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Cannes 69: South Africa Factory

di Maria Coletti

Quattro corti sudafricani alla Quinzaine

La vivacità della produzione cinematografica sudafricana deriva molto dal saper sostenere i giovani talenti. Quest’anno, grazie alla collaborazione con la Quinzaine des Réalisateurs, questo è particolarmente evidente al Festival di Cannes, dove sono stati presentati in anteprima mondiale quattro cortometraggi sudafricani, prodotti da Jeremy Nathan e Dominique Welinski in collaborazione con KwaZulu Natal Film Commission, National Film and Video Foundation e l’Industrial Development Corporation of South Africa. Il progetto prevedeva la realizzazione in un mese di quattro cortometraggi, da presentare insieme, diretti a quattro mani da otto registi di differenti nazionalità. Una scommessa vinta, vista la qualità finale del prodotto e la capacità dei quattro cortometraggi di costruire ognuno un microcosmo molto particolare e radicato nel territorio, ma insieme con uno sguardo universale.

Il primo corto, Lokoza, è diretto da Zee Ntuli (Sudafrica) e Isabelle Mayor (Francia/Svizzera) ed è ambientato nella regione a sud di Durban, in un quartiere popolare nato intorno a una raffineria che influisce con il suo inquinamento sugli abitanti, procurando malattie e a volte rischiosi incidenti. In questo ambiente, in cui l’unica zona franca sembra essere il mare, si muovono le giornate di Themba, un ragazzino che si trova a prendersi cura delle piaghe del padre causate da un incidente nella raffineria, e a difendere a suo modo l’amichetta Khanya, poco più grande di lui, ma già alle prese con l’amore possessivo di un giovane camionista che vuole portarla via e allontanarla dal suo sogno di studiare medicina.

In Paraya, realizzato dalla sudafricana Sheetal Magan e dall’argentino Martin Morgenfeld, la camera segue le peregrinazioni di Nirvana, una giovane donna della comunità indo-sudafricana e madre di un bimbo di pochi mesi, in una città caotica e ostile, sulle tracce del compagno e padre del bambino, Solomon, che sembra svanito nel nulla. Man mano che Nirvana si sposta nella città, fra la casa dei genitori, un bar frequentato da immigrati e le strade in cui si muove sola e spaesata, capiamo da piccoli accenni che l’uomo è probabilmente stato arrestato, perché immigrato clandestino o forse perché ha ferito qualcuno. La camera – per tutto il tempo del film quasi a contatto con il corpo di Nirvana – ci lascia al suo ingresso in una stazione di polizia, dove finalmente lo incontrerà. Uno sguardo sospeso e spaesato in un’ambientazione multiculturale e meticcia, dove però aleggia un senso di paranoia e il pericolo della xenofobia.

The Beast, girato da Samantha Nell (Sudafrica) e Michael Wahrmann (Brasile), sceglie il registro della commedia satirica, ma con una profondità dal respiro letterario o meglio teatrale, che riesce a mettere in discussione lo sguardo intrusivo e violento del turismo di massa. Ambientato in un Zulu Cultural Village realmente esistente - una sorta di zoo umano dove attori e attrici in abiti tradizionali Zulu mettono in scena ogni giorno, per i turisti, la vita quotidiana tradizionale con tanto di canti, danze ed esibizioni dei guerrieri – il cortometraggio si concentra sulla frustrazione di Shaka, la star del gruppo, stufo di recitare sempre la stessa parte. In una sorta di monologo nel monologo, prima si lamenta con i colleghi del fatto che ai neri non vengano offerti ruoli teatrali di rilievo, se non l’Otello, e poi finisce di ribellarsi a suo modo, recitando senza preavviso e con una potenza dirompente il monologo dell’ebreo Shylock dal Mercante di Venezia. Lo sguardo di sfida di Shaka e della troupe alla fine del monologo e del film è bilanciata, con un perfetto timing comico, con la ripresa frontale dei turisti bianchi attoniti che sono stati spettatori del monologo, come del resto noi, dall’altra parte dello schermo.

Per l’ultimo cortometraggio, Gallo Rojo, la sudafricana Zamo Mikhwanazi e l’argentino Alejandro Fadel hanno scelto un’ambientazione fuori dal tempo e dalla forte valenza simbolica, in un vecchio hotel degli anni Sessanta nella regione di Durban, dove in uno spazio claustrofobico e abbandonato, alcuni uomini e due galli (uno rosso e uno nero) vivono in uno stato di guerra permanente, uccidendosi a vicenda e rimanendo prigionieri dell’hotel come della propria violenza. Una sorta di film di guerra in stile surrealista, dove diventa chiaro, alla fine del film che nella guerra, come ogni tipo di violenza, alla fine siamo tutti perdenti.

Nonostante la diversità dello stile, dello sguardo, del registro linguistico e narrativo, un tratto comune ai quattro cortometraggi è senz’altro il senso di costrizione dei personaggi, intrappolati in una realtà, in un paesaggio, in una situazione reale o mentale che li blocca. E, dall’altra parte, l’urgenza di superare queste barriere, di esprimere liberamente e a 360 gradi la propria identità e i propri desideri. Una dimensione comune che aiuta a dare un ritratto corale e complesso del Sudafrica post-apartheid e dei nodi non ancora superati, ma che affronta anche tematiche globali, come la guerra, l’inquinamento, la riflessione sull’identità.

Maria Coletti | 69. Festival di Cannes

Cast & CreditsLokoza
Regia: Ze Ntuli, Isabelle Mayor; durata: 17’.
Paraya
Regia: Sheetal Magan, Martin Morgenfeld; durata: 12’.
The Beast
Regia: Samantha Nell, Michael Wahrmann; durata: 18’.
Gallo Rojo
Regia: Zamo Mikhwanazi, Alejandro Fadel ; durata: 20’. origine: Sudafrica, Francia, 2016; produzione: DW (Francia)

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