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Cannes 69: Wrong Elements

di Jonathan Littell

Cuori di tenebra

Opera prima del romanziere franco-statunitense Jonathan Littell, e dunque presentato fra le proiezioni speciali ma in lizza per la Camera d’Or e per il nuovo premio per i film documentari, presieduto quest’anno da Gianfranco Rosi, Wrong Elements è un film che colpisce per le testimonianze piene di dolore di giovani uomini e donne, ex bambini e bambine soldato, e insieme delude per una forma cinematografica troppo indecisa fra il reportage giornalistico e il ritratto intimo, con un eccessivo ricorso alla musica di Bach a punteggiare momenti di pausa della narrazione.

Wrong Elements ricostruisce le tragiche vicende legate alla Lord’s Resistance Army, ovvero l’Esercito di Resistenza del Signore, un gruppo di guerriglieri di matrice cristiana, fondato alla fine degli anni Ottanta da Joseph Kony e attivo nel nord dell’Uganda, nel Sudan del Sud, nella Repubblica Democratica del Congo e nella Repubblica Centrafricana. A partire dal 1989, l’LRA ha rapito e portato nella foresta ugandese in 25 anni più di 60.000 adolescenti, di cui meno della metà sono sopravvissuti. Geofrey, Lapisa, Nighty e Michael avevano 12 o 13 anni quando sono stati rapiti e trasformati in bambini e bambine soldato: ora che stanno tornando a una vita normale, grazie all’amnistia loro concessa, raccontano la propria storia e tornano sui luoghi dove hanno vissuto da vittime e carnefici e dove hanno perso brutalmente la propria infanzia.

Geofrey è stato rapito di notte, ha visto uccidere suo nonno e poi è stato portato nella foresta nel Sudan. Quando è riuscito a fuggire, dopo la morte del suo più caro amico, è stato fortunato, perché accolto in un centro di riabilitazione per ex bambini soldato. La camera riprende i disegni dei bambini e delle bambine del centro, cariche di orrore, e il volto maturo di Geofrey, ora che può raccontare la sua storia, accanto a sua madre, che non ha smesso mai di cercarlo e di aspettarlo. Ora fa il taxi-moto e accompagna i bambini a scuola in motocicletta.
Lapisa non riesce a raccontare molto della sua storia, ma dalle sue parole, mentre allatta al seno un bimbo e si occupa della casa, si capisce la profonda sofferenza che ancora la tormenta, insieme a ricordi difficili da rivelare ma anche da cancellare. Ha figli piccoli e più avanti dice di non riuscire a dormire, perché vede strane figure che la perseguitano.
Michael è felice di incontrare Geofrey e di poter raccontare insieme a lui le esperienze che hanno vissuto nel LRA: esperienze che lo hanno segnato, ma insieme, forse per una forma estrema di autodifesa, continua in qualche modo a difendere le posizioni di Kony.
Infine incontriamo Nighty, un’altra ragazza, anche lei rapita come Lapisa a 13 anni: è stata data in sposa proprio a Kony, da cui ha avuto un bambino. Al ritorno a casa, ha trovato un altro marito, che però se ne è andato dopo poco, anche lui soldato, e l’ha lasciata con un altro figlio. Una situazione difficile, che però Nighty sembra affrontare con la forza, con la disperata vitalità di una sopravvissuta.

Insieme, Geofrey, Michael e Nighty accompagnano il regista in alcuni dei luoghi dove hanno vissuto da guerriglieri, accampati nella foresta, e poi da sfollati, nel campo di rifugiati. Ma l’acme della narrazione viene raggiunta nei momenti in cui i sopravvissuti cercano di liberarsi dai fantasmi che ancora li perseguitano: la cerimonia tradizionale cui si sottopone Lapisa, lo sfogo di Nighty in cui denuncia l’orrore nell’orrore cui andavano incontro tutte le ragazzine rapite e date in sposa ai soldati e poi l’incontro fra Geofrey e una madre che ha perso i suoi figli, uccisi proprio dal gruppo di cui faceva parte Geofrey, che riesce a chiedergli perdono.

Accanto alle testimonianze personali, il regista cerca anche di inserire altri elementi di riflessione, più politici: ad esempio assistiamo alla resa di uno dei capi del LRA, che confida nell’amnistia, per poi rendersi conto troppo tardi che a lui, in quanto capo, non verrà concessa. E poi, nel luogo dove sorgeva il campo di sfollati, la denuncia è chiara da parte dei tre sopravvissuti: nel campo vivevano ammassate migliaia di persone, moltissime famiglie con bambini, ma in realtà gli aiuti umanitari non erano sufficienti e soprattutto i soldati non proteggevano davvero i civili, che erano comunque alla mercé del LRA.

Il pregio del documentario sta nell’aver dato voce e volto a persone per lo più ignorate e dimenticate, vittime e carnefici insieme, all’interno di un meccanismo perverso in cui poteri locali e potenze occidentali appaiono indissolubilmente legati. Ma il regista, e questo è il limite del film, non porta avanti un suo punto di vista, non sceglie un registro narrativo e non porta fino in fondo né la denuncia né l’approfondimento intimo, che forse avrebbe richiesto più tempo e più confidenza fra il regista e le persone intervistate.

Se non si riesce a dare una chiara lettura politica e internazionale delle vicende narrate, delle responsabilità e complicità che permettono il ripetersi di queste tragedie, il rischio è quello di considerare Geofrey, Lapisa, Michael e Nighty come agnelli sacrificali di un cuore di tenebra africano, immutabile e destinato a ripetersi.

Maria Coletti | 69. Festival di Cannes

Cast & CreditsWrong Elements
Regia: Jonathan Littell; fotografia: Joachim Philippe; montaggio: Marie-Helène Dozo; suono: Yolande Decarsin; origine: Francia, Belgio, Germania, 2016; durata: 133’; produzione: Veilleur de Nuit (Francia), Zero One Film (Germania), Wrong Men (Belgio); distribuzione: Le Pacte; sito ufficiale: Wrong Men.

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