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Riflessi africani sulla Croisette: note sull’edizione 69 del Festival di Cannes

di Maria Coletti

Cannes, 11-22 maggio 2016

Sta per iniziare la 69ma edizione del Festival di Cannes (11-22 maggio 2016) e come sempre ci accingiamo a presentare il cartellone dell’edizione, con una particolare attenzione ai cineasti africani e ai film che riguardano i mille volti dell’Africa e delle sue diaspore. Certo, se ci atteniamo ai freddi numeri, non c’è molto da stare allegri: i nuovi film provenienti dal continente africano selezionati per la Croisette potrebbero stare sulle dita di una mano. Ma se consideriamo anche i film restaurati o ritrovati e, soprattutto, i film e i cineasti della diaspora africana o che raccontano le diaspore e le seconde generazioni nel mondo, allora il panorama si fa un po’ più complesso e un po’ più ricco. Dunque, vediamo cosa ci aspetta.

Cominciando dal Concorso Ufficiale, troviamo, in lizza per la Palma d’Oro, il film statunitense Loving di Jeff Nichols, un ritratto dell’America segregazionista del 1958, ispirato alla storia d’amore di una coppia veramente esisitita, per cui il privato è diventato un fatto politico. Mildred e Richard Loving si amano e decidono di sposarsi. Niente di più normale, tranne il fatto che lui è bianco e lei è nera. Lo Stato della Virginia, dove i Loving hanno deciso di vivere, li denuncia: la coppia viene condannata alla prigione, con sospensione della sentenza in caso che i due decidano di lasciare la Virginia. Considerando che si tratta di una violazione dei loro diritti civili, Richard e Mildred fanno ricorso e portano il loro caso in tribunale. Arriveranno fino alla Corte Suprema, che, nel 1967, annulla la decisione della Virginia. Il “caso Loving vs Virginia” simbolizza da allora la lotta per i diritti civili dei neri e il diritto per tutti e tutte di amarsi, senza alcuna distinzione.

In concorso, ma nella sezione cortometraggi, troviamo invece La laine dans le dos del regista tunisino Lotfi Achour: nel deserto del Sud della Tunisia un vecchio e suo nipote, a bordo di un vecchio camion che trasporta montoni, vengono fermati da due gendarmi e, per poter riprendere il viaggio, si trovano di fronte a una curiosa proposta di scambio.

Un film a cui teniamo particolarmente, fra le proiezioni speciali della selezione ufficiale, è Hissein Habré, une tragédie tchadienne di Mahamat-Saleh Haroun: il grande ritorno del talentuoso regista ciadiano, il cui ultimo film, Grigris, è del 2013. Unico cineasta dell’Africa subsahariana ad essere premiato a Cannes negli anni 2000 (Premio della Giuria nel 2010 per Un homme qui crie), Haroun è uno dei pochi, con Abderrahmane Sissako, ad essere stato selezionato anche nel concorso ufficiale in lizza per la Palma d’Oro. Questo suo nuovo film, prodotto da Arte, è centrato su una serie di testimonianze, per lo più inedite, di vittime di torture e altre violenze, subite durante il regime dell’ex presidente del Ciad, Hissein Habré.

Un’altra proiezione speciale è quella del film Chouf di Karim Dridi, regista, sceneggiatore e direttore della fotografia francese di origini tunisine: ambientato a Marsiglia – come anche Bye-bye del 1995 e Khamsa del 2008 – il film segue le orme di Sofiane, giovane studente che per le vacanze torna nel suo quartiere a nord di Marsiglia e si fa coinvolgere dall’ambiente della droga e del malaffare dopo l’uccisione di suo fratello, che vuole vendicare.

Fra le proiezioni speciali, da segnalare anche Wrong Elements , opera prima dello scrittore franco-statunitense Jonathan Littel, un documentario incentrato sulla Lord’s Resistance Army, ovvero l’Esercito di Resistenza del Signore, fondato alla fine degli anni Ottanta da Joseph Kony. A partire dal 1989, l’LRA ha rapito e portato nella foresta ugandese in 25 anni più di 60.000 adolescenti, di cui meno della metà sono sopravvissuti. Geofrey, Nighty e Michael avevano 12 o 13 anni quando sono stati rapiti e trasformati in soldati: ora che stanno tornando a una vita normale, tornano sui luoghi dove hanno vissuto da vittime e carnefici e dove hanno perso brutalmente la propria infanzia.

Passando alla sezione Un certain regard, troviamo un film da non perdere e particolarmente interessante: Eshtebak ( Clash ) dell’egiziano Mohamed Diab. Un film politico sulla rivoluzione egiziana: ispirato da un fatto reale, il film si svolge quasi interamente in un furgone anti-sommossa durante una manifestazione al Cairo in seguito alla destituzione del presidente Morsi, nel 2013. Eccellente regista (Les femmes du bus 678) e sceneggiatore (El Gezeira, Décor), Diab, che ha partecipato attivamente alla primavera egiziana del 2011, all’inizio voleva raccontare la Rivoluzione, ma ci è voluto più di 4 anni per realizzare il film e, dalle speranze rivoluzionarie, il regista è passato a raccontare piuttosto il fallimento della Rivoluzione.

