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Cannes 69: Hissein Habré, une tragédie tchadienne

di Mahamat-Saleh Haroun

Cinema come arte della visione partecipante e dell'ascolto

Assente da Cannes dalla presentazione in concorso di Grisgris (2013), Mahamat-Saleh Haroun torna in selezione ufficiale con un documentario che si inserisce nella battaglia per assicurare alla giustizia un ex-capo di stato africano, Hissein Habré, sotto la cui presidenza in Ciad, dal 1982 al 1990, sono scomparse più di 40.000 persone, molte delle quali torturate, processate sommariamente o semplicemente scomparse e fatte sparire in fosse comuni. Affidandosi a una figura di alter-ego, Clément Abaïfuta, presidente dell’Associazione delle Vittime del Regime di Hissein Habré (AVCRHH), Haroun riesce a costruire una drammaturgia del reale efficace e tutta dalla parte delle vittime.

Insediatosi in seguito a un colpo di stato nel 1982, dopo otto anni di sanguinosa repressione del dissenso, consumata nella più assoluta indifferenza da parte della comunità internazionale, Habré viene a sua volta rovesciato da Idriss Deby e si rifugia in Senegal. Nel 2000 un gruppo di vittime ha presentato richiesta di un processo per i numerosi crimini commessi da Habré ma solo nel 2013 l’ex-rais è stato arrestato e il processo, apertosi nel luglio 2015, attende il suo primo verdetto proprio in queste settimane.

Lo sguardo di Haroun alterna momenti di interprellazione diretta, in cui, talvolta in primissimo piano frontale, il testimone in questione si rivolge idealmente allo spettatore, ad altri in cui è Clément a tenere la scena. Lo stesso alter-ego di Haroun oscilla fra momenti di serenità, in cui sprona le diverse vittime, uomini e donne, a farsi coraggio e ad avere fiducia nella causa del processo, e altri in cui si autoconfessa, rivelando la propria storia personale terribile, che lo ha visto sopravvivere più di quattro anni, benché costretto al ruolo tragico di raccoglitore e seppellitore dei cadaveri dei compagni, morti di inedia o di torture. Uno dei momenti più intensi del film è il confronto di Clément col padre: l’anziano genitore ha perso l’uso delle gambe e vediamo Clément lavarlo con affettuosa attenzione e parlare con lui dei sentimenti provati verso Habré.

Un altro momento forte è quello in cui Clément spinge una vittima e un carnefice ad incontrarsi e confrontarsi sul passato. Se l’uno porta ancora sul corpo i segni delle torture subite e rivendica l’esigenza di giustizia, l’altro continua a trincerarsi dietro l’obbedienza militare dovuta ai superiori e riesce solo con grande fatica a chiedere scusa per le atrocità commesse. Drammatica anche la storia della donna coraggio che ha perso il marito arrestato e sparito nel nulla ma anche la figlia maggiore, per le conseguenze di un’aggressione brutale subita ad opera dalla temibile polizia politica alle dirette dipendenze del presidente, la DDS. Dalla ricostruzione storica, emerge anche che il corpo è stato addestrato e finanziato direttamente dagli Stati Uniti - ma anche da Francia, Egitto, Iraq, ex-Zaire - che consideravano il regime di Habré un alleato strategico contro Gheddafi.

Il cerchio si chiude idealmente quando accompagnamo Clément nell’aula della corte suprema del Senegal alla vigilia del processo e in voce over entra l’arringa dell’eroica avvocatessa che ha dedicato la sua esistenza alla causa delle vittime, Jacqueline Moudeïna. In quel momento, a camera fissa, lo spettatore viene messo dal punto di vista, anche letterale, del giudice, come a enfatizzare su un piano plastico la rilevanza storica dell’evento, il primo processo nella storia dell’Africa contemporanea in cui un ex-capo di stato viene chiamato a rispondere davanti a un giudice dei crimini commessi contro il suo popolo.

Di tanto in tanto, la voce stessa o la presenza di Haroun contribuiscono a innervare il racconto, che tuttavia procede soprattutto per accumulo, attraverso il deposito di queste storie traumatiche, intrise di una sofferenza fisica e psicologica, da cui queste persone - a partire dallo stesso Clément - sanno con tragica certezza di non potersi mai liberare. Con Hissein Habré, une tragédie tchadienne Haroun conferma le proprie doti di narratore civile e poetico anche nel cinema del reale, benché il regista in questo caso si preoccupi soprattutto di restituire la dignità ferita di questi uomini e donne strappati per sempre a un’esistenza ordinaria e costretti a subire anni di torture ed umiliazioni difficili da comprendere e restituire sul grande schermo.

Leonardo De Franceschi | 69. Festival de Cannes

Cast & CreditsHISSEIN HABRÉ, UNE TRAGÉDIE TCHADIENNE
Regia: Mahamat-Saleh Haroun; soggetto e sceneggiatura: Mahamat-Saleh Haroun; fotografia: Mathieu Giombini; suono: Dana Farzanehpour; montaggio: Christine Benoit, Julien Cloquet; musiche e canzoni originali: Wasis Diop; origine: Francia/Ciad, 2016; formato: DCP, colore, 16/9, suono 5.1; durata: 82’; produzione: Florence Stern per Pili Films (Francia), GOÏ-GOÏ PRODUCTIONS (Ciad), ARTE (Francia); vendite internazionali: http://www.docandfilm.com/en/.

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