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Cannes 69: Isola

di Fabianny Deschamps

Nuovi talenti nella sezione Acid

La sezione ACID (Association du Cinéma Indépendant pour sa Diffusion), la programmazione dei cineasti dedicata al cinema indipendente, è sempre più un appuntamento da non perdere al Festival di Cannes. Una vera e propria rivelazione e un coup de coeur per noi di Cinemafrica è senz’altro Isola, secondo lungometraggio della regista francese Fabianny Deschamps, presentato oggi in prima mondiale proprio grazie all’Acid.

Il film, girato a Lampedusa e Favignana, è una riflessione cinematografica molto personale sul tema del viaggio e delle migrazioni, un film in cui, come ha spiegato la regista “si incontrano realtà e finzione, fiaba e immagini d’attualità, per dare forma a un racconto iniziatico, quasi mitologico”. Dopo l’ennesima strage nel Mediterraneo e l’amara constatazione che siamo diventati indifferenti anche alle immagini di naufragi, di morti e di persone innocenti recluse nei centri di detenzione, la regista ha sentito l’urgenza di realizzare un film andando proprio in quei luoghi, per cercare di rendere di nuovo visibili quelle immagini che non siamo più in grado di vedere, quelle persone divenute invisibili nel Mediterraneo, i nuovi desaparecidos del XXI secolo.

In un’isola sperduta, Dai è una giovane donna cinese, incinta, che, in attesa del ritorno del marito marinaio Cheng, che dovrebbe arrivare in un barcone, sopravvive in una cava, cercando di creare un luogo accogliente per la bambina che deve nascere. Fra preghiere al mare e giri al porto, Dai vede ogni giorno centinaia di migranti sbarcare sull’isola, controllati, fotografati, e in ognuno di quei volti spera di ritrovare finalmente anche quello del marito. Un giorno il suo desiderio sembra avverarsi: il mare gli porta un uomo, ma si tratta di Hichem, un berbero che lei raccoglie e tratta come se fosse suo marito. La vita di Dai appare man mano in tutta la sua crudezza: non è la dea del mare o la fata senza tempo che appare all’inizio, ma semplicemente una donna sola che per sopravvivere vende il suo corpo ai maschi dell’isola. Fra questi c’è anche un operaio che la tratta con più dolcezza e si preoccupa per lei. Ma Dai non vuole essere aiutata e finire in un centro di detenzione…

Cercare di riassumere in una sinossi la storia di Isola è però pressoché impossibile e sicuramente non rende giustizia alla profondità e alla complessità del meccanismo narrativo del film e alla sua scrittura cinematografica, che ci porta in un territorio sospeso. Come i flash che registrano i volti dei migranti al loro arrivo, il film si costruisce per strati, per lampi di narrazione poetica che si mescolano alla tragica realtà di cui la protagonista del film diventa a sua volta testimone, come noi spettatori.

Dopo Terraferma di Crialese e Fuocoammare di Rosi, che la regista ha detto di non aver visto, Isola di Deschamps aggiunge un altro tassello, un’altra possibilità di raccontare le migrazioni del XXI secolo al cinema: uno sguardo che riesce ad essere alla giusta distanza, perché il punto di vista è quello di Dai, che, in quanto cinese, non rientra nell’immagine precostituita di un’italiana, né di una migrante, ma è Altro. Uno sguardo estraniato, spaesato, di una donna straniera che vive in un territorio sospeso, liminale, ai margini del margine e che, forse grazie a questo, si è sottratta al gioco di ruolo delle appartenenze e dell’accoglienza. Ma è difficile uscire fuori dalle gabbie mentali o reali che siano, e così lei, per difendersi, si rinchiude in una gabbia per dormire e poi ci rinchiude Hichem, per proteggerlo: l’accoglienza e l’aiuto possono tramutarsi anch’essi in un carcere.