Nella Quinzaine des Realisateurs troviamo altri tre titoli che ci interessano da vicino.

Iniziamo da Tour de France dello scrittore, regista, attore e sceneggiatore francese, di origini algerino-sudanesi, Rachid Djaïdani, di ritorno alla Quinzaine dopo il precedente suo lungometraggio, Rengaine.
Con Tour de France – interpretato fra gli altri da Gérard Depardieu, Sadek, Rabah Naït Oufella – Djaïdani prosegue la sua riflessione sull’arte, già affrontata nel documentario Encré, ritratto musicale del pittore Yaze (Yassine Mekhnache), da Parigi a New York. In Tour de France, Far’Hook è un giovane rapper che, in seguito a un regolamento di conti, è obbligato a lasciare Parigi per qualche tempo. Il suo produttore gli propone allora di prendere il suo posto e accompagnare il padre Serge a fare un giro dei porti francesi, sulle tracce del pittore Joseph Vernet. Nonostante l’inevitabile scontro culturale e generazionale, una improbabile amicizia finisce per legare i due, fino alla tappa finale di Marsiglia.

Nella Quinzaine segnaliamo anche il cortometraggio del regista algerino Damien Ounouri, conosciuto in Francia per il suo primo lungometraggio documentario sulla Rivoluzione algerina, Fidaï, distribuito in sala nel 2014. In Kindil el Bahr la giovane madre Nfissa, durante una gita al mare, viene aggredita da un gruppo di uomini mentre fa il bagno da sola, al largo. Nessuno sembra essere stato testimone della sua scomparsa. Mentre l’angoscia si fa strada tra i familiari della donna, più tardi, sulla stessa spiaggia, tutti i bagnanti iniziano a morire all’improvviso.

Sempre alla Quinzaine, prosegue l’esperimento nato nel 2013 della Factory: giovani cineasti da tutto il mondo si incontrano e creano insieme, con l’obiettivo finale di 4 cortometraggi di 15’ corealizzati da una coppia di giovani registi/registe. Dopo la Taipei Factory, la Nordic Factory, la Cile Factory, in questa edizione sarà in cartellone la South Africa Factory con 4 cortometraggi realizzati da registi e registe del Sudafrica in coppia con registi e registe da Francia, Svizzera, Argentina e Brasile.

Da tenere d’occhio nella Quinzaine è poi sicuramente l’opera prima Divines della regista franco-marocchina Houda Benyamina, girato alla Cité des Pyramides, quartiere alle porte di Parigi. Dounia ha 15 anni, vive sola con sua madre e ha sete di potere e di riscatto. Sostenuta dalla sua migliore amica Maimouna, decide di seguire l’esempio di Rebecca, una spacciatrice rispettata nel quartiere. Ma Dounia finisce per incontrare il danzatore Djigui, e la sua sensualità sconvolgerà i suoi piani e la sua vita.

A proposito di quartieri popolari e voglia di riscatto, un altro film da tener d’occhio, ma selezionato nella programmazione ACID (Association du cinéma indépendant pour sa diffusion), è Swagger di Olivier Babinet: un teen-movie documentario incentrato su undici adolescenti che vivono e crescono nelle cités più svantaggiate di Francia, ma conservano sogni ed ambizione.

Anche Sac la mort , secondo lungometraggio di Emmanuel Parraud, è in programma nella sezione ACID: girato in creolo nelle Isole della Reunione, il film segue le orme di Patrice, cui hanno ucciso il fratello, ed è una lunga riflessione sulla morte, sulla vendetta, sulle paure, mescolando la realtà contemporanea con le tradizioni e le credenze mistiche, ma anche con una lunga storia di sangue e schiavitù coloniale.

Quasi assente l’Africa e le sue diaspore invece dalla Semaine de la Critique, dove troviamo solo Las Mimosas , film sospeso nella contemplazione estetica del paesaggio desertico dell’Alto Atlante e realizzato da Oliver Laxe, regista francese di origine spagnola che vive da nove anni in Marocco.

Infine, nella sezione Cannes Classics, segnaliamo due film ritrovati e restaurati che sono assolutamente da non perdere: Adieu Bonaparte (Al-wadaa ya Bonaparte, 1984) di Youssef Chahine, personale rilettura dell’impresa napoleonica in Egitto da parte del più grande regista egiziano; Dolina miru (La valle della pace, 1956) film di guerra sloveno realizzato da France Štiglic e interpretato dall’attore afroamericano John Kitzmiller, che vinse proprio al Festival di Cannes di 60 anni fa il Premio come Migliore attore – primo attore nero ad essere premiato nella storia del festival.

Maria Coletti | 69. Festival di Cannes

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