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Cannes 69. La fille inconnue

di Jean-Pierre e Luc Dardenne

Un nome sulla tomba o un McGuffin?

Presenti anche quest’anno a Cannes in concorso, fra gli autori più apprezzati del cinema d’autore europeo, i fratelli Dardenne hanno portato un film in tono minore, che poco aggiunge al loro percorso più che quarantennale di attività, coerente rispetto alla loro idea di cinema, lineare, rigoroso, solidamente ancorato alla realtà sociale. In relazione ai loro lavori precedenti, si percepisce tuttavia la presenza di un dispositivo sceneggiatoriale che imbriglia, controlla e predetermina la scrittura filmica, ridotta a un ruolo meramente esecutivo. Al di qua di qualsivoglia intento dimostrativo, questa ricerca dell’aneddoto che parla per se stesso, tutto risolto nell’economia dei gesti e comportamenti del quotidiano, restituisce secondo un approccio di constatazione le tracce di un’etica dominante che percepisce e reagisce all’alterità solo in relazione a un sentimento di colpa e alla presenza di una vittima.

Siamo a Seraing, nella provincia di Liegi, al centro praticamente di tutti i film dei Dardenne, da La Promesse in avanti. Jenny Davin (Adèle Haenel) è una giovane medico di base, il cui studio dà su una superstrada che confina con un porto. Ha rilevato da alcuni anni lo studio ma ha chiesto e ottenuto un posto in una struttura privata dove sta per trasferirsi. Una sera come tante, in cui sta visitando accompagnata da Julien (Olivier Bonnaud), giovane stagista prossimo alla laurea, sente suonare il citofono ma decide di non rispondere, visto che è passata più di un ora dall’orario di chiusura. Poco prima, davanti a un attacco di convulsioni di cui è protagonista Ilyas, un bambino di cui si intuisce la provenienza da una famiglia mista, Julien reagisce rimanendo impietrito dall’emozione, e meritandosi un richiamo da parte di Jenny che il ragazzo mal sopporta. Il giorno dopo Jenny apprende che al porto è stata ritrovata una giovane nera senza documenti, con la testa fracassata: l’analisi delle registrazioni rivela che era stata proprio la ragazza a suonare al citofono.

Sconvolta dalla rivelazione, Jenny decide di rimanere ad esercitare nello studio, si trasferisce nel piccolo appartamento al piano di sopra, e comincia a condurre una sorta di inchiesta personale alla ricerca della verità, arrivando ad acquistare una tomba per la giovane senza nome, nel cimitero dov’è stata sepolta. Tutto ruota intorno alle indigestioni sospette di un adolescente, Bryan (Louka Minnella), che sa più di quello che dice sul conto della ragazza. Mentre cerca in parallelo di recuperare Julien, che sembra aver rinunciato al sogno della professione medica, e continua il proprio lavoro di ascolto dei malati e dei loro corpi, in studio e a domicilio, rivelando un’umanità nascosta dietro la routine dei gesti di cura, Jenny mette insieme i pezzi di un intricato puzzle, scontrandosi con le ipocrisie e le mezze verità di una piccola comunità, alle prese con mille problemi di marginalità sociale, per la quale lo spettro di quella ragazza nera senza nome nel cimitero di quartiere rappresenta solo un fatto di cronaca come tanti, da rimuovere in fretta.

