title_magazine

Cannes 69: Loving

di Jeff Nichols

Fare l’amore e la storia

In occasione dell’uscita in sala del film, dal 16 marzo 2017, ripubblichiamo la recensione dal Festival di Cannes 2016.

***
Accolto con moderato favore dalla critica statunitense e transalpina, Loving è uno dei pochi titoli nella competizione di quest’anno, forse l’unico, a sollevare la questione della razza, essendo ambientato nella Virginia dei tardi anni Cinquanta e per giunta tratto da una storia vera. Per la prima volta, al suo quinto film, il 37enne nativo dell’Arkansas, Jeff Nichols, si cimenta con un film tratto da una storia vera, d’epoca, e per giunta nato da un interesse iniziale di terzi, nella fattispecie di Robert DeNiro, che aveva scoperto questa vicenda in un documentario. Nichols ha accettato di sviluppare la sceneggiatura, comunque scritta di suo pugno, solo quando ha avuto la certezza che i produttori non si sarebbero aspettato da lui un approccio retorico-militante o un legal drama con alte aspettative di botteghino. Alla prova dei fatti, attraverso un’oculata articolazione della materia narrativa e la direzione di attori, Nichols si è portato a casa un film estremamente personale e al contempo di impatto, senza nulla concedere al gusto dello spettatore medio.

Siamo a Central Point, un distretto di campagna nella Virginia, nel 1958. Mildred e Richard Loving sono cresciuti praticamente nella stessa masseria: il padrone in questo caso è un nero, il padre di lei, mentre il padre di Richard finché ha campato e con lui tutta la famiglia hanno lavorato e vissuto in quella stessa casa. Sono, insomma, white trash, appartengono cioè al proletariato bianco povero che occupa grosso modo lo stesso posto nella scala sociale dei neri e delle altre minoranze. Richard, che si guadagna da vivere facendo il muratore, è cresciuto col fratello di lei Raymond, a cui lo accomuna la passione per i motori e le gare da corsa. Il problema nasce quando la ragazza si scopre incinta. Richard ne è ben felice e propone subito a Mildred di sposarlo. I due celebrano davanti a un funzionario di Washington perché lì chiedono meno carte, dice lui. Ma il problema è un altro: nella Virginia degli anni Cinquanta il matrimonio interrazziale non è semplicemente riconosciuto dalla legge di stato.

Denunciati, i due vengono processati e condannati a lasciare lo stato per venticinque anni. Si trasferiscono per qualche tempo a malincuore nella casa di un’amica di famiglia, in un quartiere della black belt di Washington ma a tutti e due, Mildred per prima, si spegne la luce negli occhi a vedere i bambini crescere in strada, senza un prato in cui giocare. Anche perché nel frattempo ne nascono altri due. La marcia dei centomila su Washington dà alla donna il coraggio di scrivere a Robert Kennedy, allora ancora senatore, e grazie a quella lettera viene contattato da un giovane avvocato per i diritti civili che prende a cuore la loro causa. Il tempo passa, e alla fine, i due decidono di rientrare in Virginia e andare a vivere in una casa isolata ma circondata dal verde. Lì aspetteranno il loro destino, che è quello di aver contribuito, portando il loro caso alla corte suprema, all’abolizione delle leggi contro il meticciato in tutti gli Stati del sud.

Rispetto al documentario, Nichols sposta all’indietro l’inizio della storia, partendo dalla scoperta da parte di Mildred del fatto di essere incinta, circostanza che aggrava la sua condizione, essendo lei non sposata. Importante anche la scelta di dare poca enfasi al capitolo finale del processo intentatogli dallo stato di Virginia e portato fino in corte suprema. L’approccio di Nichols è da subito coerente e radicale: stare addosso ai due personaggi, focalizzandosi sui loro sentimenti, sul linguaggio non verbale, sulla dignità di un quotidiano che diventa rivoluzionario solo perché i due osano amarsi nonostante la legge, l’ostilità esplicita degli uni e la condiscendenza venata di disprezzo degli altri.

Il resto viene di conseguenza. Nichols ha affermato che per la prima volta, raccontando una storia vera e d’epoca, ha fatto un lavoro di documentazione importante a monte della sceneggiatura, ma una volta scritto il testo si è potuto concentrare di più sulla regia. Del resto, drammaturgia e scrittura filmica si richiamano a vicenda, sorrette da una tessitura classica ma al contempo depurata da tutte le logiche di storytelling hollywoodiano, dalla divisione in tre atti alla costruzione in crescendo. Nichols si concentra nella restituzione di un tessuto di piccoli riti del quotidiano, lavorando sulle sfumature dei dialoghi e sulle increspature dello sguardo.

La loro stessa relazione ha una dinamica estremamente interessante e moderna sul piano delle dinamiche di genere. Grazie all’ampio margine concesso alle digressioni dall’azione in senso stretto, Nichols traccia grazie al personaggio di Richard i segni minuti di una mascolinità schiva, in tono minore, che evita lo scontro, segue sempre la legge dei sentimenti e non dissimula fragilità, incertezze e paure, mentre Mildred rappresenta nella coppia l’anima più proattiva, che però sa fare del coraggio una virtù fatta più di perseveranza che di azioni clamorose. Uno degli episodi più emblematici del film è quello in cui, con grande semplicità, un fotografo di Life chiede e ottiene di fare un servizio, passa qualche tempo con loro, accolto come uno di famiglia e ne esce con alcuni scatti carichi di immediata verità umana.

Loving è un piccolo capolavoro di cinema della sottrazione, in cui ogni scelta, dalle ambientazioni, alla luce, alla colonna sonora, è sostenuta da una logica discorsiva sottile e preziosa proprio nelle sue cadenze antiepiche. La prova dei due protagonisti, Joel Edgerton e l’etiope-irlandese Ruth Negga, cresciuta a Londra, è davvero pregevole per profondità e controllo espressivo. Speriamo che la giuria se ne ricordi al momento del Palmarès e soprattutto che Loving possa trovare la strada di una distribuzione anche in Italia.

Leonardo De Franceschi | 69. Festival de Cannes

Cast & CreditsLoving
Regia: Jeff Nichols; soggetto e sceneggiatura: Jeff Nichols; fotografia: Adam Stone; montaggio: Julie Monroe; scenografia: Chad Keith; musiche: David Wingo; costumi: Erin Benach; interpreti: Joel Edgerton, Ruth Negga, Marton Csokas, Nick Kroll, Terri Abney, Alano Miller, Jon Bass, Christopher Mann, Sharon Blackwood, Winter Lee Holland, Michael Shannon; origine: Usa, 2016; durata: 123’; produzione: Big Beach (Usa), Raindog Films (UK); distribuzione: Mars Films.

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
martedì 17 ottobre 2017

Hamadi premiato al Festival dei Popoli

Sono stati assegnati i premi della 58ma edizione del Festival dei Popoli di Firenze (10-17 (...)

mercoledì 4 ottobre 2017

A Ciambra candidato agli Oscar

A Ciambra di Jonas Carpignano è il film che l’Italia candida per la nomination all’Oscar del (...)

mercoledì 4 ottobre 2017

FCAAAL2018: call for entry

E’ aperta la Call for Entry per la 28ª edizione del Festival del Cinema Africano, d’Asia e (...)

venerdì 15 settembre 2017

Final Cut in Venice: i Premi

Final Cut in Venice è il workshop di sostegno alla post-produzione di film dall’Africa, Iraq, (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha