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Mister Chocolat

di Roschdy Zem

Of Me as I Am

Da oggi esce in 140 copie Mister Chocolat (Chocolat), opera quarta di Roschdy Zem, versatile attore franco-marocchino a suo agio nei polar tanto quanto nelle produzioni storiche come Days of Glory (Rachid Bouchareb, 2006), prova che gli valse un premio collettivo per l’interpretazione al Festival di Cannes.
Qui Zem porta sullo schermo la biografia romanzata di Rafael Padilla (Omar Sy), un artista nero nato a Cuba in schiavitù e assurto a grande notorietà come clown col nomignolo di Chocolat e in coppia con l’inglese George Footit nella Francia della belle époque.

Anticipo subito che si tratta di un ritratto costruito con grande passione e scrupolo storico, ma senza rinunciare a talune licenze funzionali a dare respiro metaforico all’esperienza di Chocolat, e che il film, che presenta diversi elementi di richiamo anche per un pubblico mainstream, è un testo destinato a diventare opera di riferimento per chiunque sia interessato all’immagine dei neri, nella vecchia Europa e non.

L’azione copre un arco temporale di vent’anni, aprendosi nel 1897, in una località di campagna nel nord della Francia. Footit (James Thierrée) è un clown bianco dal grande passato, ma l’impresario di un piccolo circo di provincia, Delvaux (Frederic Pierrot), non lo considera più al passo coi tempi nuovi. Quando George vede in scena un nero ricoperto di pelli animali e feticci, nel ruolo di Kalamba, un terribile re africano cannibale che spaventa i bambini, ha l’intuizione di trasformarlo in un clown augusto, quello che nella tradizione circense è il cascatore che incassa i colpi, e portare così per la prima volta su un palco un clown bianco e uno augusto. Davanti alla prospettiva di un compenso maggiore, il nero accetta di buon grado e, dopo un iniziale scetticismo di Delvaux, il pubblico non solo dimostra di apprezzare la novità ma il duo, ribattezzato Footit e Chocolat, diventa la principale attrazione del piccolo circo, tanto da attirare l’attenzione dell’impresario del Nouveau Cirque, Oller (Olivier Gourmet).
Lanciati a Parigi da Oller, i due diventano delle vere e proprie vedettes, conquistando la stampa dell’epoca e diventando un fenomeno che travalica il mondo del circo. Chocolat viene dipinto da Toulouse Lautrec e la sua immagine finisce anche su diverse pubblicità, in cui trionfa il topos del nero vessato e contento tanto da finire sui dizionari. Il clown nero si lascia però da subito trasportare dai suoi vizi - l’amore per i begli abiti, l’alcool e soprattutto il gioco - e Footit lo rimprovera di non impegnarsi abbastanza. Al culmine del successo, quando anche il cinematografo dei Lumière immortala alcuni dei loro numeri, Chocolat finisce in prigione perché privo di documenti, e il funzionario e i secondini si accaniscono contro questo nero che ha osato alzare la testa. In prigione Chocolat conosce Victor (Alex Descas), un esule haitiano dagli ideali radicali che lo esorta ad emanciparsi da Footit e a cimentarsi col teatro di Shakespeare. Questo incontro e quello con la giovane vedova Marie Grimaldi (Clotilde Hesme) gli apriranno gli occhi sul senso stesso della sua presenza in scena, costringendolo a prendere decisioni che metteranno a rischio la sua notorietà.

Fin qui il plot. Come anticipato, Zem si è ispirato a un personaggio realmente esistito di cui è noto solo il nome attribuitogli dal suo padrone a Cuba, Rafael Padilla, caduto nell’oblio e riscoperto solo alcuni anni fa, grazie a una biografia scritta dallo storico Gérard Noiriel, che ha collaborato alla sceneggiatura di Cyril Gely, adattata dallo stesso Zem insieme a Olivier Gorce. Il principale rischio per Zem - davanti a una figura storica, a una ricerca documentale e a una sceneggiatura preesistenti, a un modello quasi obbligato di riferimento come Venere nera (Abdellatif Kechiche, 2010), ispirato all’esperienza per molti aspetti parallela di Saartje Baartman, nella Francia del primo Ottocento - era di rimanere schiacciato nel ruolo di confezionatore e metteur-en-scène un po’ anonimo.
A questa insidia Zem si sottrae lavorando soprattutto su quello che diversi anni fa avremmo definito profilmico, ritagliando intorno a Omar Sy una sceneggiatura che entra in risonanza non solo con la condizione degli attori neri in Francia e altrove, ma solleva diverse chiavi di lettura anche attuali, sulla violenza di un impero globale che non sa riconoscere la soggettività dei suoi altri se non quando si sottomettono al ruolo previsto per loro.

