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45 IFFR. United Colors of Indie Film

di Leonardo De Franceschi

Note sulla 45a edizione del Festival di Rotterdam (27.1-7.2.2016)

A vederla, purtroppo, solo da casa, questa 45a edizione del Festival di Rotterdam, chiusasi ieri con la proiezione di The Childhood of a Leader accompagnata da un’orchestra, ha tutta l’aria di essere stata un evento-monstre e i numeri finali, tali da far impallidire molti festival di serie A, lo confermano: 305 mila biglietti strappati, 477 film presentati di cui 47 anteprime mondiali, 1.914 ospiti accreditati fra cui 299 registi da oltre 50 paesi. La scelta di restringere a otto il numero dei lungometraggio proposti in concorso (il massimo premio è andato all’iraniano Radio Dreams di Babak Jalali, in giuria siedeva anche l’attrice tunisina Hend Sabry) rispondeva opportunamente all’urgenza di focalizzare l’attenzione della stampa, davanti a un programma davvero imponente, fitto di sezioni competitive e non. In tutta questa mole di proposte, l’Africa, diaspore incluse, ha svolto un ruolo da Cenerentola, anche per la vicinanza del Sundance che fatalmente si mangia molte anteprime black.

In cartellone sono stati riproposti film presentati con successo in altri festival maggiori o in qualche caso già usciti in alcuni mercati, dal marocchino Much Loved di Nabil Ayouch, al sudafricano The Endless River di Oliver Hermanus, dallo statunitense Free in Deed di Jake Mahaffy (tutti e tre nel programma Limelight 2016 della sezione Voices, riservata ai film di autori consolidati) al tunisino As I Open My Eyes di Leyla Bouzid, inserito nella sezione IFFR Live, ospitante alcuni film in uscita nei Paesi Bassi proprio in questi giorni. Destano più interesse però, naturalmente, i numerosi titoli presentati in anteprima, a partire da Montréal la Blanche (Voices, Main Programme), opera prima di Bachir Bensaddek, algerino espatriato in Canada: il film racconta l’incontro nella notte di Natale di due esuli algerini a Montreal, una ancor giovane donna e un ex rockstar in patria che si guadagna da vivere come tassista.

All’interno di Perspectives, fa spicco la minisezione Letters fro Ethiopia, che ha proposto quattro titoli in provenienza da una delle cinematografie di tendenza del momento nel continente africano, grazie alla scoperta da parte dei festival che contano (uno dei quattro titoli è Lamb di Yared Zeleke, presentato a Cannes) e al successo delle produzione straight-to-video sul modello nollywoodiano: Hermon Hailay, regista di Price, appartiene a questa categoria di registi, dalle produzioni popolari e a basso costo. Della serie fa parte il corto New Eyes, sulle avventure di una ragazzina a cavallo fra infanzia e adolescenza, della regista Hiwot Admasu Getaneh, co-autrice insieme a Henok Legesse del documentario sul cinema etiope che dà il titolo alla sezione.

Rarissimi però gli altri titoli di cineasti africani. Da segnalare Le Park della marocchina Randa Maroufi, premiata con il Canon Tiger Awards for Short Films: ritratto di una microcomunità di ragazzi che si è riappropriata di un parco giochi abbandonato di Casablanca. “Una condizione di limbo circondata da incertezze su confini, legalità e tempo. Una sceneggiatura in partecipazione, collaborativa, viaggia fra mare sbiancato e foreste dorate, fondendo frammenti mitici, memorie coloniali e realtà d’emigrazione”: così si è espressa la giuria sul film. Apprezzato anche l’altro corto premiato, Faux départ della filmmaker franco-marocchina Yto Berrada, che si concentra invece sul mercato dei fossili in Marocco: “Una combinazione felicemente equilibrata di forma cinematografica e gesti senza parole. I mondi sotterranei dell’archeologia e del turismo sono percorsi attraverso un lavoro ripetitivo, finalizzato alla scoperta e talvolta all’ìnvenzione discutibile, di un’eredità.” Sempre dal Marocco arriva Yassine El Idrissi, che racconta invece le vicende di un adolescente diretto dal suo villaggio berbero di montagna in Olanda per ricongiugersi col padre, un addio pieno di incertezze e speranze, in Honey and Old Cheese (ID: Community Cameras).
Bla cinima (ID: Community Cameras) dell’algerino Lamine Ammar-Khodja, si interroga sul posto della settima arte nella società algerina di oggi. Il 39enne filmmaker egiziano Basim Magdy torna a Rotterdam con un altro corto sperimentale, The Everyday Ritual of Solitude Hatchking Monkeys, adattamento di un racconto del padre, sulle meditazioni di un uomo che si ritrova solo dopo che la sua intera comunità è scomparsa nel nulla dirigendosi verso il mare.

Di sguardi sull’Africa ce ne sono molti altri, alcuni dei quali riflettono sulle dinamiche neocoloniali di sfruttamento e alienazione sottile che coinvolgono Europa ed ex-colonie. Les Chevaliers blancs (Voices, Main Programme 2016) del belga Joachim Lafosse, analizza il modus operandi di un ONG francese che si occupa dell’adozione di bambini da paesi in guerra come il Ciad, affidandosi a un interprete di peso come Vincent Lindon. In Marocco, Ben Rivers ha pedinato in un film a cavallo fra finzione e documentario (The Sky Trembles, in Signatures 2016) il regista spagnolo Oliver Laxe, alle prese con un film di ispirazione herzoghiana. Anche Bienvenue à Madagascar viaggia soprattutto nei territori dell’immaginario, affidando a film di famiglia in super-8 la ricostruzione dell’Algeria degli anni post-indipendenza, vista dalla prospettiva della moglie di un ambasciatore del Madagascar (Bienvenue à Madagascar, di Franssou Prenant).

Diversi titoli analizzano le contraddizioni nei rapporti fra i due continenti, soffermandosi sull’esperienza migratoria. Kwassa Kwassa del vietnamita Tuan Andrew Nguyen è andato nell’isola di Mayotte, in pieno Oceano Indiano, per vedere come già questa terra può essere considerata un avamposto strategico per le tratte migratorie dall’Africa verso l’Europa. A Lampedusa si incontrano un giornalista somalo (Zakaria Mohamed Ali) e una donna in fuga da una crisi personale profonda, nel film omonimo diretto dal cineasta indipendente austriaco Peter Schrainer (Signatures 2016). Gardeners della slovena Mira Fornay si mette sulla tracce di un ragazzo albino tanzaniano, Kon, rifugiato in Europa. Mosaic, corto dell’olandese Guido van Driel, si concentra sul microcosmo di una piccola fabbrica di mattoni in Olanda, in cui si trovano a lavorare vari tre migranti dall’Africa. Il belga Sakala e l’italiano Il quarto giorno di scuola chiamano maggiormente in gioco l’eredità del colonialismo: il cortometraggio di Simon Halsberghe ha riscoperto una statua dimenticata intitolata a un bambino africano, il primo a visitare il Belgio nel 1884; quello di Martina Melilli, su cui torneremo a breve, mette in relazione le traversate della speranze attraverso il Mediterraneo di oggi e il viaggio di ritorno compiuto da Tripoli all’Italia dal padre della regista.

Alcuni documentari guardano alla realtà musicale multiforme e prismatica dell’Africa e delle sue diaspore, ospitati dalla sezione Scopitone2016. Roaring Abyss, dello spagnolo Quino Piñero, è un omaggio alla secolare tradizione della musica etiope, ispirata alla tradizione orale, e ai suoi ultimi custodi. Congo Beat the Drum, del cineasta israeliano Ariel Tagar, compie un viaggio nel sottogenere rub-a-dub, tipico del sound contemporaneo di oggi in Giamaica. Inside the Mind of Favela Funk degli olandesi Fleur Beemster e Elise Roodenburg, è un reportage girato in Brasile su una produzione popolare caratterizzata da un linguaggio esplicito, violento e sessista. Waiting for B. degli statunitensi Abigail Spindel, Paulo Cesar Toledo segue le vicende di un gruppo di fan brasiliani guy di Beyoncé che fanno della lunga attesa di un concerto a San Paolo un momento di consolidamento della loro rete di rapporti. _ The Cusp of Your Credenza (Anita Delaney) e Meni (Karel Doing) sembrano avere un carattere di più spiccata sperimentale formale ed rielaborazione visiva dell’immaginario black.

Anche sul versante statunitense vale la pena segnalare dei titoli di rilievo, sparsi fra le varie sezioni. Anzitutto il comeback di Bill Woodberry, fra gli autori di spicco della L.A. Rebellion (Hailer Gerima, Julie Dash, Charles Burnett, e altri), qui di scena con un esclusivo ritratto di un dimenticato poeta nero della Beat Generation, Bob Kaufman, dal titolo And When I Die I Won’t Stay Dead (Signatures 2016). Un altro omaggio che incuriosisce molto è Juke-Passages from the Films of Spencer Williams (Regained 2016), di Thom Andersen, rilettura dell’esperienza cinematografica di Williams, protagonista assoluto della scena dei cosiddetti race films, diretti alla comunità nera, negli anni Quaranta, dopo il declinare del pioniere Oscar Micheaux. Ears, Nose and Throat (Kevin Jerome Everson) e Black Code/Code Noir sono due cortometraggi che, partendo da una riflessione sui casi recenti di violenza esercitata dalla polizia su giovani neri si allarga, nel caso del film di Louis Henderson a uno sguardo retrospettivo che guarda alla realtà dello schiavismo. In chiusura, segnaliamo l’anteprima mondiale di uno short di Terence Nance, Univitellin, un Giulietta e Romeo di co-produzione franco-statunitense che arriva da uno dei talenti più singolari espressi dalla scena black contemporanea.

Leonardo De Franceschi

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