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FCAAAL 26. Devil Comes to Koko

di Alfie Nze

Dono del governo italiano

La storia dei rapporti fra Italia e Africa è piena di pagine oscure e di dossier ancora tragicamente aperti, come quello che riguarda l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che è tornato di attualità in questi giorni. Devil Comes to Koko, mediometraggio d’esordio di Alfie Nze, 44enne nigeriano da molti anni in Italia e attivo come regista, autore e attore, a cavallo fra teatro, cinema e fiction, illumina su un episodio che ha molti elementi in comune con il contesto che ha prodotto la liquidazione barbara dei due giornalisti e che ancora una volta chiama in causa il nostro Paese, visto che in gioco è il traffico di rifiuti tossici verso un paese terzo del Sud globale, stavolta la Nigeria, nel 1987. Ossessionato da questa storia, avvenuta quando era un adolescente, Nze ne ha ricostruito le vicende puntigliosamente, mettendole in relazione con un altro evento storico accaduto cento anni prima e che vide protagonista di una resistenza anticoloniale fiera ancorché vana un capo villaggio di Koko. Il risultato è un interessante ibrido fra documentario e finzione mediata dal teatro, che apre una possibile via nuova nella produzione del cinema migrante italiano.

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Koko, Delta State, Nigeria meridionale, 1987. Una nave attracca nel piccolo porto fluviale della cittadina e comincia a sbarcare il suo contenuto di veleni. Diecimila fusti contenenti 3500 tonnellate di rifiuti tossici, industriali e farmaceutici, provenienti da Pisa vengono stoccati e interrati in un terreno della zona. Apparentemente la documentazione è in ordine: gli armatori hanno il consenso del proprietario delle terre, erede degli Olunu, la famiglia più importante della zona, con tanto di parere sull’impatto ambientale dell’operazione e su alcuni bidoni compare persino la scritta “dono del governo italiano”. A seguito della denuncia di due studenti nigeriani in italia e di un’azione eclatante compiuta da un deputato dell’epoca, Enrico Falqui, con la complicità di Rachele Gonnelli, giornalista Rai, il deposito viene filmato e il caso arriva all’opinione pubblica. Dopo una lunga trattativa con il governo nigeriano, il carico e tonnellate di terra contaminata vengono caricati su due navi, la Karin B e la Deepsea Carrier, e rispediti in Italia. Tuttavia, le immagini che Nze realizza con una piccola troupe locale in Nigeria a Koko ci restituiscono una realtà spettrale, a quasi trent’anni dal tragico evento.

Il sito della discarica, dichiarato zona off limits dal governo, è una radura dove cresce un erba marrone scuro. Nze e l’operatore rischiano di essere scacciati in malomodo da un custode e faticano a spiegare che il loro scopo è proprio fare luce su questa storia dimenticata, che ha rovinato per sempre l’ecosistema e l’economia di tutta la zona, che viveva di pesca sul fiume e di commerci. L’erede e attuale proprietario del terreno racconta che il suo parente che seguì e autorizzò lo stoccaggio dei rifiuti morì poco dopo la restituzione dei fusti, malato ed esaurito a causa delle pressioni subite: la compagnia che gestì il traffico così come il governo dopo avevano promesso risarcimenti e lavori di bonifica dell’area ma nulla è successo e la cittadinanza ha rifiutato di evacuare, ancora inconsapevole dei rischi a cui si stava esponendo e che pure presto cominciarono a produrre un aumento dei casi di aborti spontanei e tumori.

