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Cannes 69: Tour de France

di Rachid Djaïdani

Un corpo a corpo con la vita

Un’appassionata standing ovation ha accolto la prima presentazione ufficiale di Tour de France alla Quinzaine: in un Théâtre Croisette Marriot strapieno, il pubblico ha applaudito entusiasta il giovane e talentuoso regista Rachid Djaïdani, il debordante Gérard Depardieu e il sorprendente coprotagonista Sadek.
In un Festival di Cannes segnato dal piano per la sicurezza “vigipirate”, ascoltare la Marsigliese in versione rap e godere di un’opera cinematografica che è un vero inno alla tolleranza, come ha ricordato Depardieu, mentre alla fine dei titoli di coda il film viene dedicato alla fotografa Leila Alaaoui e altre due donne uccise in attacchi terroristici, alle loro “luci che brillano sopra le nostre teste”: la sensazione di avere appena visto un film non solo convincente, ma necessario, ci ha riempito di emozione e di tante riflessioni su cui tornare, anche a spettacolo terminato.

Nel film, il giovane rapper Farouk Ben Said, in arte Far’Hook, in seguito a un banale diverbio con un altro rapper, Sphynx, che però minaccia di ucciderlo, deve andare per un po’ via da Parigi e viene mandato dal suo amico e produttore Bilal (il francese Mathias, che si è convertito all’islam) ad accompagnare in viaggio il padre in pensione, Serge. In 10 giorni, Serge vuole dipingere i 10 porti francesi dipinti da Joseph Vernet, pittore del XVIII secolo, per finire il viaggio a Marsiglia, proprio la città dove Far’Hook ha in programma il suo primo grande concerto. Il rapporto fra i due inizia all’insegna della diffidenza: Serge, che ha cacciato di casa il figlio quando si è convertito all’Islam, non sopporta “gli arabi”, tratta Far’Hook come uno straniero e lo prende in giro per la sua musica. Il ragazzo è in qualche modo messo sotto esame, ma non perde occasione per denunciare il razzismo e la xenofobia presenti nella società francese, anche se, man mano che i giorni passano, non manca di stupire Serge.

Tra un porto e l’altro, un quadro e l’altro, i due iniziano a conoscersi meglio e a condividere realmente il viaggio e le proprie esperienze, fra vecchie canzoni francesi (Serge Lama, Serge Reggiani), una poesia (L’Albatros di Baudelaire) e le differenti musiche e lingue che incontrano sul loro cammino: un canto basco, un gruppo afro-portoghese, una danzatrice araba. L’acme del racconto e dello scontro fra i due è raggiunto quando Far’Hook viene fermato senza nessun motivo – se non il colore della pelle – da alcuni poliziotti che lo spingono con violenza. Serge interviene pieno di sdegno e i due finiscono ammanettati in una cella in questura. Qui Serge racconta di essere già finito in galera, dopo aver incendiato la fabbrica dove lavorava e che aveva licenziato tutti i dipendenti: proprio in prigione, grazie a un compagno di cella, ha imparato a dipingere quadri utilizzando la spatola da muratore. Una componente sociale e politica del resto ben chiara a Far’Hook, quando ricorda a Serge i veri motivi del suo odio verso “gli arabi”: perché in realtà sono come lui, rifiutati dalla grande Francia come lo è lui, povero pensionato, ex operaio, ex muratore.
La linea del colore e quella di classe sono spesso intrecciate. Anche Serge del resto deve ricredersi e imparare molto dal giovane amico e scopre che il rap può essere profondo come una poesia o un canto d’amore e di rivolta. Tra i due si crea così un forte rapporto padre-figlio, che entrambi per motivi diversi non hanno mai veramente vissuto.

