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FCAAAL 26: Ihsane e il paese di papà

di Nicoletta Manzini

Cosa significa tornare?

Presentato al FCAAAL nella sezione Concorso EXTR’A/Il razzismo è una brutta storia, competizione rivolta a film italiani girati in Africa, Asia e America Latina o che affrontano le tematiche dell’immigrazione, Ihsane e il paese di papà è il secondo documentario prodotto e realizzato da Mondoinsieme, centro interculturale emiliano che promuove il rispetto della diversità culturale nei diversi contesti sociali. La regista, Nicoletta Manzini, è anche la responsabile del progetto “Il paese di papà” il cui obiettivo è quello di raccontare le storie di ritorno nei paesi di origine delle seconde generazioni. Nel primo Il paese di papà - La storia di Farida (2012) la documentarista emiliana ha accompagnato in Burkina Faso la giovane Farida, adolescente nata in Italia, e ne ha ritratto lo spaesamento iniziale e il difficile rapporto con un paese pressoché sconosciuto.
Pur partendo da una medesima idea narrativa, Ihsane e il paese di papà è un racconto molto diverso.

Ihsane è una studentessa di giurisprudenza di ventidue anni che abita con la famiglia a Ciano d’Enza (Reggio Emilia). Ha lasciato il Marocco a sei anni e da allora vi torna tutte le estati. Porta il velo, insegna arabo ai bambini dell’associazione La Speranza e fa rap. Il paesaggio italiano in cui la troviamo all’inizio del film è presto abbandonato; il titolo accompagna il passaggio verso “il paese di papà”: dal porto di Essaouira alle cascate di Ourika fino ad arrivare in un villaggio berbero dove vive ancora parte della famiglia di Ihsane. Ad accompagnare il viaggio di Ihsane sono i suoi genitori, in particolare suo padre, che le mostra i luoghi in cui è cresciuto e cosa è cambiato. Ogni incontro di Ihsane con un personaggio ci avvicina alla sua vita, all’irrinunciabile messaggio politico e sociale del suo rap, alla difficoltà di comunicare con i suoi genitori non padroneggiando pienamente l’arabo (è curioso come ci sia tra genitori e figlia una sorta di zona linguistica franca in cui ad entrambe le parti sfugge qualcosa del discorso dell’altro) e alla complessità di costruire un’identità in bilico tra due culture. Il racconto si chiude ciclicamente con il ritorno nelle colline emiliane dove ad aspettare Ihsane ci sono i bambini della comunità araba.

Attraverso una regia osservativa, non partecipata, frutto di un lungo lavoro preparatorio, Nicoletta Manzini pone al centro della narrazione Ihsane e il suo rapporto con i luoghi che abita. Mentre l’Italia costituisce la casa a cui far ritorno, una casa fatta da più mondi (la scuola e l’associazione della comunità araba, l’università e gli amici italiani), il Marocco diviene la terra della ricerca di sé, del silenzio, della meditazione: “vorrei costruirmi una duna in camera per poter pensare”, sogna Ihsane. Il paese del padre è visto con estraneità e familiarità insieme: estraneo è il contesto tradizionale che relega la donna nelle mura domestiche, non permettendole ad esempio di andare al mercato berbero (i genitori di Ihsane sono i primi a dirle di non sposare un uomo che non la faccia lavorare), estraneo è il desiderio di matrimonio delle sue coetanee. Eppure al contempo il Marocco è l’unico luogo in cui Ihsane può “parlare senza sillabare”, perché in Italia “la gente per il solo fatto di portare il velo finge di non capirti”.

Altrettanto estranea allora appare l’Italia, il paese in cui vive da sedici anni ma che ancora la ritiene straniera. Il rapporto di Ihsane con l’Italia è raccolto in un suo pezzo rap, cantato con la voce rotta dalla rabbia e dall’incomprensione, in cui vengono denunciate insieme a una società monovisiva e carrieristica anche le brutali politiche migratorie europee: “bruciano disperati in mare aperto/è clandestino/dicono che non va coperto/come si può rendere tutto ciò legale?”

L’identità ibrida e sempre un po’ in bilico tra qui e lì, propria degli emigranti e dei figli di quelle che, erroneamente, continuiamo a chiamare seconde generazioni, ponendo così l’accento sulle differenze e su un concetto monolitico di cittadinanza, trova un luogo di accoglienza, anzi un non-luogo: “l’unico posto in cui riesco a non sentirmi straniera è quando mi ritrovo in traghetto di ritorno in Italia, perché a bordo con me ci sono tanti altri giovani nella mia stessa identica situazione”.

Questi sono i giovani che Nicoletta Manzini vuole portare sullo schermo con il progetto “Il paese di papà” per aprire la nostra società e il nostro immaginario a più visioni, più culture, più narrazioni, mai come oggi così necessarie.

Valentina Lupi

Cast & CreditsIhsane e il paese di papà
Regia: Nicoletta Manzini; sceneggiatura: Adil El Marouakhi; fotografia : Nicoletta Manzini; suono: Stefano Cattini; montaggio: Stefano Cattini; interpreti: Ihsane Ait Yahia, Mohamed Ait Yahia; Khadija Boucetta; origine: Italia, Marocco, 2015; durata: 57’; produzione: Fondazione Mondoinsieme

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