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Seconda primavera

di Francesco Calogero

La donna che avrebbe potuto vivere due volte

Dal 4 febbraio raggiunge le sale cinematografiche, inizialmente in 30 copie, la sesta fatica di Francesco Calogero (La gentilezza del tocco, Nessuno), 59enne regista messinese, che ritrova il lungometraggio a sedici anni da Metronotte, stavolta in veste anche di co-produttore, con la società Polittico, di recente al centro del documentario Mise en scène with Arthur Penn (A Conversation) diretto da Amir Naderi. Seconda primavera, presentato in anteprima al Trieste Film Festival nel 2015, è un dramma malinconico, intimista, sull’attesa e costruzione di una rinascita spirituale, che vede protagonista un architetto cinquantenne di successo, Andrea Ricoli (Claudio Botosso), bruciato da una perdita familiare non rimarginabile e una giovane donna, tunisina d’origine, Hikma Bouchri (Desirée Noferini), che grazie anche alle premure di Andrea, impara a prendere le misure con una maternità arrivata molto presto.

Scandito in un arco di sei stagioni, dall’inverno alla seconda primavera, il film di Calogero dipana le sorti di diversi personaggi, ma insiste su pochi luoghi, anzitutto una villa isolata da Messina e costruita proprio dallo stesso Andrea in gioventù per un possidente locale e per la figlia Sofia (Barbara Silva), che avrebbe più tardi sposato. La villa è circondata da un grande giardino, ormai abbandonato e invaso dai rovi, ed ha una struttura molto particolare, proiettata com’è verso un piccolo ponte in ferro che conduce a una terrazza sul mare. All’inizio della storia, Andrea vuole disfarsene, anche perché dopo la scomparsa della moglie, incinta di otto mesi, in circostanze misteriose, non è più riuscito a viverci e anche le sue ambizioni lavorative sono come spente. L’incontro casuale con Hikma, sorella del ristoratore tunisino Nabil (Hedy Krissane), che si è rivolto al suo studio per una ristrutturazione, lo scuote da un torpore che lo blocca da anni: Hikma gli ricorda immediatamente la moglie Sofia, per la fisionomia, oltre che per la comune etimologia dei nomi, associabile alla nozione di saggezza.

Una festa di capodanno fa convergere i destini di Andrea, Nabil e Hikma, ma anche quelli di Riccardo (Angelo Campolo), un giovane con ambizioni di scrittore pulp e della moglie quarantenne Rosanna (Anita Kravos): frustrato dall’ennesimo litigio con la donna, Riccardo seduce Hikma e la mette incinta. Andrea li accoglie nella villa e aiuta Riccardo a trovare un lavoro, fatalmente nello stesso ospedale dove esercita Rosanna. Appresa la tragica storia che ha scosso Andrea, Hikma decide di chiamare la figlia Eugenia, come si sarebbe chiamata la bimba di Sofia, se fosse venuta alla luce. L’improvvisa partenza di Riccardo per un progetto di cooperazione in Benin muta di segno la convivenza di Andrea e Hikma nella villa e man mano che sotto le cure della ragazza il giardino torna a fiorire, anche l’architetto sembra pian piano riacquistare voglia di vivere e ambizioni sopite. Ben presto questa parentesi verrà a chiudersi, lasciandogli nuove consapevolezze e il miraggio di un enigmatico ritorno al futuro.

Andrea appartiene alla stessa famiglia di Nico (Nessuno) e Giovanni (Cinque giorni di tempesta), uomini miti, incerti, involuti, a cui la sorte sembra regalare un’ultima occasione di cominciare a mordere la vita ma non la forza di approfittarne. Antieroi di un potenziale noir, come lo era il protagonista di Neve (Stefano Incerti, 2013) anch’esso, non a caso, interpretato da Roberto De Francesco, a lungo attore feticcio di Calogero. Qui Andrea ha il viso scavato e sensibile di Claudio Botosso, interprete avatiano (Impiegati, Gli amici del bar Margherita) che ritrova dopo anni e con merito un ruolo da protagonista. Al suo fianco un cast curato anche nei ruoli minori, anche perché Calogero costruisce una partitura narrativa complessa, stratificata e ricca di sottotesti e riferimenti (letterari, musicali, cinematografici), dando spazio alla microcomunità che ruota intorno ad Andrea. Allo stesso tempo, l’affastellarsi di queste sottostorie amplifica la dimensione letteraria del plot, mentre il partito preso di un huit clos teatrale è appesantito da una certa didascalicità nei dialoghi e da una regia efficace ma che scivola in un uso insistito della soggettiva.

Calogero in Seconda primavera articola anche indirettamente un discorso sull’Africa, sulle comunità afrodiscendenti e sulle seconde generazioni, e lo fa a più livelli e su posizioni di un certo interesse. Certo, Nabil, interpretato con equilibrio e intensità da Hedy Krissane, attore e regista tunisino (Aspromonte) in Italia dai primi anni Novanta, è un personaggio che si muove sul filo dello stereotipo del fratello maggiore nei film sull’immigrazione da Paesi di cultura arabo-musulmana, ma anche dalle sue istanze di maggiore rigidità il regista riesce a esprimere il senso di una dignità di fondo, pur senza nasconderne le criticità, dalla compressione degli spazi di espressione della sorella alla disinvoltura tutta italiana con cui vorrebbe aggirare i vincoli urbanistici pur di ricavare una stanza sulla terrazza.

