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Cannes 69: La valle della pace

di France Štiglic

Epopea dolente di un eroe dimenticato

Nel 1957 si era in piena stagione centrista, la legge Andreotti cominciava a dare i suoi effetti nel rilancio del cinema italiano di profondità e il delitto perfetto del neorealismo era stato archiviato, con buona pace di tutti o quasi. Ci voleva un film jugoslavo del 1957, come più tardi sarebbe successo a quelli delle nuove onde latinoamericane o africane, per rigenerare l’eredità di Paisà e Sciuscià.
Dolina miru, distribuito anche nelle sale italiane nel 1959 col titolo La valle della pace, è stato restaurato dallo Slovenian Film Center e presentato nella sezione Cannes Classics, in una serata a cui hanno partecipato, ormai giunti a un’età matura, quelli che allora erano i bambini coprotagonisti, insieme all’afroamericano, ormai italiano d’adozione, John Kitzmiller (Jim), cioè Tugo Štiglic (Marko), figlio del regista, e Eveline Wohlfeiler (Lotti).

Il plot, in verità piuttosto convenzionale e classico nell’impianto, vede al centro questi due bambini che, in tempi diversi, si ritrovano orfani a causa dei bombardamenti alleati che hanno colpito la Slovenia occupata dai nazisti. In una zona che confina con la prima linea, Marko, sui dieci anni, e Lotti, intorno ai cinque, decidono di scappare per evitare il rischio di essere espatriati in Germania come gli altri bambini abbandonati, dirigendosi verso la casa di campagna di uno zio di Marko, che entrambi, per diversi motivi, ricordano trovarsi in una valle isolata, non ancora raggiunta dagli orrori della guerra. I due si trovano però ben presto la strada sbarrata da una colonna di tedeschi e solo l’intervento provvidenziale di Jim, pilota afroamericano paracadutatosi da un aereo colpito, riesce a consentire loro di attraversare il fiume.

Si scatena così una corsa a tre verso la "valle della pace": lo strano trio che punta alla fattoria, in compagnia di un cavallo bianco che si è unito loro lungo la strada; i tedeschi, sulle tracce sia del pilota che dei bambini; e i partigiani, che hanno visto l’aereo cadere e vorrebbero salvare l’americano. Il percorso è disseminato di insidie e i bambini vengono più volte persi e ritrovati da Jim, che ormai si sente responsabile per la loro sorte ed è pronto ad ogni sacrificio pur di portarli a destinazione. La meta finale si rivelerà solo un amaro miraggio ma grazie a Jim, Marko e Lotti potranno continuare la loro ricerca.

Come accennato, la lezione del neorealismo è esplicitamente evocata dal regista, che peraltro aveva già presentato a Cannes nel 1949 il primo film sonoro jugoslavo, Na svoji zemlij (Sul suolo natale) e nel 1960 vi sarebbe tornato con Deveti krug (Il nono cerchio), nominato agli Oscar come miglior film straniero. Ricordiamo che Kitzmiller, ingegnere originario del Michigan e ufficiale dei Buffalo Soldiers nella Quinta Armata statunitense era stato scoperto come attore proprio da Luigi Zampa con Vivere in pace (1947) e, dopo Senza pietà (Alberto Lattuada, 1946) aveva recitato in decine di film e sceneggiati televisivi, in Italia e anche all’estero, incontrando però di rado registi pronti a scommettere sul suo talento istintivo da autodidatta. Ma oltre alla presenza di Kitzmiller e al tema bellico, è la stessa presenza incombente delle macerie ad evocare il Rossellini della trilogia della guerra, così come l’attenzione al microcosmo dei bambini. Precisi calchi punteggiano il film, penso alla comparsa dal nulla del cavallo bianco che accompagna misteriosamente Jim e i due ragazzi verso la valle, o allo scambio di battute in cui il pilota scopre che proprio i bombardamenti americani hanno causato la morte dei genitori di Marko e Lotti.

Più sottili altri rimandi alla condizione segregata del nero, nell’America delle leggi di Jim Crow. Il pilota viene descritto come molto religioso, e una delle sequenze più dense di implicazioni, analizzata con grande profondità da Shelleen Greene in L’Africa in Italia, è quella in cui l’uomo scolpisce una bambola dalla zampa di un mobile, per consolare Lotti dalla perdita della sua, e spontaneamente la modella con capelli crespi e un colorito scuro, come la stesse facendo per sua figlia, il tutto cantando il gospel Steal Away to Jesus. Un altro passaggio eloquente è quello in cui i due bambini gli chiedono dell’America e Jim risponde che sì, lì non c’è la guerra e poi subito si corregge, rabbuiandosi, e aggiunge "non ancora", come a dire che non mancano i motivi di possibile scoppio di un conflitto, a partire dall’irrisolta questione nera, che era ben presente anche nell’esercito allora impegnato sul fronte italiano, nonostante gli sforzi interessati dell’amministrazione Eisenhower.

Come accennato, il film segue cadenze e scansioni narrative piuttosto classiche e convenzionali. Štiglic mette in opera una retorica visiva elegante ed efficace, con una macchina da presa mobile e in grado di variare angolazioni e chiavi di ripresa, in modo da valorizzare il gioco degli attori, grazie anche alla presa diretta e all’uso di un registro plurilinguistico - Kitzmiller recita in inglese ma anche in tedesco, ed è grazie proprio a questo atout che riesce a comunicare con Lotti, di lingua madre tedesca -, ma anche alle splendide location naturali. Piuttosto retorico il commento sonoro che sottolinea le curve della parabola patemica del film, ma anche questo elemento rientra tutto sommato nell’eredità neorealistica dominante.

Nonostante l’exploit della performance e del premio a Cannes, incastrato in una routine fatta di ruoli di maggiordomo, gangster o cattivo in costume, Kitzmiller non sarebbe tornato dopo Dolina miru a interpretare una parte da protagonista, se si eccettua l’occasione di vestire i panni di Tom nella riduzione letteraria de La capanna dello zio Tom, coproduzione franco-italo-tedesco-jugoslava, diretta dall’ungherese Géza von Radvány. Verosimilmente proprio la frustrazione per una carriera di ruoli minori lo avrebbe portato a morire, nel 1965, a soli 51 anni, di cirrosi epatica. Un anno prima si era sposato, a Belgrado, con una donna jugoslava, Dusia Bejic di Belgrado, come riportano le cronache del tempo.
La cerimonia della presentazione sarebbe potuta essere l’occasione di evocare i rapporti di Kitzmiller con la Jugoslavia, ma la sorte ha voluto che anche in questo caso ci sia solo limitati a citare il primato dell’attore di Battle Creek, primo nero ad aver vinto un premio per la migliore interpretazione maschile al Festival di Cannes.

Leonardo De Franceschi | 69. Festival de Cannes

Cast & CreditsDolina miru (La valle della pace)
Regia: France Štiglic; sceneggiatura: France Štiglic; fotografia: Rudi Vaupotic; montaggio: Radojka Ivancevic-Golik; musica: Marijan Kozina; scenografia: Ivo Spincic; suono: Marjan Meglic; interpreti: John Kitzmiller, Tugomir Stiglic, Eveline Wohlfeiler; origine: Jugoslavia, 1956; durata: 90’; produzione: Triglaw Film; restauro: Slovenian Film Center.

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