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FCAAAL 26. Opening Stellenbosch: From Assimilation to Occupation

di Aryan Kaganof

Somewhere Against the Rainbow

Una delle intuizioni più felici delle direttrici del Festival del Cinema Africano d’Asia e America Latina, all’atto della costruzione di questa 26ma edizione, dalla scelta del motto (Designing Futures) alla compilazione del cartellone, eventi collaterali compresi, è di suggerire che qua e là esistono, nell’Africa di oggi, dei punti di intersezione forti e nuovi fra arte visiva e movimenti di base. Se è così, il percorso compiuto da Aryan Kaganof - che torna a Milano a due anni dallo struggente An Inconsolable Memory - è emblematico, perché racconta di una capacità davvero rara di far interagire indipendenza produttiva, sperimentazione formale e riflessione costante su visualità e razza nel Sudafrica di oggi, che non ha più paura di fare conti con i propri miti di fondazione, perché «la nazione arcobaleno è una bugia bianca costruita sulla sofferenza nera».

#OPENingSTELLENBOSCH trailer from African Noise Foundation on Vimeo.

L’inizio di questa nuova fase di insorgenza all’interno delle università sudafricane va fatto risalire probabilmente al 9 marzo 2015 quando lo studente Chumani Maxwele e una dozzina di altri studenti hanno inscenato una protesta all’Università di Cape Town che mirava anzitutto all’abbattimento di una grande statua bronzea a Cecil Rhodes, figura principe del colonialismo britannico in Sudafrica che diede il nome alla Rhodesia, attualmente Zimbabwe. Lanciando feci umane contro la statua, sfidando la security dell’università con canti di protesta e danze in stile toyi-toyi, secondo una modalità usata con successo dal movimento anti-apartheid dopo il massacro di Soweto del 1976, e accompagnando l’iniziativa col lancio di una pagina Facebook e dell’hashtag #RhodesMustFall, il movimento ha non solo ottenuto la rimozione della statua il 9 aprile, ma ha avviato una reazione a catena, producendo una riflessione sullo stato dell’università sudafricana che ha coinvolto molti altri atenei. Kaganof si è impegnato in prima linea nel documentare lo sviluppo della protesta alla Witswaterstand di Johannesburg, producendo un primo film, Decolonizing Wits (2015), che è stato distribuito nel giugno 2015, e da poche settimane ha completato questo Opening Stellenbosch, dedicato all’omonimo movimento che si è sviluppato nell’università di Stellenbosch, cittadina della regione del Western Cape, e presentato al 26° FCAAAL in anteprima mondiale, nella sezione Designing Futures.

Il regista ha realizzato questo documentario, di cui esiste una extended version in tre parti sulla quale ha scritto una testata sudafricana (qui), mentre si trovava ospite dell’ateneo in qualità di artist-in-residency. Beh, pare che allo Stellenbosch Institute for Advanced Study non abbiano apprezzato, visto che hanno rifiutato di proiettarlo. E sì che Kaganof, artista anarchico e d’avanguardia, ha realizzato tutto tranne che un reportage sul movimento, magari accattivante ed efficace sul piano giornalistico. Il regista, pur mostrando le immagini della rimozione della statua di Rhodes, non fa nulla per aiutare lo spettatore a orientarsi, proiettandolo da subito nel fuoco di una polemica che parte dall’università, come si sarà capito, per interrogarsi indirettamente, grazie anzitutto alla riflessione degli stessi studenti, sulla realtà del Sudafrica di oggi, in cui il processo di riforme politiche e soprattutto sociali sembra arrivato a uno stallo preoccupante. A giudicare da quanto emerge dai due documentari, l’università è uno dei settori in cui il privilegio bianco, afrikaaner e maschile, continua a dominare pressoché indisturbato. Vediamo gli studenti fare sit-in con cartelli da cui emerge che meno del 3,5 del persone docente è composto da professori neri e che i 18 membri del consiglio di amministrazione sono tutti rigorosamente uomini e bianchi. L’aula intitolata a Steven Biko e messa a disposizione degli studenti per riunioni e attività ricreative è uno stanzone senza finestre.