Nella conferenza stampa, Zem ha rivendicato l’importanza delle licenze storiche assunte nei confronti del percorso di Padilla. La scelta di far incontrare Raphael e George, all’anagrafe Tony Grice, in provincia invece che a Parigi e di evidenziare il ruolo di Pigmalione assunto dal secondo è funzionale alla costruzione di quella che lo stesso Zem ha chiamato "una storia d’amore", piena di implicazioni sul piano anche personale (Footit ha una personalità ombrosa e dominatrice, oltre che tendenze omosessuali). L’episodio della detenzione e dell’incontro in carcere fa entrare in risonanza il percorso di radicalizzazione di Raphael con quello di tanti protagonisti della scena culturale e politica black, come Malcolm X, oltre a sollevare indirettamente la questione della ghettizzazione dei neri (e oggi dei musulmani) che può produrre in determinati contesti una risposta identitaria di dissenso fortemente polarizzata.
Padilla si misurò effettivamente al Théâtre Libre di André Antoine con una pièce di teatro drammatico, ma si trattava di Moisé di Firmin Gémier: associare Padilla all’Otello shakesperiano risponde a un quadro di verosimiglianza storica (il dramma è stato per molti attori neri, come Ira Aldridge, il primo banco di prova e ruolo classico a disposizione) ma illumina anche il destino di Chocolat, che una società di bianchi usa ed esalta, solo per liberarsene quando non riesce più a rispettare le consegne del ruolo assegnato. L’ansia di Sy sull’esito della sequenza, rivelata da Zem, è in questo senso emblematica, tanto quanto la scelta da parte del regista di raccontare questo fallimento più come mancato incontro (il pubblico, a causa dei suoi pregiudizi, non era "pronto" a vedere un nero a teatro) che come conseguenza di un’inadeguatezza da parte dell’interprete.

Altre due scelte, che si devono verosimilmente al lavoro che Zem ha compiuto in fase di revisione della sceneggiatura, amplificano la valenza politica dell’esperienza umana di Padilla. Compiendo uno scarto rispetto al rigore filologico di Kechiche e mostrandoci squarci dell’infanzia di Raphael a Cuba (anche se la location non è mai esplicitamente menzionata), il regista aiuta lo spettatore a configurare l’ordine della visualità che schiaccia il soggetto nero nella società schiavista e anche oltre: di particolare rilievo è la sequenza in cui Raphael bambino vede un maggiordomo nero, forse il padre, prestarsi a fare il buffone pur di compiacere i suoi padroni bianchi e aristocratici. Altrettanto rivelante è la scena in cui vediamo Raphael visitare insieme a Marie uno "zoo umano" all’interno di un’esposizione coloniale, nella Parigi del primo Novecento, e rimanere siderato davanti all’incontro con un giovanissimo "indigeno" che lo riconosce come simile e cerca vanamente di stabilire un contatto con lui.

All’inizio del secondo volume dedicato al clown nero (Paris: Bayard, 2016), Gérard Noiriel racconta di aver iniziato il suo lavoro di ricerca su Chocolat, per impulso di un team di studiosi e attivisti, sulla base di un comune interesse nei confronti del comico e con l’idea di lavorare a partire dall’evidenza di un determinato tipo di rapporto fra riso e pubblico, riassumibile nel motto "dimmi di chi ridi e ti dirò chi sei". La parabola di Chocolat, nella ricostruzione offerta da Zem, conferma la produttività di letture politiche della dimensione comica, in cui la soggettività dominante entra in tensione con quella di una serie di figure della subalternità, ma quasi sempre per vedere riconfermata la propria posizione di predominio. Il regista e i suoi sceneggiatori, come evidenzia la scena dell’ultimo, straziante, incontro fra Chocolat e Footit, mostrano di aver digerito anche la lezione di Spike Lee in Bamboozled, in cui la reinterpretazione dell’esperienza storica del blackface si sposava con una lettura controegemonica della società multirazziale nell’epoca della globalizzazione.

Un altro pregio da parte del regista è di aver saputo far tesoro del bagaglio di competenze ed emozioni dei suoi interpreti, a partire dal divo comico Omar Sy, a sua volta da sempre protagonista di una battaglia per imporre la dignità del suo percorso attoriale, ancorché condotto a partire da uno status di autodidatta, che rappresenta un segnale di speranza per tanti artisti afrodiscendenti, in Francia e altrove.
Di grande rilevanza anche l’apporto offerto da James Thierrée, che oltre a interpretare con nervosa e plastica energia Footit, ha coreografato tutte le scene di clownerie, mentre Alex Descas dà a Victor il carisma e la credibilità che gli riconosciamo in molti altri ruoli costruiti negli anni, in un cinema di ricerca e senza compromessi.

Se un limite dobbiamo trovare nel film di Zem sta nell’impalpabilità di uno sguardo registico che non diventa mai cornice, ma rimane sempre finestra, limitandosi a registrare, con efficacia, un lavoro d’insieme condotto pure con rigore ma anche notevole capacità di reinterpretazione. La presenza-assenza di questo sguardo non marcato non toglie però nulla alla forza politica e umana di Mister Chocolat, anche se probabilmente impedisce al discorso filmico di fissarsi con forza nella memoria dello spettatore cinefilo tipo.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsMister Chocolat (Chocolat)
Regia: Roschdy Zem; sceneggiatura: Cyril Gély, Olivier Gorce e Roschdy Zem, ispirato al libro "Chocolat, clown nègre : l’histoire oubliée du premier artiste noir de la scène française" di Gérard Noiriel (2012, Bayard); fotografia: Thomas Letellier; montaggio: Monica Coleman; musiche originali: Gabriel Yared; scenografia: Jérémie D. Lignol; costumi: Pascaline Chavanne; suono: Vincent Guillon, Dimitri Haulet, Brigitte Taillandier e Stéphane Thiébaut; interpreti: Omar Sy, James Thierrée, Clotilde Hesme, Alice de Lencquesaing, Alex Descas, Noémie Lvovsky, Frédéric Pierrot, Olivier Gourmet, Olivier Rabourdin; origine: Francia, 2016; formato: Digitale, colore; durata: 110’; produzione: Nicolas e Eric Altmayer per Mandarin Cinéma in collaborazione con Gaumont e M6 Films; distribuzione italiana: VIDEA-CDE.

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