Il film si regge senz’altro su una prova attoriale magistrale del divo Depardieu e del vero rapper Sadek, alla sua prima esperienza cinematografica, grazie allo stato di grazia dei due interpreti e alla capacità del regista – qui al suo secondo lungometraggio dopo Rengaine, presentato anch’esso alla Quinzaine de Réalisateurs – di saper dirigere, dosare e far interagire i due personaggi senza che mai l’uno prevalga sull’altro. E forse il rapporto dei due protagonisti del film rispecchia e sublima quello fra lo stesso Djaïdani e Tonton Depardieu, entrambi ex pugili e figli di operai. Così come le due differenti solitudini dei protagonisti, con il fantasma di una madre/moglie perduta e il desiderio di una donna da amare (che prende corpo nelle sembianze di una giovane ambientalista che offre loro un passaggio), si rispecchiano nelle due canzoni che punteggiano il film: Je suis malade di Serge Lama e Petit garçon di Serge Reggiani.

Djaïdani firma una commedia gustosa, dal ritmo sostenuto e con un’orchestrazione dei dialoghi perfetta, capace di alternare, mai in maniera scontata, momenti poetici e commoventi con scene comiche travolgenti e battute esilaranti. Un film in grado di accontentare i gusti del grande pubblico, ma anche capace di grande profondità umana e stilistica.
Il regista è abilissimo nella costruzione di questo road movie interculturale, che mette l’uno contro l’altro e poi fa incontrare due personaggi agli antipodi per età e appartenenza sociale.

Una scrittura filmica capace di lasciare spazio alla bellezza delle inquadrature, ai dettagli, a un’immagine molto materica e sensuale, che si sofferma sulla pelle dei personaggi, come sulle foglie, sulla sabbia, sui colori spalmati sulla tela di un quadro. Se il cinema è fatto soprattutto di luce e di campi che selezionano, inquadrano e danno senso alla realtà, non è un caso che in tutto il film si rincorrano i punti di vista dei quadri di Vernet, inquadrature ante litteram, e che alla nipotina di Serge venga dato il nome di Noura, che in arabo significa anche luce.

Qualcuno ha detto che la bellezza salverà il mondo. La bellezza in questo film è l’amore, in tutte le sue forme: amore sensuale, amicizia, amore fra genitori e figli. Ma anche l’arte, in tutte le sue forme: musica, pittura, poesia… E in tutte le lingue: francese, arabo, basco, portoghese…
Tour de France è veramente un giro intorno alla cultura francese, ma a 360 gradi, in tutte le sue espressioni, passate e presenti, con tutte le possibili sfumature di un concetto di identità e di cittadinanza che è per forza di cose in incessante movimento. E non è certo un caso che, al di là del riferimento a Vernet, il viaggio di Serge e Far’Hook si compia facendo tappa nei diversi porti francesi, perché i porti da sempre sono stati i crocevia delle civiltà, luoghi di partenza e di arrivo e, soprattutto, di scambio.

Il film è anche un viaggio da Nord a Sud, per portarci nel cuore del Mediterraneo e scoprire ciò che ci lega, nonostante tutto, da una riva all’altra del mare. Romanzo di formazione al contrario, in Tour de France è un vecchio ad imparare da un giovane, anche se in realtà ciascuno dei due protagonisti impara qualcosa di nuovo dall’incontro con l’altro.
Quando Far’Hook chiede a Serge perché ama Vernet, lui risponde che è perché sa dipingere il mare in tutto il suo splendore, per sublimarlo. Quello che il regista è riuscito a fare con la realtà che lo circonda.

Maria Coletti | 69. Festival di Cannes

Cast & CreditsTour de France
Regia: Rachid Djaïdani; soggetto e sceneggiatura: Rachid Djaïdani; fotografia: Luc Pagès; montaggio: Nelly Quettier; musica: Clement "Animalsons" Dumoulin; suono: Jérôme Pougnant, Margot Testemale, Julien Perez; interpreti: Gérard Depardieu, Sadek, Louise Grinberg, Nicolas Marétheu, Mabô Kouyaté, Alain Pronnier, Raounaki Chaudron, Yasiin Bey; origine: Francia, 2016; formato: colore, 1.85, suono 5.1; durata: 95’; produzione: Anne-Dominique Toussaint per Les Films des Tournelles in coproduzione con Mars Films, Cité Films, AOC Films, Useful; distribuzione francese: Mars Films; distribuzione internazionale: Cité Films.

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