Isola è un film dall’atmosfera sospesa, in cui momenti di realtà presa sul vivo, a volte catturata di nascosto, senza autorizzazioni (come gli scatti fotografici ai migranti appena sbarcati), si alternano e si mescolano al racconto iniziatico e costruito nei minimi dettagli di un’eroina fuori dal tempo e insieme totalmente immersa in esso, come nello spazio che la circonda, con i piedi nella terra e gli occhi rivolti al mare, elemento femminile per eccellenza. E soprattutto nello spazio della cava, in cui Dai raccoglie e accoglie oggetti abbandonati, che prendono un senso nuovo attraverso le sue mani, i suoi occhi, la sua voce. Un’eroina che rappresenta anche la potenza del cinema di fronte alle tragedie contemporanee, che dovrebbero imporci una maniera nuova, sacra, di guardare il mondo e gli esseri umani in movimento, per cercare di ri-crearlo questo mondo, come la vita che Dai accoglie giorno dopo giorno nel suo corpo.

Dai è sopravvissuta a un terremoto che ha distrutto la sua famiglia in una zona rurale della Cina, ed è ossessionata da questo ricordo. Hichem è berbero e probabilmente viene dalla Tunisia, non a caso mostra una mano di Fatima a Dai. Non sappiamo mai veramente se il loro incontro è reale: Hichem potrebbe essere morto in un naufragio. Forse il loro incontro è un piccolo miracolo, come se per una volta la potenza dell’amore ci desse l’occasione di riportare in vita almeno uno di quei corpi straziati riportati sul bagnasciuga dalle onde del mare.

Quello che conta nel film è questo gioco di specchi fra i personaggi che ci aiuta a guardare la migrazione di migliaia di esseri umani da un altro punto di vista. E, per una volta, il punto di vista si ribalta: sono gli stranieri ad avere un nome e una storia, mentre gli italiani sono anonimi, sono massa. La stessa parola che Dai a un certo punto ripete in modo ossessivo, “terremoto”, in italiano, serve a dare una chiave di lettura del film: terrae motus, la terra si muove, incessantemente, così come le persone si sono sempre mosse nella storia delle civiltà umane, per cui non ha senso pretendere di fermarle ora, o di dare come unica risposta una soluzione di controllo poliziesco.

Fra i pregi più grandi del film, c’è la capacità della regista di evitare sia la narrazione spettacolare a tema che ogni pretesa di registrazione neutra della realtà, per scegliere una messa in scena che vive dell’attenzione ai particolari, di una resa materica dello spazio in cui si muove Dai, che diventa concreto e insieme sospeso, come a volte accade nei sogni. Una dimensione resa possibile anche dalla splendida prova attoriale della protagonista Yilin Yang (veramente incinta durante le riprese del film), degnamente affiancata dai due personaggi maschili principali interpretati da Enrico Roccaforte e Yassine Fadel.

La regista riesce a dare nuova forza alla riflessione sulle tragedie che avvengono ogni giorno nel Mediterraneo guardando la realtà con una visione ingenua e insieme dolente, come forse solo i bambini o una donna in attesa possono fare. Se non possiamo riportare in vita i sommersi, quello che il cinema può fare - e che Isola fa in maniera sublime - è pulirci gli occhi per resistere all’indifferenza, tornare a vedere quello che accade e immaginare un mondo nuovo.

Maria Coletti | 69. Festival di Cannes

Cast & CreditsIsola
Regia: Fabianny Deschamps; soggetto e sceneggiatura: Fabianny Deschamps; fotografia: Hazem Berrabah; suono: Letizia Gullo, Alexandre Hecker, Jean-Guy Véran; musiche: Olaf Hund; interpreti: Yilin Yang, Yassine Fadel, Enrico Roccaforte, Dimitri Sani , Alessio Barone; origine: Francia, 2016; formato: HD, colore; durata: 93’; produzione: Paraiso production, Pomme Hurlante Films, Audimage, in coproduzione con Magnolia Films e Mactari.

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