Ma a Koko Nze viene a sapere di un’altra storia, più vecchia di cento anni, che vide protagonista uno dei patriarchi della stessa famiglia, Chief Nanna Olunu: l’uomo, nonostante la manifesta inferiorità dei suoi mezzi, osò sfidare l’esercito coloniale britannico invasore e fu esiliato a vita e una statua è stata eretta in suo onore. Di ritorno a Milano, nello spazio molto suggestivo del Macao, il regista allestisce uno spettacolo teatrale, nel quale sovrappone questi due episodi di sopraffazione, coloniale e neocoloniale, subite dallo stesso villaggio a distanza di un secolo, e chiama una raccolta un cast multiculturale in cui fa spicco, nel ruolo del capo Oba, l’ivoriano Rufin Doh Zeyenouin, con un background teatrale di tutto rispetto - in questi mesi è sulle scene in Bianco e nero di Cormin McCarthy - e apparizioni recenti in commedie di successo come Quo vado? e Noi e la Giulia.

La genesi di Devil Comes to Koko è stata piuttosto lunga e travagliata, nonostante il regista abbia ricevuto nel 2013 quindicimila euro del Premio Mutti, che gli hanno consentito di sostenere le spese vive delle riprese. Nell’estate 2015 è stata varata una campagna di crowdfunding su Indiegogo che però non ha raggiunto i risultati sperati. L’intervento decisivo di Fabrica ha consentito di ultimare la postproduzione, e il film è stato presentato in anteprima mondiale al Mudec di Milano, nel dicembre dello scorso anno. Il film risente in parte delle ristrettezze produttive, complicate da una serie di vicissitudini che hanno compresso i tempi di riprese al Macao e hanno visto l’avvicendarsi un po’ caotico di interpreti della rappresentazione, con l’inserimento di qualche figura attoriale non del tutto all’altezza, anche se nell’economia di questo blocco rimangono alcune intuizioni di grande impatto come l’associazione simbolica fra la mela e la promessa gravida di inganno che ha messo in ginocchio tante Koko sullo scacchiere africano.

Per tutti questi motivi, Devil viene a configurarsi come un acerbo ma sentito cahiers di appunti per un film da farsi, con un’eco forse involontaria dell’approccio pasoliniano al cinema del reale. Molto fertile risulta tuttavia questa commistione fra travelogue, film inchiesta e teatro filmato, che non ha precedenti nel panorama contemporaneo, se si eccettua per certi versi Va’ pensiero di Dagmawi Yimer, che tuttavia riguardava vicende temporalmente più vicine a noi, oltre avere una quadratura espressiva di altra solidità. C’è di che salutare l’avvento di una nuova figura nel panorama autoriale del cinema italiano migrante, portatore di uno sguardo transmediale e di un mix di competenze piuttosto originale.

Rimane, al di là di tutto, la percezione che il libro nero sui crimini dell’Italia e delle altre ex-potenze coloniali in Africa, che trova qui un nuovo capitolo, rimanga tutto da scrivere. Lo stesso nesso che Nze istituisce tra conquista coloniale in senso stretto e utilizzo spregiudicato del continente come discarica dei rifiuti industriali dell’Europa potrebbe essere illustrato verosimilmente da diversi altri episodi, in Somalia e non solo, la cui stessa mappatura è di là da essere intrapresa. Probabilmente solo l’ostinazione di altri studiosi, cineasti e attivisti di prima e seconda generazione potrà rendere possibile la lenta messa in opera in un cantiere di controstoria tanto necessario quanto scomodo agli occhi di chi in Italia e in Europa continua a disegnare un futuro per l’Africa di sudditanza politica ed economica irredimibile, ignorando i costi umani ed economici immensi di questa strategia scellerata.

Leonardo De Franceschi | 26. Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina

Cast & CreditsDevil Comes to Koko
Regia: Alfie Nze; sceneggiatura: Alfie Nze, Simona Cella, Alessandro Leone, Angelo Ruta; fotografia: Alessio Valori; montaggio: Silvia Pellizzari; suono: Francesco Novara; musica: Francesco Novara, Giacomo Mazzucato; produzione: Alfie Nze, Chiara Ligi e Fabrica; origine: Italia, 2015; formato: HD, colore; durata: 48’; Facebook: devilcomestokoko.

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