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Cannes 69. Divines

di Houda Benyamina

Furia di vivere

Da quello che abbiamo potuto comprendere assistendo alla interminabile presentazione del film, Houda Benyamina viene da una famiglia proletaria: 35 anni, nona di tredici figli, una G2 francese di origini marocchine. Dopo aver tentato un istituto professionale da parrucchiera, scopre la passione per il teatro, prosegue fino all’università, poi sceglie una scuola di cinema, l’ERAC (École Régionale d’Acteurs de Cannes), prosegue con altri corsi in Russia e a New York, finché fonda un’associazione che si batte per aprire il mestiere del cinema alle diversità, 1000 visages, con cui produce un corto e un medio.
Divines, presentato ieri sera alla Quinzaine des Réalisateurs, è il suo primo lungometraggio, scritto in collaborazione con due altri sceneggiatori. Come non simpatizzare con un percorso così lineare di realizzazione personale, professionale e artistico? Saremmo tentati di parlare di sogno francese. E infatti, per almeno metà film, fatta eccezione per un prologo davvero infelice su cui tornerò, Divines non può che catturare, grazie soprattutto all’energia vitale che la regista riesce a pompare dalle sue due interpreti. Poi il meccanismo comincia a girare in tondo, e lo spettatore comincia a sentirsi preso da una trappola patemica ricattatoria, che rispetta tutte le convenzioni dello spectacle grand public, catarsi finale compresa.

Si chiamano Dounia e Maimouna. La prima, minuta, bianca ma di origini maghrebine, vive in un campo rom vicino a una cité di Parigi, insieme alla madre, che campa aggrappandosi ogni tanto a un uomo diverso: tutti la chiamano “bastarda”, perché suo padre non ha mai saputo chi fosse. La seconda, in carne e nera, è figlia di un imam e di una casalinga devota, che detestano Dounia per il legame fortissimo che le unisce. Ogni notte Dounia ha lo stesso incubo: sogna di precipitare, bruciandosi, senza fine. Ma Maimouna, quando Dounia cade, è sempre al suo fianco, con i suoi racconti di djnn e il senso del sacro trasmessole dal padre. Da quando, dopo una lite furibonda con una prof, Dounia lascia l’istituto professionale frequentato da entrambe, passa le giornate spiando Rebecca, una dealer della zona, tosta e rispettata da tutti.

Dounia pensa che le sue mani siano fatte per i soldi, e proprio nel supermercato dove spesso ruba snack e bibite da rivendere ai compagni di scuola, incontra Djigui, un giovane che si guadagna da vivere come uomo della security ma si impegna in un interminabile provino per uno spettacolo di danza contemporanea: Dounia è attratta da lui ma, intimidita, si limita a spiarlo da lontano. Il plot ingrana quando, con uno stratagemma, la ragazza riesce a catturare l’attenzione di Rebecca e a farsi accettare nella sua banda di spacciatori e banditi tuttofare, insieme all’inseparabile Maimouna. Tutto va alla grande, finché Dounia, che Rebecca progetta di usare come esca per rubare il tesoro di un pesce grosso, non esce dal profilo basso impostole e si vendica con uno della banda, reo di essersi sbattuta la madre, come pare quasi tutti nel quartiere. Da quel momento in avanti, la posta si alza ad ogni partita e la ragazza si trova a dover dimostrare la propria affidabilità, anche se questo significa mettere a rischio le persone che più contano per lei.

Divines parte proprio male. Con una sequenza di taglio teatrale che sembra rifare il verso a certo immaginario scolastico cinematografico, ma, pur di segnalare la carica di aggressività spietata dispiegata da Dounia, le costruisce attorno un piccolo atto unico nel quale prende di mira, durante la lezione, la propria professoressa, impegnata in un gioco di ruolo sulle regole del “buon” segretariato: rifiutando di riconoscere la sua autorità, Dounia finisce per demolirne il ruolo sociale davanti alla classe, umiliandola per lo stipendio misero e il suo abbigliamento modesto. Alla fine della fiera, come nei gangster movie anni Trenta, Dounia pagherà molto caro la propria furia devastatrice, ma in questa sequenza ne esce come un’eroina maledetta, il che in questi tempi in cui lo sport del tiro all’insegnante è diventato uno dei terreni di incontro fra politica, antipolitica e iperliberismo, lega subito il film a un’agenda politica cinicamente reazionaria. Si continua ad aderire, nonostante tutto, agli strappi di Dounia, perché la vita, si intuisce, non è stata tenera con lei, e la ragazza continua a inseguire il sogno di salvare la madre dal suo abisso di autodistruzione e si lascia trascinare da tutte le passioni che la fanno sentire più viva, dall’ammirazione per la carismatica gang leader all’attrazione per il tenebroso ballerino. Finché, appunto, l’edificio drammaturgico non si scopre nella sua struttura ascendente, e tutto punta verso un epilogo tragico, come in un meccanismo di coazione a ripetere.

Nell’intervista sul pressbook Houda ha raccontato di essere partita come motore ideale dagli scontri nelle banlieue del 2005, dall’idea di fare un film di constatazione, prima ancora che di rivolta, non didattico, basato soprattutto sull’energia dei corpi, in cui le giovani interpreti sono state indotte attraverso un training defatigante a fare un lavoro di composizione, per tracciare la traiettoria di due giovani donne mosse da una ricerca interiore di dignità e realizzazione, anche se questo significa per loro saltare tutti i protocolli stabiliti dalla società e passare attraverso la fascinazione del consumo e dei suoi feticci.

Divines esprime un’urgenza espressiva debordante, ma il reticolato della drammaturgia e della scrittura filmica la imbrigliano, disegnando per le due protagoniste una strada senza uscita, in cui la lotta per la sopravvivenza si confonde ambiguamente con quella per la sopraffazione. Alla fine della partita ad uscire sconfitta è l’interrogazione materialistica del presente, davanti a uno spiritualismo in cui tutte le vacche sono nere e gli incendi, una volta accesi, fanno il loro lavoro.

Leonardo De Franceschi | 69. Festival de Cannes

Cast & CreditsDivines
Regia: Houda BENYAMINA; soggetto e sceneggiatura: Romain COMPINGT, Houda BENYAMINA, Malik RUMEAU; fotografia: Julien POUPARD; montaggio: Loïc LALLEMAND, Vincent TRICON; suono: Nassim EL MOUABBIH, Pierre BARIAUD, Samuel AICHOUN ; costumi: Alice CAMBOURNAC; musica: DEMUSMAKER ; interpreti: Oulaya AMAMRA, Déborah LUKUMUENA, Kévin MISCHEL, Jisca KALVANDA, Yasin HOUICHA, Majdouline IDRISSI; origine: Francia, 2016; durata: 105’; produzione: Easy Tiger, France 2; distribuzione: Diaphana.

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