cercando di rilanciarsi. Ezra Edelman per la ESPN ha realizzato uno special sulla vita di O.J. Simpson (O.J.: Made in America), ex attore e campione di football protagonista di uno dei casi giudiziari più discussi del secondo Novecento. Ancora più attesi il nuovo omaggio di Spike Lee al Michael Jackson degli inizi della sua parabola, quello dei Jackson Five, in Michael Jackson’s Journey from Motown to Off the Wall (Doc Premieres) e il ritratto di una delle massime icone del femminismo nero, Maya Angelou and Still I Rise, nelle sue molteplici sfere d’espressione, dal canto alla danza, dalla scrittura all’attivismo politico.

Nella sezione dedicata ai prodotti più acerbi e sperimentali, Next, spicca How to Tell You’re a Douchebag di Tahir Jetter, brillante rom-com ambientata a New York che vede protagonisti un blogger misogino e una giovane scrittrice nera di talento. Viene invece dal mondo dei video musicali il losangelino JD Dillard, regista esordiente di Sleight, ancora una commedia sulle disavventure di un giovane studente di high school che trovandosi solo a dover tirar su una sorellina minore, si mette a fare il mago di strada ed entra casualmente nel giro del boss locale, fino a che si innamora di una ragazza e cerca di cambiare strada. L’altro titolo, fresco e surreale della sezione lo abbiamo già visto e recensito alla Mostra di quest’anno, The Fits di Anna Rose Holmer, il ritratto di una micro comunità di ragazzine di Cincinnati affascinate dalla danza moderna, che rimangono pian piano contagiate da un strano malessere psicofisico.

Il programma è arricchito da corti e produzioni di confine che vedono protagonisti altri talenti emergenti della scena black, come il lunatico Terence Nance, che alcuni per ricorderanno per il singolare esordio An Oversimplification of Her Beauty (2012), quest’anno di ritorno con Swimming in Your Skin Again, ambientato nella Florida del sud. Promette bene anche Waves, incursione al Sundance del comico e musicista afrotedesco Reggie Watts, noto per un fortunato show sulla CBS.
L’Africa, quanto all’Africa, dovremo accontentarci di alcuni corti, appunto. Si parla di ebola in Waves of Grace di Gabo Arora e Chris Milk, ambientato in Liberia. Maggiore interesse riscuote il corto in competizione Maman(s), ambientato nel Senegal di oggi dalla francese Maïmouna Doucouré. Fuori concorso passa infine Jungle, del ghanese Asantewaa Prempeh, girato a New York nel mondo degli ambulanti senegalesi.
Poche e disperse schegge d’Africa sparse in un programma sterminato. L’annata cinematografica per il continente si annuncia già complicata.

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