Come di consueto, i Dardenne hanno messo nel cast presenze nuove, come la protagonista Adèle Haenel, già passata per i set di Céline Sciamma, Bertrand Bonello e André Techiné, e presenze feticcio del loro cinema come Jérémie Renier e Olivier Gourmet, arrivando a girare solo dopo alcune settimane di prove con gli interpreti. L’orchestrazione in termini di scrittura si appoggia a una retorica efficace ma discreta, basata su una macchina a mano morbida, su una mobilità sostenuta ma mai esibita, su una misura di sguardo che privilegia gli interni e il rapporto fra i corpi dei personaggi più che le psicologie o i paesaggi. Di grande importanza è la relazione fra campo e fuoricampo: l’azione è focalizzata esclusivamente sul punto di vista di Jenny, che spesso si muove idealmente per andare verso gli altri, che si tratti di una necessità di cura o di perseguire la sua ricerca di verità, ma altrettanto spesso viene raggiunta da richieste di aiuto o di contatto. Discreta ma costante la presenza della tecnologia e dei mezzi di comunicazione, con lo spazio fisico e mentale di Jenny costantemente sollecitato, da uno squillo al cellulare o da un colpo di citofono, chiamate a cui la dottoressa non sa né può più ignorare giacché rinviano evidentemente alla prima chiamata, quella della "ragazza sconosciuta" la cui mancata risposta ha innescato la dinamica dell’azione, scatenando i sensi di colpa della protagonista.

Questo rimando fra spazio interno ed esterno viene tuttavia risolto secondo una dinamica di rinvio al microcosmo della società belga che vuole evitare simbolismi e messaggi ideologici troppo didascalici. L’attenzione al contesto sociale viene contemperata da una cura ad evitare modellizzazioni idealtipiche, per impedire ogni lettura dimostrativa. Il risultato è la presenza di un diaframma invisibile che avvolge l’azione, consegnandola a una dimensione di medietà tutta risolta in un compito e in una cadenza descrittiva e osservativa, che compensa la possibilità di un’iscrizione nel genere poliziesco. Allo stesso tempo, saremmo tentati di leggere questo sguardo secondo le logiche di una ratio postrazziale, anche sulla base di piccole notazioni ambientali che sottolineano il grado di integrazione della società belga (la povertà diffusa anche fra gli autoctoni, la presenza di un ispettore dalle chiare origini arabe...): del resto, quale spazio maggiormente transrazziale di uno studio medico? Un corpo malato non ha colore, verrebbe da pensare.

Allo stesso tempo, il fatto che a morire, interrata in una tomba senza nome, sia una sexworker minorenne proveniente da un paese dell’Africa subsahariana, trattandosi di un film dei Dardenne, entra nel novero delle informazioni “dure” del plot e non può che incidere sui processi di decodifica spettatoriale e critica. Sappiamo molto bene come l’Europa degli ultimi vent’anni, acque territoriali comprese, sia diventata un immenso cimitero, in cui centinaia, probabilmente migliaia di migranti giacciono, in fondo al mare o in tombe senza nome, pianti a migliaia di chilometri di distanza, o semplicemente dimenticati. Restituire un nome, una storia e una dignità a una di loro è già un’impresa degna di nota, e i Dardenne costruiscono un apologo spoglio e antiretorico su una vicenda molto più esemplare evidentemente di quello che ci viene dato ad intendere. Allo stesso tempo, paradossalmente esemplare risulta anche il fatto che alla fine della fiera, usciamo dalla sala sapendo pochissimo su questa "ragazza sconosciuta". E con l’impressione che in fondo c’è poco da sapere. Quindi forse qualcosa, nella macchina di senso costruita dai Dardenne, non ha funzionato a dovere.

Leonardo De Franceschi | 69. Festival de Cannes

Cast & CreditsLa Fille inconnue
Regia: Jean-Luc e Pierre Dardenne; sceneggiatura: Jean-Luc e Pierre Dardenne; fotografia: Alain Marcoen; montaggio: Marie-Hélène Dozo; scenografia: Igor Gabriel; costumi: Maïra Ramedhan Levi; interpreti: Adèle Haenel, Jérémie Renier, Fabrizio Rongione, Olivier Gourmet, Thomas Doret, Olivier Bonnaud, Christelle Cornil, Louka Minnelli; origine: Belgio, 2016; durata: 113’; produzione: Les Films du Fleuve, Savage Film; distribuzione: BIM.

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