Più sottile e complesso il ritratto di Hikma, personaggio forse sovraccarico di echi hitchcockiani, che non riesce compiutamente ad emanciparsi dallo sguardo di Andrea e ad assumere vita propria, soffocato dal fantasma anche iconico della “prima moglie”: al di là di alcune ambizioni basiche di autorealizzazione (suonava il violoncello, voleva iscriversi all’università…) e di un percepito, maggiore radicamento al contesto locale (molto più giovane del fratello, Hikma parla un italiano dal vistoso accento siciliano), il personaggio rimane come raggelato nell’immagine-corpo di una bellezza naturalmente sensuale, istintiva e non del tutto consapevole, nonostante la sensibilità con cui viene declinato da Desirée Noferini, interprete italo-etiope lanciata da Un gioco da ragazze e vista di recente nella fiction Anna & Yusef. In entrambi i casi, va riconosciuto, ci troviamo davanti a personaggi che hanno una fisionomia complessa e che si sottrae a logiche riduttive di tipizzazione etnica o culturalistica.

Colpiscono evidentemente due altri snodi discorsivi che investono da un lato il rapporto fra identità e alterità e dall’altro l’Africa e vedono al centro il personaggio di Riccardo. In un passaggio dialogico il giovane ironizza con Andrea e Hikma sull’ostilità del fratello nei suoi confronti, dicendo di sembrare “più tunisino” di un connazionale di Nabil, a cui aveva promesso la ragazza. Nel finale, quando la coppia si riappacifica con Nabil, e Riccardo viene coinvolto nella gestione del ristorante arabo dell’uomo, il giovane torna a ricordare che potrebbe facilmente passare per arabo: «ho il fisico del ruolo» dice con un italiano sporco, da migrante arrivato da poco, per poi tornare al suo accento siciliano “naturale”. Al di là del fatto che di recente Campolo abbia interpretato proprio un egiziano, e per giunta un fratello maggiore intransigente e violento, nel quinto episodio della prima serie di Non uccidere, sicuramente girato dopo Seconda primavera, questo doppio riferimento problematizza in modo interessante la questione dell’“identità razziale” italiana, spostando un’ideale linea del colore più a nord, in modo da inglobare la Sicilia e più in generale il meridione in uno spazio unico pan-Mediterraneo. Fa problema però il fatto che a sviluppare il discorso sia uno dei personaggi più moralmente disinvolti della diegesi, esatto contraltare di Andrea, quel Riccardo che non si fa scrupoli di rievocare l’immaginario solidaristico dell’Africa delle ONG, inventando un improbabile stage pagato di tre mesi in Benin per insegnare ai locali la raccolta dei rifiuti ospedalieri («è un progetto dei tipo ‘aiutiamoli a casa loro’ così poi fanno da sé»), pur di ritornare alla vita comoda da aspirante scrittore garantitagli da Rosanna.

Nel complesso, in Seconda primavera queste diverse narrazioni dell’Africa e degli afrodiscendenti vengono mobilitate per denaturalizzare un certo immaginario rassicurante e familiare, fatto di stereotipi alterizzanti e situazioni che consentono la riproposizione di binarismi consolidati e rapporti di forze asimmetrici. Inoltre, l’aver puntato su due interpreti di talento e spessore come Desirée Noferini ed Hedy Krissane rappresenta un valore aggiunto significativo. A nostro avviso, tuttavia, se specie la prova attoriale di Noferini risente della cornice di soggetto/oggetto di sguardo in cui rimane imprigionata da Andrea/Botosso, a fare difetto stavolta sembra essere la capacità di tessitore di storie di Calogero, per un registro narrativo che ambisce a un profilo di narratività alta ancorché minimalista – difficile non leggere nel titolo un riferimento a Ozu - e invece, forse anche per ragioni di budget, tende ad attestarsi su una medietà da fiction televisiva, specie nei numerosi momenti in cui lo sceneggiatore cede alla tentazione di spiegare attraverso i dialoghi cosa si agita nell’anima dei suoi tormentati personaggi.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsSeconda primavera
Regia: Francesco Calogero; sceneggiatura: Francesco Calogero; fotografia: Giulio Pietromarchi; montaggio: Mirko Garrone; musiche originali: Sandro Di Stefano; scenografia: Antonio Virgilio; costumi: Antonella Zito; suono: Federico Ricci; interpreti: Claudio Botosso, Desirée Noferini, Angelo Campolo, Anita Kravos, Nino Frassica, Hedy Krissane, Tiziana Lodato, Gianluca Casale, Antonio Alveario, Monia Alfieri, Livio Bisignano; origine: Italia, 2015; formato: DCP, colore; durata: 108’; produzione: Mia Arfuso e Francesco Calogero per Polittico; distribuzione: Mariposa Cinematografica; Facebook: secondaprimavera

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