Kaganof cita il Fanon di Pelle nera, maschere bianche per alludere alla complessità delle dinamiche di razza che ancora attraversano la società sudafricana e sono rispecchiate dalle stesse lacerazioni in seno al movimento studentesco. All’interno dell’ateneo ci sono dei professori radicali che hanno sostenuto e anzi in qualche modo favorito la stessa nascita del movimento, e il regista dà spesso la parola a una giovane ricercatrice del dipartimento di antropologia che lamenta nonostante il suo impegno di essere stata talvolta zittita da una frangia nazionalista degli studenti semplicemente perché bianca, un’altra studentessa racconta di sentirsi a sua volta esclusa dal movimento per lo stesso motivo, e una terza confessa di vivere la propria bianchezza con un profondo senso di colpa ma il white and male Kaganof con uno dei suoi cartelli al vetriolo si smarca da qualsiasi espressione di disagio bianco, autocentrato e narcisistico.

D’altra parte, è anche un problema di autorità e legittimazione: uno studente riflette sul fatto che tanti suoi colleghi per abitudine sono inclini a riconoscere l’autorità di un professore bianco ma stentano invece a riconoscerla ad uno nero, e qualcun altro rivendica ai neri il diritto di godere di spazi neri per curare le ferite del passato. Lo stesso metodo autodefinitorio in virtù del quale a ogni studente viene chiesto di precisare, all’atto dell’iscrizione, se si consideri Asian/Indian, African, Colored o White, fa problema e non solo agli occhi della studente che si sente a disagio perché figlia di un Asian/Indian e di un African. Ferma restando la legittimità di entrare in sintonia e riconoscersi nelle lotte delle altre comunità nere nella realtà globale, un altro studente racconta per esperienza diretta che negli Stati Uniti gli africani come lui hanno problemi a sentirsi Black perché tutto gli ricorda invece costantemente le sue origini africane.

Kaganof si immerge nelle riunioni del collettivo, si fa sguardo partecipe nelle sequenze di sit in e manifestazioni all’interno del campus, cerca di restituire gli snodi attorno ai quali si organizza la protesta, come per esempio la questione della lingua ufficiale. Troppi insegnamenti continuano ad essere impartiti in afrikaaner, il movimento è attestato sostanzialmente a richiedere l’adozione dell’inglese come lingua franca, ma alcuni sono per anche per dare legittimità alle lingue locali. Lo scontro viene polarizzato da molti nei confronti del rettore bianco, Wim de Villiers, considerato esemplare di un’élite che continua a proteggere le proprie condizioni di privilegio, limitandosi a piccole concessioni formali sul fronte della diversità. Un professore accusa il movimento di naiveté e di fare un’operazione di facile copycat nel suo riappropriarsi delle parole d’ordine dei gruppi afroamericani in rivolta contro il racial profiling poliziesco, come il celebre e terribile "I Can’t Breathe" di Eric Garner, ma Kaganof risponde con un cartello nel quale rispolvera una citazione dimenticata di Fanon che suona “quando ci ribelliamo non è per una cultura particolare. Ci ribelliamo semplicemente perché, per molte ragioni, non riusciamo più a respirare”.

È nel ricorso istitito e spesso provocatorio ai cartelli che Kaganof mette in campo il suo punto di vista, spiazzante e iconoclastico, ma anche nell’uso delle musiche - dove, ai molti canti di protesta in inglese o in lingue locali, eseguite nel corso delle manifestazioni, si mescolano talvolta in oversound brani di musica classica e Lieder - e nel trattamento antinaturalistico del suono. Sul piano della discorsività politica, tuttavia, il segno più sicuro della sensibilità materialista di Kaganof sta nell’attenzione che dedica sempre alle questioni di classe, aprendo di tanto in tanto degli squarci in cui si affaccia lo sguardo di un muratore o di una donna delle pulizie, o dei passaggi di cinema oggettuale, nei quali si sofferma nel mostrare quello che rimane, della vita del campus, nei cestini della spazzatura e fuori: rifiuti, tracce e segni di un potere delle merci che resiste anche alle lotte più radicali sulla razza. Forse l’ultimo tabù che ancora stenta a prendere piede nei movimenti, è proprio quello della classe, che chiama in causa in modo più netto la continuità nei rapporti di forze esistenti all’interno della società sudafrica, al di là delle battaglie, sacrosante, sul versante della razza, del genere e dell’orientamento sessuale, per cui il Sudafrica vanta posizioni molto più progressiste di tanti paesi occidentali, primo paese africano a legalizzare il matrimonio omosessuale nel 2006.

Leonardo De Franceschi | 26. Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina

Cast & CreditsOpening Stellenbosch: From Assimilation to Occupation
Regia, sceneggiatura, fotografia, produzione e montaggio: Aryan Kaganof; musiche: Garth Erasmus, Niklas Zimmer, Adam Lieber, African Noise Foundation; origine: Sudafrica, 2016; durata: 101’; formato: HD, bianco e nero/colore.

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